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Disertori tedeschi, il valore simbolico di una scelta

L’Azione Siberstreifen fu ideata dai tedeschi durante l’invasione dell’Unione Sovietica e dopo la disastrosa sconfitta di Stalingrado, per incentivare le diserzioni all’interno dell’Esercito russo

“Generale, il tuo carro armato è una macchina potente / Spiana un bosco e sfracella cento uomini. / Ma ha un difetto: ha bisogno di un carrista. / Generale, il tuo bombardiere è potente. / Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante. / Ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico. /Generale, l’uomo fa di tutto / Può volare e può uccidere. / Ma ha un difetto: può pensare. //”. (Bertolt Brecht)

L’Azione Siberstreifen fu ideata dai tedeschi durante l’invasione dell’Unione Sovietica e dopo la disastrosa sconfitta di Stalingrado, per incentivare le diserzioni all’interno dell’Esercito russo. La cosa non andò affatto bene ai nazisti sia per problemi logistici che per la resistenza dei soldati russi a quell’azione propagandistica. 

Diversamente, numerose – nel corso del Secondo conflitto mondiale – furono le diserzioni dei militari tedeschi impegnati sui diversi fronti di guerra, molte delle quali non furono dettate dalla stanchezza di combattere una guerra, spesso non voluta, ma in molti casi furono una scelta consapevole, una risposta di resistenza che vide molti di quei soldati passare, armi e bagagli, nelle file dei Movimenti di Resistenza attivi in diversi Paesi occupati dai nazisti, Italia compresa. 

Sotto è riportata integralmente una pagina sull’argomento, ripresa dal Sito web https://www.ns-taeter-italien.org/it/temi/diserzione-2

Si tratta di una storia nella Storia che occorre conoscere, anche per una ideale “chiusura del cerchio”. Una storia che ci ricorda di come diverse furono le azioni di resistenza al nazifascismo, messe in atto anche dal popolo tedesco che, per primo e più a lungo, aveva sopportato – spesso consenziente, ma non nella sua totalità – il giogo del nazionalsocialismo. E ancora ci dimostra di come una guerra ingiusta possa, alla fine, aprire gli occhi anche a chi – come per noi ha raccontato Nuto Revelli, Ufficiale fresco di Accademia e volontario in Russia, poi diventato un partigiano – aveva creduto alla “bontà” di quella guerra nazifascista, salvo ricredersi sul campo e passare dalla parte giusta della storia.

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I disertori: il valore simbolico di una scelta

Il fenomeno della diserzione tra i soldati delle forze armate tedesche apparve tardi durante la seconda guerra mondiale ed ebbe dimensioni ridotte. Al contempo, questo aspetto marginale ha un grande valore simbolico per la memoria della lotta di Resistenza contro la guerra e le occupazioni messe in atto in Europa da parte della Germania nazista. 

In Italia i soldati tedeschi disertarono soprattutto nell’estate del 1944 e nella primavera del 1945, arrendendosi alle truppe alleate. Altri cercarono di raggiungere le proprie case. Un numero imprecisabile, ma verosimilmente non esiguo, si unì alle formazioni partigiane. Anche nell’ambito della storia delle stragi il contributo portato dai disertori alla conoscenza di quei crimini e dei loro perpetratori fu spesso decisivo. Nei processi per crimini di guerra del dopoguerra le loro testimonianze hanno avuto un ruolo molto importante per la determinazione delle responsabilità penali dei Täter. 

A lungo considerati nella società tedesca come traditori, il loro contributo fu spesso misconosciuto anche da parte dei partigiani. Solo negli ultimi anni, dopo una lunga lotta per il riconoscimento dei propri diritti, i disertori della Wehrmacht sono stati riabilitati. 

Disertori della Wehrmacht in Italia

La diserzione dei soldati delle forze armate della Germania nazista è un tema complesso e sfaccettato, con molte sfumature. In larga parte essa fu favorita dalla crisi che colpì la Wehrmacht alla vigilia del crollo finale, in procinto di disintegrarsi. Fino all’estate del 1944 si trattò di un fenomeno limitato, numericamente trascurabile e caratterizzato da motivazioni in gran parte individuali: opposizione al regime nazista e alla guerra in generale, insofferenza alla disciplina militare o, nel caso dei coscritti di ceppo etnico non tedesco – come polacchi, sloveni e alsaziani – avversione nazionale contro il predominio della Germania. Sul fronte italiano la diserzione ebbe maggiore consistenza soprattutto in due fasi: l’estate del 1944 e la primavera del 1945.

