Eternit, memoria del lavoro (che uccide)

La Fabbrica dello svizzero, dell'amianto e del mesotelioma pleurico sarcomatoide

10 Dicembre 1948 – 10 Dicembre 2023

  • “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 10 Dicembre 1948, Articolo 1)

Costituzione della Repubblica Italiana:

  • “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione“ (Articolo 1)
  • “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” (Articolo 32, primo comma)

Nella storia che tra breve leggerete campeggiano due parole importanti, una semplice e l’altra composta: “eternit” e “mesotelioma pleurico sarcomatoide”. la prima parola identifica un prodotto di cemento-amianto, detto anche asbesto (dal greco “asbestos” = indistruttibile o inestinguibile) chiamato eternit perché considerato eterno ed indistruttibile. Le sue polveri, se inalate a lungo, possono produrre la malattia identificata dalla seconda parola di questa storia, il “mesotelioma pleurico sarcomatoide”, ovvero un raro tumore polmonare che trae origine dal mesotelio che costituisce la pleura, cioè la membrana sierosa che avvolge e protegge i polmoni e che riveste la cavità entro cui i polmoni risiedono. Si tratta di un tumore maligno che non lascia, a chi lo contrae, alcuno scampo.

Ma la parola eternit, se scritta con la E maiuscola, identifica anche la Multinazionale svizzera della Famiglia Schmidheiny (a guidarla era, in realtà, il 76enne Stephan, Schmidheiny) che aprì in Italia uno Stabilimento per la produzione dell’eternit. Lo Stabilimento, situato in Località Casale Monferrato (Alessandria), Quartiere Ronzone, venne aperto nel 1975 e venne chiuso definitivamente il 6 Giugno del 1986, lasciando 350 operai senza lavoro. A quel tempo l’eternit, ovvero l’amianto, non era considerato pericoloso e per le sue qualità di durezza e resistenza era impiegato nell’edilizia e in diverse altre lavorazioni industriali. 

Perché ne scrivo oggi? Il 10 Dicembre 2023 è il 75° Anniversario della proclamazione, da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite riunita a Parigi, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e a 75 anni dalla promulgazione della nostra Carta Costituzionale, entrata in vigore il 1° Gennaio del 1948, ovvero 11 mesi prima della Dichiarazione Universale. Ne scrivo perché innanzitutto il lavoro è un diritto, come lo è la salute. E poi perché – al termine di un lunghissimo iter giudiziario (sotto ne riporto le tappe) – sono state rese pubbliche le motivazioni della Sentenza della Corte D’Assiste di Novara che ha condannato il magnate svizzero padrone della Eternit a 12 anni di carcere, per “omicidio volontario plurimo con dolo eventuale” (la Pubblica Accusa aveva chiesto la condanna all’ergastolo) per le 392 morti provocate, nel tempo, dalla polvere di amianto inalata a lungo e dagli operai della Eternit e dagli abitanti della zona in cui sorgeva quella Fabbrica assassina. 

Nelle 1.120 (leggasi mille-cento-venti) pagine della Sentenza c’è tutta la storia della Eternit, della lotta degli operai per la loro salute e di quelle 392 morti, con le vittime elencate in stretto ordine alfabetico, pagina dopo pagina per un gran numero di quelle pagine. Ma ci sono anche tutti i tentativi del padrone svizzero di occultare la verità, cercando di salvare non tanto la sua onorabilità, alquanto compromessa dopo anni di Procedimenti penali, quanto il profitto. La Sentenza mette, infatti, nero su bianco, in maniera definitiva e inappellabile, il fatto che “Schmidheiny sapeva tutto” e dunque sua è stata (ed è) la colpa di non avere attuato quanto poteva (e doveva) per porre fine a quella strage di vite.

Eternit: le tappe processuali verso la verità

1. Il primo Processo ai proprietari della Eternit inizia nel 2009. L’accusa è di “disastro doloso ambientale” per le morti da amianto alla Eternit.

2. Arriva la condanna a 16 anni di carcere per Stephan, Schmidheiny e per il Direttore dello Stabilimento, Caertier De Marchienne. Nel 2013 la condanna è aumentata a 18 anni.

3. Il reato di “disastro ambientale” viene dichiarato prescritto dalla Cassazione nel 2014. Le condanne di primo grado vengono così annullate.

4. Nel 2021 viene avviato un altro Processo. Le accuse stavolta sono di “omicidio volontario plurimo con dolo eventuale”. La condanna è a 12 anni di carcere, mentre l’accusa aveva chiesto l’ergastolo.

Quella delle morti da eternit non è solo la storia di centinaia di omicidi sul lavoro, una storia ripetuta 392 volte, in modo sempre uguale, ma è anche la “Spoon River” di un’intera comunità dove ancora oggi, ogni anno, 50 persone si ammalano, soffrono e muoiono, di “mesotelioma pleurico sarcomatoide”.

La prima vittima, ricordano le cronache locali, è stata una donna. Si chiamava Stefania Balduzzi, morta a 75 anni, il 20 Dicembre del 2013. Aveva lavorato alla Eternit dal 1958 al 1984 e da sempre abitava a Casale Monferrato. la sua Cartella Clinica – uguale a tante altre per la diagnosi e la causa dell’exitus, – ci dice che abitava a 2457 metri dallo Stabilimento e a 1987 metri dal Magazzino della Eternit: a troppo poca distanza dal “mostro”, per avere salva la vita. L’ultima vittima di cui la Sentenza della Corte D’Assiste di Novara fa menzione (a pagina 650) è ancora una donna. Si chiamava Gabriella Zanaboni, aveva 57 anni e a differenza del padre Giuseppe – che faceva il camionista per la Eternit – non lavorava in Fabbrica, ma entrambi vivevano a Casale e ora non ci sono più per colpa di quelle polveri assassine.

