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Barcelona, un mapa, il film in concorso di Ventura Pons

Presentato ieri alla Festa del Cinema di Roma

Anche noi, in qualità di spettatori, abbiamo fatto il nostro esordio alla Festa del Cinema. Ieri abbiamo visto il film in concorso Barcelona, un mapa di Ventura Pons, cineasta spagnolo alla sua quinta regìa. Forse non otterrà premi ma lascerà sicuramente il segno. Film quasi claustrofobico, di chiaro impianto teatrale, Barcelona, un mapa è tratto da un’opera di Lluisa Cunillé. La vicenda è ambientata in un decrepito appartamento della città del titolo e si dipana nel corso di una sola notte. Ne sono protagonisti i due anziani coniugi affittacamere, il fratello/figlio della moglie, retaggi (o emblemi?) della Spagna franchista e i tre locatari dell’appartamento: un’attempata insegnante, un ex calciatore e una cuoca argentina. Ciò che li accomuna è la solitudine, ma anche la paura di dare una svolta alla loro vita. Il padrone di casa è un malato terminale e i giorni che lo separano dalla morte li vorrebbe passare con la sola moglie, forse per ristabilire un’intimità ritenuta violata. Per questo invita i suoi inquilini a lasciare l’appartamento. Non è la prima volta che lo fa e tutti sembrano ripetere la stessa recita, consapevoli che nessuno se ne andrà mai. Il ritmo dei dialoghi, un po’ pesante per il cinema, è spezzato di tanto in tanto da incisivi flash back simili a fotografie sgranate e di colore opaco, rappresentazione incerta dei ricordi e dello stato emotivo dei protagonisti. Il film è raccontato con uno stile pacato, quasi rispettoso della dignitosa sofferenza del padrone di casa. Nessun pugno allo stomaco quindi, nemmeno quando irrompono temi “forti” come l’incesto, l’adulterio o l’omosessualità. In questo senso siamo lontani dal cinema di Von Triers, da Vinterberg (Festen), da Bier (Dopo il matrimonio) o degli altri seguaci danesi del “Dogma”. Sotto la lente dell’autore, infatti, non c’è la “violenza” della famiglia borghese, ma il semplice microcosmo di una società decadente.

Il film è stato proiettato in una sala, l’ Ikea (più adatta in verità per l’Oktober Fest), la cui metà dei posti era riservata. Ma questa non è una novità visto che in tutti gli eventi culturali di un certo spessore che si svolgono nella capitale, organizzati dal Comune di Roma, la metà dei posti viene sistematicamente riservata a giornalisti, giurati, sponsor, vip , amici degli amici. Posti destinati, in buona parte, a restare desolatamente vuoti (buon testimone chi, questa estate, per esempio, è stato a Massenzio, alla rassegna di Imperatori alla sbarra). L’altrà metà spetta ai cittadini “normali”, quelli oggetto dei proclami veltroniani sulla “proletarizzazione” della cultura, dove si continuano a spacciare per popolari degli eventi dalla connotazione volutamente mondana.

Se anche questo fa parte del “modello” Roma si faccia almeno in modo che i tappeti rossi li possa calpestare chi ne ha voglia.


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