Un rapporto di marzo 1944 segnala i casi di diserzione e allontanamento ingiustificato verificatisi tra i soldati della 10a armata tedesca. © BArch, RH 20-10/189

Nell’estate 1944 le diserzioni furono sensibili soprattutto nell’Italia centrale, durante la ritirata verso la “Linea Gotica”, quando migliaia di soldati incalzati dall’avversario si consegnarono volontariamente alle truppe alleate. La successiva pausa invernale sull’Appennino fu per molti soldati un’occasione di riflessione sulla propria posizione rispetto alla guerra e di ridefinizione delle proprie lealtà nei confronti della Germania nazista. In questa fase di accresciuta consapevolezza del crollo imminente, si allentarono l’istinto di conservazione e il senso di responsabilità nei confronti delle proprie famiglie che fino ad allora aveva trattenuto molti soldati dall’abbandonare la Wehrmacht. La pausa diede il tempo di preparare la fuga a chi non intendeva affrontare l’ultima battaglia nella pianura padana e da chi non voleva sprecare tempo prezioso della propria vita in un campo di prigionia, sperando da disertore di poter riprendere il prima possibile la vita civile. Si trattava, è ben chiaro, di una sparuta minoranza. La grande massa dei soldati rimase inerte davanti alla catastrofe.

Arrendersi agli Alleati o passare ai partigiani

Volantino indirizzato dai partigiani italiani ai soldati della Wehrmacht per convincerli a disertare. © Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, Torino (ISTORETO), fondo Bogliolo Mario, busta B AUT/mb3, fascicolo 19 Propaganda

La maggior parte dei disertori si arrese alle truppe alleate. Al loro confronto il numero dei soldati della Wehrmacht che passarono con i partigiani fu molto ridotto. Il motivo di questa scelta era che in linea di principio la maggior parte di loro intendeva sottrarsi alla guerra e questo scopo era più facile da raggiungere consegnandosi come prigionieri alle truppe alleate.

Il passaggio con le formazioni partigiane comportava rischi maggiori, poiché i partigiani agivano nelle retrovie ed erano spesso sottoposti a rastrellamenti e a gravi privazioni. Inoltre, i partigiani erano generalmente sospettosi dei nuovi arrivati e accettavano di buon grado solo gli austriaci e i disertori non originari della Germania. A seconda del periodo e della situazione, molte formazioni partigiane passarono per le armi senza alcuna esitazione i soldati tedeschi che si presentavano. Per motivi di affinità ideologica e per la grande ammirazione nei confronti dell’Unione Sovietica, le formazioni comuniste accettavano senza riserve, invece, i disertori di origine slava o sovietica.

Le testimonianze tedesche

Le citazioni provengono da lettere scritte dai soldati della Wehrmacht sul fronte italiano e sono indicative di quali fossero gli stati d’animo dei soldati, le loro preoccupazioni, i loro sentimenti. Tutte le citazioni sono tratte da relazioni della censura postale delle armate tedesche in Italia conservate presso il Bundesarchiv-Militärarchiv di Friburgo.

Piani di fuga

In alcune lettere incontriamo accenni più o meno velati alla diserzione. Così ad esempio un soldato confidava alla moglie: 

  • Non siamo lontani da Bologna (18 km) in direzione della costa adriatica… Ogni giorno ascoltiamo la radio, musica e gli inglesi […]. Non sono così stupido, vestiti civili ce li ho anche io. Nel caso succedesse qualcosa, me la filo. Mi posso anche nascondere”. (Grenadier M. alla moglie, 19 settembre 1944)

Qualche giorno più tardi lo stesso soldato in una nuova lettera scriveva: 

  • La cosa più importante – Dobbiamo inquadrarci nella divisione, abbiamo già ricevuto un ordine, il 20.9 dovremmo presentarci, è impossibile […]. Sono curioso di sapere, che cosa ne faranno di noi? Continueremo a giocare o dovremo combattere? Se dobbiamo andare al fronte, la metà di noi fuggirà. Non sacrificherò la mia vita poco prima della fine. Non preoccuparti per me, so cosa fare … Ho già un posto nel quale posso nascondermi”. 

Percezione dei rischi

Anche il caporale S. riportava la scelta di molti uomini della sua compagnia:

  • “Eh già, la fine ha una brutta faccia, no? Aspettavamo impazienti la nuova bomba. Avrebbe dovuto entrare in azione a inizio ottobre. Ma non è stato così, e mezza compagnia ha disertato”. (Gefreiter S., 5 ottobre 1944)

Un caporalmaggiore della 94. Infanterie-Division scriveva nel tardo autunno del 1944 dall’Appennino bolognese:

  • “La maggior parte di noi avrebbe già disertato, ma dobbiamo sempre pensare ai parenti. Se per esempio io disertassi e ciò venisse scoperto, anche i parenti verrebbero sterminati. Questa è la situazione nel Terzo Reich nel sesto anno di guerra”. (Obergefreiter L. alla moglie, 22 ottobre 1944)

Unirsi ai partigiani

Un caporalmaggiore riferiva di un tenente paracadutista il quale, per sottrarsi a una condanna a quattro anni di prigione, aveva disertato e si era unito ai partigiani. Un’altra lettera racconta la diserzione di soldati di nazionalità polacca, impegnati sulle Alpi sul confine francese:  

  • “Il rancio è al momento molto scarso. Non arriva alcun rifornimento. Abbiamo tutti perso molto, molto peso. Come finirà tutto ciò? Siamo in posizione su diversi passi a un’altezza di 2000m. Un freddo maledetto, ve l’assicuro. Ieri 30 dei nostri (Volksdeutsche della Polonia) si sono uniti ai terroristi”. (Unteroffizier H., 5 settembre 1944).

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