Arsenico e vecchi merletti

Con Anna Maria Guarnieri e Giulia Lazzarini al Teatro Quirino
a cura di Bruno Cimino e Bruna Fiorentino - 4 Gennaio 2020

Al Teatro Quirino dal 7 al 19 gennaio 2020

Anna Maria Guarnieri e Giulia Lazzarini in

Arsenico e vecchi merletti

di Joseph Kesselring

traduzione di Masolino D’Amico

con  Maria Alberta NavelloMimmo MignemiPaolo RomanoLuigi Tabita
Tarcisio BrancaBruno CrucittiFrancesco GuzzoDaniele BiaginiLorenzo Venturini

scene Franco Velchi – costumi Chiara Donato – luci Luigi Ascione – musiche Matteo D’Amico

regia Geppy Gleijeses

Lo spettacolo ha una durata di 2 ore senza intervallo

 

Lo scrittore Mortimer Brewster, ex scapolo convinto, torna a casa dalle zie Abby e Martha per raccontare del suo fresco matrimonio con Elaine Harper, ma scopre che le due amabili e anziane ziette “aiutano” quelli che affettuosamente chiamano i “loro signori” ossia gli inquilini ai quali affittano le camere, a lasciare la vita con un sorriso sulle labbra, offrendo loro del vino di sambuco corretto con un miscuglio di veleni, e che li seppelliscono nel Canale di Panama, la cantina di casa dove il fratello di Mortimer, Teddy (che crede di essere Theodore Roosevelt), scava e ricopre di continuo nuove buche per occultare i cadaveri.  Deciso a porre fine alla pazzia delle due zie e del fratello, Mortimer cerca di far internare Teddy in una casa di cura, ma i suoi piani vengono sconvolti dall’arrivo dell’altro fratello Jonathan, un efferato pluriomicida i cui lineamenti sono stati rovinati a seguito di numerosi interventi di chirurgia plastica subiti. Anche Jonathan, che è accompagnato dal suo fidato amico, il dottor Einstein, ha un cadavere di cui disfarsi e tenta di seppellirlo nella cantina, per poi eliminare anche il fratello Mortimer. Ormai credutosi l’ultimo erede di una famiglia di pazzi maniaci, Mortimer cerca di allontanare da sé Elaine per il timore di farle del male, ma poco prima della partenza di Teddy per la clinica, le due zie (che intendono seguire Teddy nella casa di cura) rivelano che in realtà Mortimer è il figlio illegittimo di una domestica che era andata a lavorare in casa Brewster poco prima che Mortimer nascesse.

 

NOTE DI REGIA

È difficile catalogare, inserire in un genere Arsenico e vecchi merletti. Non è una farsa macabra, né una satira del giallo. Appartiene certamente a una tipologia di commedia da noi poco praticata e di cui non abbiamo riscontri autorali: “il Brillante”.
Ci potrebbero forse sovvenire autori come Aldo De Benedetti, o Sabatino Lopez, frequentati ormai pochissimo ma in auge verso la metà del secolo scorso, qualche rara perla di Luigi Pirandello (Ma non è una cosa seria) o di Diego Fabbri (La Bugiarda ). Il motivo: per tradizione autorale o eredità diretta, i nostri generi sono tragedia e farsa. E la nostra farsa discende per li rami dalla Commedia dell’Arte. Io ho dedicato tante stagioni della mia carriera a questo genere così poco coltivato dai nostri autori, attori, registi. Ho interpretato Feydeau, Noel Coward, George Bernard Shaw, Oscar Wilde. Ed accanto a loro ricorderei Labiche, Kaufman e Hart e, più vicini a noi, Neil Simon, Michael Frayn e una delle tante facce di Woody Allen. Ma tanti anni fa avevamo molti straordinari attori specializzati nella commedia brillante: pensiamo a Sergio Tofano, Ernesto Calindri, Sara Ferrati, Franco Scandurra, Franco Volpi, Rina Morelli, Dina Galli… E poi Arnoldo Tieri, Alberto Lionello e Johnny Dorelli. Oggi potremmo pensare a Maurizio Micheli, Angela Finocchiaro e pochissimi altri. Eppure questo genere da noi quasi dimenticato ci ha donato delle perle rare se non rarissime. Come Arsenico e vecchi merletti. La catalogazione impossibile dell’opera oscilla per me tra Dark Comedy e Giallo-Rosa. Ma non è poi così importante. Il suo autore, Kesselring, ci ha regalato quest’unica perla, ma veramente preziosa. Migliaia di repliche in tutto il mondo : debutto a Broadway nel 1941 ( cinque anni di repliche ) con Boris Karloff nel ruolo di Jonathan, film di Frank Capra nel 1944, debutto in Italia con la compagnia Morelli – Stoppa il 31 maggio del 1945, al Quirino ( guarda un pò, il teatro che dirigo ) un mese dopo la liberazione…

Pura gioia e divertimento: come Algernon ne L’ importanza di chiamarsi Ernesto disquisisce della funzione sociale dei tramezzini al cetriolo, così in Arsenico i 24 cadaveri che giostrano non hanno alcuna disturbante materialità. Sono puro cartone come i finti polli arrosto delle comiche finali. E così i nostri personaggi, tutti, sono caratteri, sì, ma non hanno psicologie da approfondire, sono “stampelle vestite” o, se preferite, “vestiti che ballano”. E devono essere recitati attraverso un metodo che Maricla Boggio definì, nella sua recensione di una nostra edizione de La palla al piede, parlando della mia recitazione, “straniamento comico”. Tecnica pura, slapstick (in certi casi), divertimento assoluto. Ma entro questi limiti, i congegni comici, i diagrammi geometrici dei rapporti tra i personaggi (che, come in Feydeau, prendono la forma di un diamante), la purezza dell’intreccio, raggiungono il massimo dell’originalità, del rendimento, dell’abilità. Un congegno di alta precisione, una meccanicità che si sublima nella genialità, nell’ebbrezza di un gioco tenuto costantemente sul limite del funambolismo. Poi potremmo fare discorsi molto più alti sul concetto qui esasperato di eutanasia ( le ziette scelgono le loro vittime tra gli anziani abbandonati ) e sarebbe del tutto lecito, ma noi vogliamo pensare all’Arsenico che da Cary Grant in poi abbiamo conosciuto, a quella commedia che le truppe americane adottarono come antidoto alla paura della morte nella seconda guerra mondiale.

Nel 1992, da una delle migliaia stanze d’albergo in cui ho soggiornato in una delle mie tante tournée, ebbi la sfacciataggine di telefonare a Mario Monicelli per proporgli la regia di Arsenico e vecchi merletti. Mi disse subito di sì, senza esitazioni. Era la sua prima vera regia teatrale e fu l’inizio di un grande sodalizio. Lo spettacolo fu uno straordinario successo. E a Mario voglio dedicare questa nostra impresa. Masolino D’Amico curò la traduzione che anche oggi adottiamo. La scena era di Franco Velchi e qui, con alcuni importanti cambiamenti studiati con Michele Gigi, la riproponiamo, come i costumi che ora come allora erano e sono (con varie modifiche) di Chiara Donato, e come le musiche di Matteo D’Amico. Le luci, fondamentali, all’epoca firmate da Sergio Rossi sono oggi, decisamente diverse, dell’artigiano della luce Luigi Ascione, da più di vent’anni mio complice. Le due ziette erano Regina Bianchi e Isa Barzizza: meravigliose.(Geppy Gleijeses)

 
a cura di Bruno Cimino e Bruna Fiorentino

 


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