

Il 31enne, omonimo dell'ex pugile, incastrato dalle denunce di tre commercianti a Tor Vergata e Torrenova
Ha fatto leva sul peso del proprio cognome per mesi, convinto che l’evocazione del clan di appartenenza bastasse a garantire l’impunità e a piegare i commercianti della periferia sud-est di Roma al racket del pizzo. Ma la barriera dell’omertà è crollata grazie al coraggio delle vittime.
Domenico Spada, 31 anni, appartenente alla nota famiglia di Ostia e omonimo dell’ex pugile, è stato arrestato e condotto in carcere con la pesante accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso.
L’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal giudice per le indagini preliminari Gabriele Fiorentino, è il risultato di un’indagine fulminea coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Roma e condotta sul campo in perfetta sinergia dagli agenti del VI Distretto Casilino, della Squadra Mobile e dai Carabinieri della stazione di Tor Vergata.
Secondo l’impianto accusatorio siglato dalla Dda, Spada aveva eletto il quadrante Casilino a proprio feudo personale, prendendo di mira tre diverse attività commerciali tra la fine del 2025 e la scorsa primavera:
Il bar di via Passo Lombardo (Tor Vergata): Il primo blitz risale a dicembre scorso. Entrato nel locale, il trentunenne ha preteso denaro da titolari e avventori. Al loro rifiuto, ha scandito ad alta voce il proprio nome e cognome per gelare i presenti, minacciando di “gambizzare” due persone. Prima di allontanarsi in auto, ha mimato con le dita il gesto di sparare dei colpi di pistola verso le vetrine.
La sala scommesse di Torrenova: Qui gli inquirenti contestano un tentativo di estorsione. Dopo aver perso circa 1.700 euro alle slot machine, Spada ha preteso dai dipendenti l’immediata restituzione della somma contante, minacciando di distruggere l’intero locale se non fosse stato accontentato.

L’escalation più grave e violenta si è consumata però tra la fine di marzo e il 2 aprile all’interno di una ferramenta in via di Vermicino. Spada si è presentato ripetutamente nel negozio, pretendendo “rispetto” e denaro.
Agli esercenti terrorizzati ha ricordato le proprie origini e la potenza del clan, asserendo con arroganza che la ferramenta poteva alzare la serranda ogni mattina solo grazie alla “protezione” garantita dal suo gruppo criminale.
Davanti alle prime esitazioni dei proprietari, l’uomo ha preteso 150 euro in contanti, minacciando di dare alle fiamme l’attività e prospettando aggressioni armate. Una volta ottenuti i soldi, è tornato nei giorni successivi per saccheggiare la merce dagli scaffali senza pagare, rispondendo ai dipendenti che lui “non era tenuto” a saldare il conto.
Il culmine delle violenze è stato raggiunto il 2 aprile: Spada ha fatto irruzione nel negozio impugnando una spatola metallica, brandendola contro i presenti e urlando esplicite minacce di morte.
A interrompere l’incubo sono state le denunce dettagliate dei tre commercianti che, nonostante il fondato timore di ritorsioni, si sono fidati dello Stato.
Le loro testimonianze hanno trovato un riscontro oggettivo e blindato nei file multimediali raccolti dagli investigatori: le immagini dei sistemi di videosorveglianza dei negozi e alcune registrazioni audio ambientali hanno catturato i momenti delle aggressioni e la voce dell’indagato.
Nel firmare il provvedimento restrittivo, il gip Fiorentino ha sottolineato come i comportamenti di Domenico Spada fossero sistematicamente preordinati a evocare la forza di intimidazione del sodalizio familiare, un elemento tipico del modus operandi mafioso utilizzato per condizionare il tessuto economico del territorio e su cui la Procura capitolina ha intenzione di andare fino in fondo.
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