L’accusa, per quei 12 anni di carcere comminati agli imputati, è stata – come ho scritto – quella di “omicidio volontario plurimo con dolo eventuale”, ma i Giudici novaresi hanno aggiunto anche: “ma con colpa cosciente”. Il che vuol dire, nel loro linguaggio tecnico (ma anche nel nostro che tecnico non è) che Stephan, Schmidheiny, il padrone svizzero e i suoi sodali, tutto sapevano sulla pericolosità per la vita di quella polvere di amianto e niente hanno fatto, per gli 11 lunghi anni in cui lo Stabilimento del Quartiere Ronzone di Casale Monferrato ha – come fosse un vulcano attivo – eruttato polveri di amianto e di morte nello stesso momento. Nulla il padrone svizzero e i suoi sodali hanno fatto di quello che poteva (e doveva) essere fatto per preservare la vita degli operai e dei cittadini della zona: una vita (che è un diritto) e ancora un altro diritto, quello di lavorare per vivere, vilipesi per 392 volte. Assassini!

Riguardo la Sentenza della Corte D’Assiste di Novara, così scriveva Giuliana Busto, Presidente dell’AfeVa (Associazione Famiglie Eternit Vittime Amianto) l’8 Giugno scorso sul Sito web dell’AFeVa:  “La Corte d’Assise di Novara ha decretato che questo qualcuno è Stephan Schmidheiny. La sua responsabilità riguarda sia gli ex lavoratori sia i cittadini vittime di esposizione ambientale. L’impianto accusatorio ha tenuto. E’ importante che abbia retto la tesi della procura secondo cui non conta soltanto la prima esposizione, ma hanno rilevanza anche le dosi aggiuntive ai fini di un’anticipazione della malattia e della morte. Il presidente Pezone ha impiegato 16 minuti esatti per leggere il verdetto, pronunciando i nomi a uno a uno: la sua voce spezzata dalla tensione e della stanchezza incideva il silenzio dell’aula affollata di magistrati, avvocati, famigliari, attivisti, giornalisti (con troupe italiane e straniere) e studenti. Tutti in piedi, per rispetto soprattutto a quei nomi che, in un’immaginaria sovrimpressione, sfilavano abbinati ad altrettanti volti e storie. 

La Corte ha altresì riconosciuto alle parti civili il diritto ai risarcimenti da perseguire in separate cause civili, ma ha già anche deciso di assegnare diverse provvisionali, tra cui 50 milioni al Comune di Casale, la stessa cifra che aveva richiesto l’avvocato Esther Gatti (era presente in aula con fascia tricolore il sindaco Federico Riboldi), 30 milioni alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e 500 mila euro all’associazione Afeva (stesso importo richiesto dall’avvocato Laura D’Amico). Si tratta del primo grado di giudizio dell’Eternit Bis. Ci sarà certamente un processo d’appello, ma prima di impugnare le parti dovranno ovviamente leggere e capire le motivazioni. Una più approfondita riflessione in merito al significato e ai risvolti del verdetto (dopo 42 udienze, articolate tra il 9 giugno 2021 e il 7 giugno 2023) sarà pubblicata su questo sito www.silmos.it – entro sabato 10 giugno.”

L’amianto oggi, in Europa e in Italia

“Lo ha ribadito il Parlamento europeo, lo confermano gli ultimi dati epidemiologici raccolti in Italia. C’è un’altra “epidemia” in atto. È quella causata dall’amianto, minerale fibroso cancerogeno, usato in edilizia e nell’industria, ritenuto per troppo tempo indistruttibile ed “eterno”. Per aver respirato le sue fibre, mille volte più sottili di un capello, disperse dentro e fuori le abitazioni, scuole, ospedali, nei luoghi di lavoro, in Europa muoiono ogni anno almeno 80mila persone. In Italia, tra il 2010 e il 2016, sono stati 4.410 decessi all’anno, secondo quanto elaborato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss), attribuibili all’esposizione da amianto, detto anche asbesto per tumori cancerogeni maligni come il mesotelioma, causato esclusivamente dall’amianto e le cosiddette malattie dette “asbesto-correlate”.

Tra queste l’asbestosi e i tumori ai polmoni e alle ovaie, a cui si aggiungono con il giudizio di “possibile cancerogenicità” i tumori della faringe, dello stomaco e del colon-retto. Malattie che non è possibile prevenire se non attraverso l’eliminazione delle fibre nocive dall’aria che respiriamo. Il lunghissimo tempo di latenza dell’insorgenza delle neoplasie, che possono manifestarsi tra i venti e i quarant’anni dall’esposizione ambientale alla polvere d’amianto, rende impossibile ogni altra forma di prevenzione. Sebbene il nostro Paese sia uno dei primi al mondo ad averlo messo al bando con la Legge n. 257 del 27 Marzo 1992, resta tuttora quello con il maggior numero di casi di mortalità ascrivibili alla fibra killer.”.

Fonte – www.wired.it/article/amianto-bonifica-italia-eternit-dati-malati-mesotelioma/

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

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