Smitizzare favole e filastrocche – Pollicino

Ettore Visibelli - 8 Dicembre 2022

Se c’è una favola che da piccolo non compresi fino in fondo, ma che mi lasciò amaramente perplesso senza riuscire a focalizzarne il perché, è stata la storia di Pollicino, concepita, scritta e pubblicata dal favolista francese Perrault, vissuto nella seconda metà del XVII secolo.

Sembrerebbe scritta per i più piccoli, ma ad una analisi più attenta la si dovrebbe considerare indirizzata maggiormente agli adulti, là dove in un periodo nel quale la carestia imperava, col povero Renzo de I promessi sposi intruppato nella calca che dava l’assalto ai forni, l’ignoranza dei più si consolidava nell’analfabetismo di massa, dove si mettevano al mondo figli a ruota libera, un figlio dopo l’altro, fidando ciecamente nella Divina Provvidenza e là, dove questa mancasse, si sopperiva con un consulto famigliare tra marito e moglie, decidendo di comune accordo di portare i sette figli, tutti maschi, a fare una gita nel bosco, habitat del padre taglialegna -e insaziabile cecchino dell’ovaio coniugale-matrimoniale, dove sarebbe stato facile disperdere i loro sette figli. Una soluzione genitoriale davvero ammirevole alfine di sopravvivere, ché con due bocche il cibo sarebbe bastato a sufficienza per continuare lo spasso, con ulteriori gravidanze. Complimenti! E visto che la prima volta non ci riescono, a causa dei sassolini bianchi lasciati per via da Pollicino, perdurando la carestia ci riprovano, con buona sorte, una seconda volta. E già qui, ad una riflessione ponderata, ci sarebbe da chiudere il libro del signor Charles Perrault, deferendolo alin tribunale per abbandono di minori, all’epoca dietro segnalazione di Tam, Tam Azzurro. Al contrario, continua a raccontarci che, con la furbizia ereditata dai genitori, il protagonista della favola salva i fratelli, finendo però nella casa di un orco e della moglie – brava donna – che li nasconde, salvandoli dall’arrivo del marito, di certo intenzionato a mangiarseli in breve tempo. Ma il marito li scopre (ucci,ucci, sento odore di cristianucci…). Strano davvero, ma anche gli orchi a letto ci danno dentro, con sette figlie, le orchette, ed è forse questo surmenage, con una dieta a base soltanto di carne, che dà origine all’orchite. Una origina l’orchite, malattia che, trova nell’uomo, trae il proprio etimo appunto nella dalla smodatezza alimentare e sessuale degli orchi? Può darsi; è verosimile.

Ma nuovamente la furbizia di Pollicino con uno stratagemma inganna l’orco, facendo sì che nottetempo, sgozzi per errore le proprie figlie, permettendo ai magnifici sette di fuggire, anche se inseguiti dal famelico cannibale che calza i magici stivali delle sette leghe, un portento della tecnologia favolistica, ma eccessivamente stancanti, tanto che, disfatto dalla fatica della rincorsa, si addormenta e se li fa rubare dal furbino, eroe del racconto. Proprio magici quegli stivali che con un passo, non soltanto coprono sette leghe, ma capaci soprattutto di adattarsi subito ai piedi di Pollicino, il quale, non contento, corre a chiedere il riscatto alla moglie dell’orco, spacciandole che il marito è stato rapito e che per il suo rilascio occorrono molti soldi per pagare la banda dei rapitori. Si fa dare tutti i risparmi della donna, orchessa sì, ma cretina (ossia, in una parola la deruba) e con quei soldi torna a casa da quei bravi genitori, che accolgono i sette con lacrime di contentezza e festeggiamenti, dimenticando la nefandezza commessa quando li avevano dispersi nel bosco.

Con i soldi rubati alla moglie dell’orcodonna, la famiglia diventa a pieno merito ricca e possedendo gli stivali delle sette leghe, Pollicino troverà subito un impiego ben pagato, presso la casa reale, come fiduciario del Re, per le missioni diplomatiche più delicate, da sbrigare in fretta, grazie agli stivali e nella massima riservatezza.

Cari lettori, inutile che mi dilunghi in un commento che si commenta da solo. Tuttavia mi chiedo quanto sia ancora il caso che simili favole vengano porte ai bambini di oggi, nella speranza che non riconoscano subito l’immoralità, nascosta in tutto il racconto, dall’inizio alla fine.

Se ciò fosse, allora è il caso di ringraziare i favolisti del sei e settecento per l’immenso aiuto didattico regalatoci nella formazione degli odierni teppisti.

 

Non insegnate ai bambini
Non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
Potrebbe far male…   (Giorgio Gaber)

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Commenti

  Commenti: 1


  1. Concordo in molte cose. Inoltre non capisco perché nelle favole possiamo dire quasi tutto e nella quotidianità si deve stare attenti a ogni singolo discorso per evitare di scandalizzate p traumatizzare i bimbi.
    Certo le favole sono figlie dei loro tempi ma talvolta ancora apprezzate dai bambini proprio per la loro natura cruenta che stupisce e in qualche modo smuove paure che alla fine vengono superate e tutto finisce tutto bene.
    È’ vero anche che se si fanno scrivere o raccontare storie ai bimbi loro ne inventano sempre di mostruose 🤪 e che non sempre finiscono bene!

    Una cosa è certa che le favole sono sempre al centro di dubbi e discussioni.
    Ma teniamo conto che è un mondo fantastico dove posso prendere vita mostri e fantasmi che terrorizzano ma che sono lì proprio per essere sconfitti.
    Mariarosa

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