4 giugno 1944

Dopo 9 mesi Roma è liberata, torna un po’ di luce e di fiducia
di Luciano Di Pietrantonio - 3 Giugno 2019

“Da una finestra del primo piano con le fessure socchiuse, una famiglia (padre, madre e due figli) guarda un carro armato Tigre della Divisione Corazzati Tedeschi, fermo sui binari del tram in via Prenestina (fra via Alberto da Giussano e via Ruggero d’Altavilla) e l’equipaggio, formato da 3 carristi che, fuori dal mezzo corazzato, sono indecisi sul che fare: ritirarsi o andare allo scontro con gli Alleati.

Sono circa le 15, di domenica 4 giugno 1944, poco dopo un ricognitore americano colpisce il Tigre tedesco che viene distrutto. Si solleva un gran polverone e i tre militari fuggono.

Verso le 17 sulla via Prenestina arrivano i primi soldati e i corazzati anglo-americani: Roma è libera. La gente scende per le strade festosa, tra battimani e grida di gioia.”

Cosi da un diario di un ragazzo che aveva quasi 8 anni, nel giugno del ’44.

Perché Roma fu occupata dai tedeschi?

Alcuni episodi spiegano come andarono le vicende di questa parte di storia poco conosciuta.

Alle 12 del 7 settembre ’43, al Quirinale, il dott. Rhan, incaricato degli Affari tedeschi in Italia veniva ricevuto dal Re Vittorio Emanuele III che confermava la prosecuzione della guerra da parte dell’Italia.

Alle 17,30 l’Agenzia Reuter comunicava la notizia dell’Armistizio fra Italia e Alleati era stato firmato il 7 settembre ’43.

Alle 19,45 la Radio Italiana diffondeva il proclama del Maresciallo Badoglio (che aveva sostituito Mussolini, come Capo del Governo) al popolo italiano sull’Armistizio con gli Anglo-Americani; per Badoglio firmò il Gen. Castellano e per Eisenhower il Gen. Bendell Smith, l’atto sottoscritto prevedeva la resa di tutte le forze armate italiane.

La sera stessa e nella notte, Badoglio, i principali esponenti militari italiani e la Famiglia Reale fuggirono da Roma, con un corteo di macchine verso Pescara, per poi imbarcarsi per Brindisi.

Il caos nel paese e nelle forze armate senza ordini facilitò l’occupazione nazista.

A Roma, una delle poche zone dove si fece un eroica resistenza, l’esempio di Porta S.Paolo è ancora vivo, civili e militari si opposero con abnegazione nel cedere le armi, sacrificando in molti la vita.

L’occupazione nazista della città di Roma è durata dal settembre del 1943 al giugno 1944, è stata dura e umiliante per tutti i romani.

Un periodo di agonia. Il mercato nero imperversava (la famosa borsa nera) e per sfamare i bambini si facevano tutti i sacrifici possibili. La fame è il denominatore comune per tutti, perché con 100 grammi di pane al giorno, scarsi prodotti alimentari, gas e luce razionati, qualche stufa con poca legna, la vita era veramente difficile.

La città è allo stremo, nove mesi d’inferno con il coprifuoco, malgrado questa situazione non mancavano coloro che avevano una vita brillante, come gli amici dei nazisti.

In quei terribili mesi di occupazione della capitale si organizzò la Resistenza romana, che viveva da anni nella clandestinità antifascista, in modo particolare nei quartieri popolosi nel quadrante orientale della città.

Tra i tanti episodi atroci, che caratterizzarono l’occupazione nazista, ne vanno ricordati almeno due.

1) Il “sabato nero del ghetto”, il 16 ottobre 1943, quando venne rastrellata la zona del Portico d’Ottavia e furono arrestati e imprigionati 1024 ebrei e inviati con carri bestiame piombati, al campo di concentramento di Auschwitz in Polonia, per la “soluzione finale”. Tornarono alla fine della guerra solo 15 uomini e una donna e nessuno dei 200 bambini internati.

2) Il martirio di 335 persone, fra civili e militari, trucidati alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, come atto di rappresaglia a seguito dell’attacco ai tedeschi, da parte della Resistenza romana, in via Rasella.

I sentimenti del popolo romano che aveva vissuto la lunga notte, dell’occupazione nazista, non erano diversi da quelli dei soldati, che avevano sostenuto durissime battaglie sui fronti di Cassino e di Anzio.

Due Armate Alleate erano riuscite a scardinare la linea Gustav, attraverso i monti Lepini e aprire la strada per i Castelli Romani, unendosi alle truppe sbarcate ad Anzio, avevano dato l’ultima spallata alle forze tedesche comandate dal generale Kesserling.

Tanti episodi di eroismo, di generosità, tanti morti, questi furono i giorni che precedettero il 4 giugno ’44.

Altre due vicende, tra le molte accadute, in una fase dove tutto poteva accadere: una di vita e una di morte.

Il socialista Giuliano Vassalli (che ricoprirà, negli anni settanta ruoli, importanti nelle Istituzioni Repubblicane) il 3 giugno ’44, fu liberato per l’intervento di Pio XII, il Capo della polizia nazista Kappler gli dirà :”Ringrazi il Santo Padre se nei prossimi giorni non viene messo al muro come merita”.

Il sindacalista Bruno Buozzi, socialista e parlamentare, esule in Francia, rientrò in Italia per collaborare con la Resistenza romana, fu uno dei promotori della CGIL unitaria e non firmò il “Patto per Roma”, la carta costituente che sanciva la nascita del sindacato, fu arrestato un giorno prima della liberazione di Roma e fucilato insieme ad altri sindacalisti, dai nazisti in ritirata a La Storta sulla Via Cassia.

Per sferrare l’attacco definitivo, per liberare Roma, venne utilizzata la parola in codice “Elefante” che la Radio trasmise il messaggio alle 23,15 del 3 giugno ’44.

Le retroguardie tedesche lasciarono Roma la mattina del 4 giugno, mentre gli ultimi prigionieri di via Tasso erano liberati dalla popolazione, le truppe alleate entrarono a Roma nel tardo pomeriggio, incontrando le prime folle festanti nelle periferie della via Prenestina, della via Casilina, della via Appia, e nelle borgate di Centocelle, Tor Pignattara, Quadraro, dove i fascisti e i tedeschi nelle ultime settimane non avevano osato più passare, né di giorno, né di notte per paura dei partigiani.

Roma, la prima capitale europea liberata era un simbolo per i soldati alleati come lo era per tutti gli italiani.

I romani, in quella giornata straordinaria, invadono le strade gridando: ”E’ finita, è finità”. La città sembra impazzita, ridono, piangono: è la liberazione dopo tante sofferenze.

Le campane suonano a festa e lunedì 5 giugno, centomila romani si riversano in Piazza San Pietro per la benedizione del Papa.

La guerra ancora non è finita, dovranno passare altri lunghi dieci mesi.

I romani hanno visto un po’ di luce e la fiducia ritorna.


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