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Femminicidi o scintille di follia?

Il Caso di Andrea Rea, il “Mostro di Posillipo”

Carbonia, Sardegna. Statale 126, Mercoledì pomeriggio 17 Aprile 2024. Lei cammina lungo la strada e sta parlando al telefonino con la Polizia, per denunciare il suo ex compagno che ha ripreso a tormentarla e pedinarla e la sta seguendo in auto su quella strada. Lui la segue (nonostante il divieto di avvicinamento alla donna, ricevuto dopo la denuncia per stalking) poi ad un tratto lui la investe. Lei crolla a terra e finisce in Ospedale, con pesanti fratture multiple e diversi traumi, ma non è in pericolo di vita. Lui è arrestato dagli Agenti del Commissariato di Carbonia e della Squadra Mobile di Cagliari. Lei si chiama Amanda ed ha 45 anni. Nonostante se la sia vista brutta, non è in pericolo di vita. Non così non è per le 20 donne, 18 delle quali uccise dal compagno/coniuge, da Gennaio di quest’anno ad oggi, mentre il contatore dei femminicidi continua a girare … senza mia fermarsi.

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.” (Franco Basaglia (1924-1980)

“Il disturbo mentale è una condizione di non libertà; è una mancanza di libertà psicologica, nel non riuscire a disporre di sé, ma è altresì una ben concreta mancanza di possibilità di scelta.” (Giovanni Jervis, Psichiatra)

“Ci siamo divertiti come matti” (dal film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, 1975, diretto da Miloš Forman, con Jack Nicholson)

Per darci una definizione, il più precisa possibile della follia, da aggiungere a ciò che avete letto sopra, così scrivono Sergio Moravia e Leonardo Ancona sull’”Universo del Corpo”, dell’Enciclopedia Treccani, Edizione del 1999: “Il termine follia, come il suo sinonimo pazzia, indica uno stato generico di alienazione mentale. Di difficile definizione da parte del sapere medico e psicologico, attualmente il suo impiego è estremamente ridotto in ambito scientifico, dove si fa ricorso a nozioni più specifiche, più rigorose e anche meglio verificabili per definire disturbi mentali e organici tradizionalmente compresi sotto la denominazione di follia.”.

Certo non è né facile accettare socialmente la follia come condizione diciamo così normale, ancorché particolare. Se per molti la follia è una condizione che viene rigettata non solo dalla mente, per il folle    come scrive Giovanni Jervis – la follia è una gabbia da cui non è facile uscire e questa condizione di reclusione, non solo del corpo, spesso non è capita dalla società.  Da sempre, infatti, le società comunque organizzate hanno respinto ed emarginato il “folle”, meglio “il matto”, considerandolo “straniero” (leggi estraneo) al sistema sociale vigente, e per “difendersene” lo hanno rinchiuso in spazi ristretti e sorvegliati: i Manicomi o gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) nel caso in cui la follia avesse originato, in chi la “portava” in sé, una qualsivoglia forma di delitto. L’idea dominante nel confronto del potere con la follia e il folle era, dunque, quella di confinarlo in uno spazio limitato e strettamente controllato, così allontanandolo dai suoi simili considerati normali come se si fosse in presenza di un qualcosa di infettivo che così veniva enucleato dal corpo sano della società. Et voila, la questione – lo “gnommero,”, avrebbe sentenziato il Commissario Ingravallo del romano “Pasticciaccio brutto” – era così definitivamente risolta.  

E invece niente affatto. Poiché – come leggerete – la follia, quella vera, (meglio la malattia mentale) è spesso di complicata diagnosi e questo ha giocato – e gioca – a favore di molti “folli” immaginari, che altro non erano che dei malfattori o degli assassini in cerca di una scappatoia alla galera, mentre altri – come il serial killer di cui scrivo qui – erano persone nelle quali la malattia mentale aveva scatenato istinti criminali portandoli a compiere delitti in serie, in questo caso soprattutto di donne. Rifacendomi, infatti, ad altre mie Note aventi per argomento i serial killer, faccio osservare come le vittime di sesso femminile siano state spesso una costante nelle “preferenze” degli o delle assassini/assassine.

