Ciao, Remo

Se ne è andato in una notte di inizio estate il poeta della città eterna, quello che avrebbe accettato solo un cordoglio in versi e parolacce
Eleonora Cianfrini - 22 Giugno 2015

“Mamma Roma, addio”, e stavolta è un addio per davvero, quello di Remo Remotti, novantenne dalla voce comica, incazzata e disincantata della capitale. E anche poeta, scrittore, attore, scultore e artista. Aveva lavorato con Ettore Scola e i fratelli Taviani, con Marco Bellocchio e Carlo Mazzacurati. Nei film di Nanni Moretti era una presenza fissa e sì, ne “Il Padrino, parte III” di Francis Ford Coppola c’era pure lui. Ha lavorato anche con “quello stronzo di Woody Allen”; se ne era andato da Roma per vivere in Perù e poi in Germania. Classe 1924, in un’intervista un paio di anni fa disse di sé: “Ho 88 anni sto con un piede nella tomba e uno nella sorca. Sono nato nel fascismo, nella chiesa cattolica e nel cuore della borghesia romana: praticamente sono nato nella merda”. Sic.

Per i romani Remo Remotti era l’anima di Roma, per Remo Remotti era forse più l’anima de li mortacci tua, ma insomma, ci siamo capiti: a Roma, Remo era il re. Era uno che lo sapeva, e lo diceva, che un uomo per iniziare a capirci qualcosa della vita deve arrivare a cinquant’anni. Era uno che sapeva pure di essere un artista, era uno che da Roma se n’era andato e aveva fatto il ’68 a Berlino e che a fare il marito ci aveva pure provato ma non era cosa, sempre per quel fatto della sorca da cui era bombardato. Era uno a cui piaceva la pittura astratta e più di tutti gli piaceva “quel frocio disperato e alcolizzato di Francis Bacon”, e che a Trilussa preferiva Giuseppe Gioachino Belli. Uno che, come tutti i romani de Roma, sta bene a Roma, ché tanto per nuotare e fare canottaggio c’è il Tevere.

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Sfuggente Remo, triviale e sboccato, strafottente e menefreghista.

Così era il suo saluto a Roma, tanti anni fa: “Me ne andavo da quella Roma del volemose bene e annamo avanti, da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei Sali e Tabacchi, degli Erbaggi e Frutta, quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle. Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma degli uffici postali e dell’anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione… e poi ce so’ tornato”.

E ora che te ne sei andato veramente, Remo… mortacci! ce dovevi resta’!


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