Nomadi e immigrati, parole e numeri in libertà

Mancano assunzioni di responsabilità, strategia per la soluzione dei problemi e perfino i dati reali del fenomeno
di V. L. - 8 Marzo 2007

Il sindaco Veltroni il 6 marzo scorso ha fatto il punto sulla situazione dei nomadi, sui campi abusivi e sugli arrivi degli immigrati. Qualche giorno prima il prefetto Serra aveva fatto dichiarazioni sia su un probabile raddoppio dei nomadi e sia sulla crescita della microcriminalità.

Partiamo dal Prefetto: “La mafia a Roma – ha dichiarato il 1° marzo – non ha alcuna possibilità di attecchire, ma la criminalità di strada sta prendendo piede. Nella Capitale ci sono dai 15 mila ai 20 mila nomadi e se le mie stime sono esatte il loro numero potrebbe salire a 30 mila. Bisogna prendere atto che di questa situazione, la gente non ne può più. Lungi da me qualsiasi atteggiamento razzistico. Ma bisogna delocalizzare parte dei campi nel resto della regione. L’afflusso di immigrati rischia di far lievitare ancora di più il numero dei piccoli reati. Bisogna creare le condizioni per una integrazione. Chi è integrato in genere non delinque. Roma però, rispetto alle altre metropoli, è sicurissima”.

“A febbraio – ha proseguito il Prefetto – sono state portate in carcere 630 persone per piccoli reati: Di queste 500 sono tornate in libertà. Colpa della magistratura? Non lo direi mai. Giorni fa dodici romeni sono stati presi alle 9,30 di un sabato con venticinque tonnellate di rame rubato. Alle 9,30 del lunedì erano tutti fuori. Bisogna rivedere certi meccanismi altrimenti tutto rischia di diventare inutile. Attualmente a Roma ci sono circa mille detenuti, di questi seicento sono stranieri: la metà clandestini. L’immigrato che non trova lavoro alimenta la criminalità. E’ evidente che è necessario fare qualcosa per scongiurare le condizioni che lo inducono a delinquere”.

Sulla proposta di delocalizzazione nel Lazio di campi nomadi la senatrice di An Allegrini aveva opposto un fermo no ai campi nomadi nella Tuscia invitando il sindaco Veltroni “a non scaricare su Viterbo problemi che sono di Roma”.

A stretto giro Veltroni aveva risposto alla senatrice: “Mi ha detto di non scaricare sulla Tuscia i nomadi di Roma. Ma nessuno può sfuggire alla domanda: che cosa ne facciamo di queste persone? Dobbiamo usare il napalm? Trasferirli in campi di concentramento? Dare fuoco ai loro campi come hanno fatto a Milano? Questi sono esseri umani e molti scappano dalla miseria”. Aveva poi invitato i partiti ad una maggiore responsabilità ed aveva fatto un resoconto di 6 anni di interventi per fronteggiare l’emergenza sociale: 26 sgomberi di insediamenti abusivi e campi nomadi, 10 sgomberi di palazzine, scuole e aree private, 10 mila persone sgomberate, 42.550 persone in assistenza alloggiativa, 1 milione di pasti all’anno. Il Sindaco ha pure fornito il dato degli immigrati regolari: 365 mila pari al 12% della popolazione romana.

Dal primo di gennaio 2007 oltre 25 mila romeni hanno chiesto la carta di soggiorno. Questo, se da un lato testimonia una situazione di integrazione che ha portato questi cittadini neocomunitari ad avere un lavoro, una residenza e la possibilità di iscriversi al servizio sanitario nazionale, dall’altro è anche, secondo il Sindaco “un’emergenza per l’Italia, la tredicesima da aggiungere ai 12 punti del governo Prodi”. E a tale proposito Veltroni ha annunciato un incontro nei prossimi giorni con il ministro della solidarietà Paolo Ferrero, per affrontare insieme alle altre aree metropolitane questa ulteriore emergenza.

Ricapitolando: non si conosce più neppure il numero dei nomadi presenti a Roma. Su quale base si fanno le previsioni dei nuovi arrivi?