Una parentesi utile a capire e capirci, prima di entrare all’interno della storia di cui a questa Nota, voglio però ricordare – nel centenario della sua nascita – un attento osservatore e studioso della malattia mentale e di chi ne era colpito, un Professionista della cura, ovvero il Professor Franco Basaglia a cui molto dobbiamo, come cittadini di un Paese civile e democratico. 

Basaglia per tutta la sua vita, ha lottato per comprendere, curare (nel senso di “prendersi cura”) e cercare di far rientrare nella comunità da cui erano stati espunti, i malati mentali, i folli. E lo ha fatto considerando e sempre rispettando il malato mentale come persona, cercando di capire i meccanismi della sua malattia, diversi da malato a malato, e bel contempo riuscendo anche a far nascere ed approvare dal Parlamento la Legge n.180/78, di riforma della Psichiatria; Legge che comprendeva, non solo nuove regole per l’utilizzo della cosiddetta terapia elettro-convulsiva (leggi “elettroshock) prima molto in auge tra gli Psichiatri, ma anche la chiusura definitiva dei Manicomi e la creazione di Servizi Psichiatrici territoriali. 

Una Legge, la 180, per quel tempo, all’avanguardia e non solo nel nostro Paese (come era stata – sempre nel 1978 – la Legge n. 833 che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale e all’Articolo 34 regolamenta il cosiddetto TSO o Trattamento Sanitario Obbligatorio) (vedi appresso). Ma la “Legge Basaglia”, come la Legge 180/78 è spesso indicata, non prese, però, in considerazione gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), che rimasero dunque, operativi, sotto la responsabilità del Ministero della Giustizia, trovandosi così distaccati dal circuito della psichiatria territoriale voluta dalla 180.

Il TSO

TSO significa Trattamento Sanitario Obbligatorio, ovvero quando una persona viene sottoposta a cure mediche contro la sua volontà (legge n., 833, del 23 dicembre 1978, articolo 34). In pratica, tranne alcune rarissime eccezioni, si verifica solo in ambito psichiatrico, attraverso il ricovero (forzato) presso i reparti di psichiatria degli ospedali pubblici (SPDC – Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura).

Le leggi sul ricovero forzato sono state utilizzate in tutto il mondo per giustificare vari tipi di soprusi: finanziario, sessuale, politico, per profitto commerciale, eredità e addirittura per la sicurezza del governo. Come CCDU crediamo che esse siano una privazione dei Diritti Umani e …

La legge stabilisce che si può attuare il TSO alle seguenti condizioni:

1. La persona necessita di cure. (secondo i sanitari che l’hanno visitata)

2. La persona rifiuta le cure.

3. Non è possibile prendere misure extraospedaliere.

Fonte:www.ccdu.org/tso/trattamento-sanitario-obbligatorio#:~:text=Nella%20nuova%20legge%2C%20la%20legge,aveva%20ispirata%2C%20scritta%20n%C3%A9%20appro

La storia di Andrea Maria Rea

Ricorderete certamente la storia di Cesare Serviatti, di cui ho scritto qualche tempo fa, il serial killer degli annunci di matrimonio pubblicati sui giornali che uccideva le donne, le smembrava e piazzava i loro resti sui treni in grosse valige che “dimenticava” a bordo dei vagoni. Bene, perché anche Andrea Maria Rea (1956), il protagonista di questa storia e a sua volta serial killer, almeno in un caso ha utilizzato una grossa valigia per occultare i resti di una sua vittima. Il primo uccideva per denaro, il secondo per la follia che si era impadronita della sua mente, dopo il pesante trauma scatenatosi in lui da ragazzo, dalla morte del fratello, follia che non aveva nessuna intenzione di abbandonarlo, come dimostreranno i suoi delitti.

