Er Pecetto, uno dei “Ragazzi di vita”

Silvio Parrello ricorda Pier Paolo Pasolini: "Era generoso, forte. Era uno di noi"

Nel primo capitolo di “Ragazzi di vita”, dal titolo Il Ferrobedò, l’agile, sagace e critico tratto di penna di Pier Paolo Pasolini, verso la fine del capitolo, riempie la pagina bianca così:

… Erano più di una cinquantina e invasero il piccolo spiazzo d’erba sporca intorno al trampolino: per primo partì il Monnezza, biondo come la paglia e pieno di cigolini rossi, e fece un carpio con le sette bellezze; gli andarono dietro Remo, lo Spudorato, il Pecetto, il Ciccione, Pallante, ma pure i più piccoletti, che non ci smagravano per niente, e anzi Ercoletto, del vicolo dei Cinque, era forse il meglio di tutti: si tuffava correndo pel trampolino sulla punta dei piedi e le braccia aperte, leggero, come se ballasse. Il Riccetto e gli altri si ritirarono ammusati a sedere sull’erba bruciata e guardavano in silenzio. Erano come dei pezzetti di pane in mezzo a un formicaio e ci sformavano a dover stare a sentire in un canto la caciara...”.

Il Pecetto citato dal poeta, nel passo del libro, è Silvio Parrello: “Pasolini arrivò nel quartiere – ricorda – nel 1954. Quando ancora stava qui, ha cominciato a scrivere Accattone. Come vedeva un campo di pallone, si fermava e anche se stava vestito elegante, si tirava su i pantaloni e cominciava a dare calci al pallone. Quando giocava con noi si trasformava, era un’altra persona. Poi, finito di giocare, ripiombava nella sua profonda malinconia”.

“Era generoso – continua Pecetto – Una volta regalò diecimila lire a mia madre. Alla vista della banconota, mia madre a momenti si sturba”.

Catering a Roma

Quando in estate i ragazzi andavano a farsi il bagno nel Tevere (allora si poteva), Pasolini li seguiva. Faceva le stesse cose che facevano loro. Li osservava, li studiava, perché davanti ai suoi occhi c’erano i soggetti del suo romanzo.

“Questo è il ritratto che fece di noi – conclude Parrello – Nessuno sa dei ragazzi di vita, che anima allegra e leggera avevano. Essi erano cinici, troppo esperti, pronti a tutto, ma bastava una maglietta e un paio di scarpini, perché si scoprisse che anche il bullo tremava. Roma non sarebbe così bella se non ci fossero stati i ragazzi, come in tutte le città. Meridionali o marittimi, sono i ragazzi che danno tono. Precoci, sensuali, aridi, belli, maleducati, spiritosi. Erano i padroni, dettavano legge con l’autorità della gioventù, della bellezza e dell’incoscienza”. E poi aggiunge: “Perché eravamo pure incoscienti”.

E al poeta piaceva la loro incoscienza. Erano ribelli, un po’ come lui: ribelle e anticonformista.

Pasolini ha vissuto tutta la sua vita senza mai piegarsi all’omologazione e al centralismo imposto dal potere, politico e culturale, volto solo a soffocare “l’umano e ogni forma di desiderio autentico”. E allora, cosa c’è di più bello della genuinità di questi ragazzi, autentici e fuori dagli schemi della civiltà dei consumi, forti solo della loro ribelle e incosciente sfrontatezza giovanile.

Il link dell’intervista

https://youtu.be/RyhZjbDx1Hk

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