E soprattutto come si pensa di affrontare il gravissimo problema, cui si aggiunge la disperazione di numerosi cittadini che non riescono più a pagare l’affitto di casa e di giovani che non riescono a mettere su casa e famiglia (a proposito la “sacralità” della famiglia è con o senza casa?).

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Sia detto per inciso, come dato di cronaca: nel 1998 i nomadi censiti a Roma erano 4.801 (e di questi il 51,8 per cento era concentrato nei municipi V, VI, VII, VIII). Come è stato possibile arrivare in circa 10 anni alle catastrofiche cifre odierne?

Ora si fanno cifre a spanne parlando di 15-20 mila e poi di 30 mila, come se si facesse una chiacchiera da bar. Ma è così che si pensa di affrontare un’emergenza? Con dati abborracciati, con scarico di responsabilità? Insomma chi deve controllare il fenomeno degli arrivi? L’Europa? Il governo nazionale? Chi deve provvedere a che i criminali piccoli o grandi siano messi in condizione di non nuocere e di scontare la pena?

Se davvero si vogliono attuare provvedimenti umanitari, ci si comporti di conseguenza.
In caso di calamità naturali si allestiscono prefabbricati e non si lascia i malcapitati ad arrangiarsi, mandandoli ora di qua ora di là, all’interno o fuori del raccordo anulare oppure qua e là per il Lazio.

Per ora siamo all’enunciazione di principi. Da un lato l’assessore alla Sicurezza Jean Leonard Touadi (il 6 marzo da Il Messaggero) afferma: “Roma è una città che accoglie da sempre, è vero, lo abbiamo fatto da sempre con i polacchi, albanesi e ora con i romeni, ma non è un’accoglienza anarchica che mette a repentaglio la convivenza civile. La solidarietà e la legalità devono viaggiare insieme. Saremo più credibili quando la legge sarà uguale per tutti, e sarà possibile farlo con l’aiuto di tutti. Chi non rispetta la legge, chi brucia i copertoni in mezzo ai campi, chi sfrutta donne e bambini, chi gestisce il traffico di rame: ebbene queste persone devono fare i conti con la legge”.
Ben detto, ma chi fa rispettare la legge. (Confrontare questa affermazione con le affermazioni del Prefetto Serra in apertura di questo articolo).

Sull’altro fronte Gianni Alemanno di An ribatte: “ma poi queste cose bisogna farle. Se Roma continua ad essere vissuta e conosciuta come porto franco, come sta succedendo negli ultimi anni e nelle ultime settimane, la situazione sarà presto ingestibile, bisogna intervenire adesso per non dover affrontare poi una vera e propria emergenza. Ci vogliono solidarietà e rigore. Ci vuole il controllo dei campi già esistenti ed evitare che sorgano insediamenti abusivi. Ci vuole un Piano regolatore per la delocalizzazione dei campi nomadi fuori del Raccordo, perché se i campi continuano a gravitare vicino alla città continueranno ad esserci disagi. Dovranno essere campi sosta, quindi temporanei, e soprattutto nel caso di un Piano bisogna coinvolgere la città e tutti i comuni intorno”.
Giusto anche questo, ma poi chi farà tutto questo?

Per Touadi ci vorranno “interventi mirati e portati avanti da amministratori e forze dell’ordine. Ma anche con l’aiuto del governo: perché Roma da sola non ce la fa a sostenere un simile flusso migratorio, non esistono più punti di riferimento all’interno delle vecchie e storiche comunità con le quali noi avevamo dialogo. Ma ripeto: è mutata la qualità dell’immigrazione, per questo la sfida è quella di coniugare solidarietà e legalità”.

A noi, che abbiamo due difetti: la buona memoria e la vecchiaia tutto questo parlarsi addosso senza individuare i termini esatti, nemmeno numerici del problema ingenera due forti fastidi, il primo, quello di aver già inteso da molti, troppi anni, l’enunciazione di slogan, tanto affascinanti quanto improduttivi; il secondo quello di non avere più la pazienza di essere di nuovo illusi su capacità di controllare e gestire il fenomeno che non esistono purtroppo né al governo e né all’opposizione, sia della città che del paese.


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