Quella che segue è una storia “parte-nopea e parte no”, come avrebbe detto il Principe Antonio De Curtis, in arte Totò, perché inizia a Napoli (Rea è etichettato, dai cronisti di nera, come “Il Mostro di Posillipo”) – prosegue in Carcere e negli OPG e continua nella REMS (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) in Provincia di Caserta, dove attualmente Andrea Maria Rea vive. 

Dunque, Rea nasce nel 1956 in una famiglia dell’alta borghesia partenopea e già nel 1983 viene arrestato per violenze sessuali contro una turista finlandese ad Ischia. Dopo quell’episodio violento la famiglia lo fa internare in una Casa di Cura dove incontra la sua prima vittima, Anna Bisanti. Il giorno di Natale del 1983, Rea convince la 27enne napoletana a salire sulla sua auto, in cui la uccide con un coltello, poi la chiude in un sacco che getta in mare. Per entrambi gli episodi Rea viene internato in un OPG. 

Dopo qualche anno, rimesso in libertà, Rea prima violenta un’amica e poi torna ad uccidere. E’ il 3 Settembre 1989 e il Napoli sta giocando contro l’Udinese. In strada non c’è nessuno quando una moto arriva a Marechiaro e abbandona, tra due macchine, una valigia in similpelle. Ad accorgersi del sangue che gocciola fuori dalla valigia è una bambina che avverte i genitori dello strano liquido che fuoriesce da quel contenitore. I carabinieri arrivano sul posto ed è così che si rivela lo sconcertante contenuto di quella valigia: è il cadavere di una donna. Avvolta in un lenzuolo, ha le mani legate dietro la schiena, la bocca è coperta da un cerotto e presenta segni di morsi e coltellate su tutto il corpo. Il suo nome è Silvana Antinozzi è una dipendente del Comune di Napoli, da tempo tossicodipendente.

Confessioni di un serial-killer

Sì, l’ho uccisa io. Perché? Ma lei voleva uccidere mio padre …! E poi io e i miei due amici abbiamo il compito di purificare il mondo dalle donne. Certo, da tutte le donne ma soprattutto da quelle come lei ….” (dal Verbalee di interrogatorio di Andrea Maria Rea)

L’omicida confermò al Magistrato di aver preso il coltello nella cucina a casa dei genitori e d’essere andato dalla Antinozzi. Dunque, Rea, quel 3 Settembre del 1989, prima lega le mani della donna, le tappa la bocca con un cerotto, la stende sul letto e, infine, la uccide a colpi di arma da taglio. Poi taglia a pezzi il cadavere, con un coltello da prosciutto, sistemando le parti del corpo della donna in una valigia, quella che la bambina rinverrà nei pressi della spiaggia di Marechiaro. 

Dopo il delitto Rea fugge a Nizza in treno, ma lì viene fermato, in stato confusionale, da alcuni poliziotti e portato in Clinica, arrestato è sottoposto a Processo. Alla fine delle vicende processuali il serial killer di Posillipo verrà dichiarato schizofrenico e paranoico, condannato a 10 anni per l’omicidio Antinozzi e 5 anni per quello Bisanti e internato in un OPG. Il 23 Febbraio 2003 il “Mostro di Posillipo” lascia l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario “Filippo Saporito” di Aversa, dove era stato rinchiuso nel 1999. Usufruendo di un permesso premio ma, invece di andare a trovare i genitori, come era previsto facesse, Rea sale su un treno per Milano. Verrà però rintracciato dalle forze di Polizia meno di 48 ore dopo. Oggi, il sessantenne Andrea Maria Rea vive in Provincia di Caserta in una REMS, Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza-. Così si conclude la storia del “Mostro di Posillipo”, il più vecchio detenuto e internato in OPG che la Repubblica Italiana abbia annoverato tra gli “ospiti” delle patrie galere e di quelle Istituzioni manicomiali. 


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