Gli scemi di guerra

Giorgio Giannini - 9 Novembre 2022

Gli studi sulle conseguenze psichiche che si producono nelle menti dei soldati in guerra, sono stati studiati in Italia solo dagli anni settanta del Novecento, con molto ritardo rispetto ad altri Paesi. Risalgono, invece, agli inizi del Duemila gli studi più importanti sui traumi  psichici vissuti dai nostri soldati nella Grande Guerra, soprattutto in quelli che si trovavano  al fronte e combattevano nella prima linea.

La lunga esposizione a condizioni traumatizzanti, come l’incombente pericolo di morte, l’inquinamento acustico dovuto alle fortissime deflagrazioni dei bombardamenti, le tremende condizioni di vita nelle trincee, l’attesa spasmodica dell’assalto nemico, i combattimenti all’arma bianca, produssero conseguenze terribili nelle menti, oltre che nei corpi, dei soldati. Molti manifestarono disturbi gravi: la perdita della memoria, della parola e perfino del controllo muscolare, che induceva ad assumere l’automatismo dei movimenti o l’immobilità.

Oltre 40.000 nostri soldati furono ricoverati negli Ospedali psichiatrici per gli choc subiti non solo per i bombardamenti e per i combattimenti, ma anche per la tremenda vita nelle trincee, nelle quali erano perseguitati dai pidocchi e dalle cimici, ed anche per la visione dei molti cadaveri insepolti nella “terra di nessuno” e dei commilitoni morti e sepolti vicino alle trincee e dissepolti dalle cannonate nemiche,  dei quali  sentivano il tremendo tanfo della putrefazione.

Inoltre la morte era sempre incombente e poteva sopraggiungere in qualsiasi momento, anche nella notte, con i tremendi bombardamenti e con i gas.

È naturale che in questa situazione di continua tensione emotiva, molti militari non reggevano ed “impazzivano”. Circa 4.500 di essi rimasero definitivamente “segnati” nella mente oltre che nel corpo e sono stati chiamati gli “scemi di guerra”.

I militari che al fronte presentavano sintomi di “instabilità mentale” (che peraltro non era riconosciuta dai medici come “follia di guerra”), che non regredivano e persistevano, o addirittura  si aggravavano nel tempo, venivano inviati al Centro di Prima Raccolta della Zona di Guerra, allestito all’Ospedale Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia. In seguito furono allestiti vari Ospedali psichiatrici militari o Sezioni Militari negli Ospedali psichiatrici civili, in convenzione con la Sanità Militare, come a Mombello (Milano).

I ricoverati negli Ospedali erano visitati e curati dagli Psichiatri. Se avevano subito uno choc temporaneo, appena guariti erano rispediti al fronte. Se invece erano riconosciuti “malati di mente”, erano inviati all’Ospedale psichiatrico territorialmente competente in base alla loro residenza, per la prosecuzione della “terapia”.

Invece i ricoverati che erano considerati “simulatori”, cioè fingevano malattie mentali inesistenti, oltre ad essere rispediti ai propri Reparti, per combattere, erano anche denunciati all’Autorità Giudiziaria Militare, che li puniva severamente, anche per “dare l’esempio”, allo scopo di evitare future simulazioni.

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Al riguardo gli Alti Comandi Militari consigliavano i medici di valutare attentamente i casi per scoprire le simulazioni e quindi per evitare che si diffondessero tra i soldati, come avveniva per l’autolesionismo. Pertanto, gli psichiatri sottoponevano i militari ricoverati anche a trattamenti violenti, come le scariche elettriche e le percosse, per  verificare le “reazioni” del paziente e quindi accertare l’esistenza della malattia mentale e di conseguenza la sincerità del militare.

Naturalmente gli psichiatri tendevano a ridurre al minimo i casi di malattia mentale perché si trovavano davanti a casi di squilibrio mentale “nuovi”, che erano la tragica conseguenza di quella drammatica e cruenta guerra, e che pertanto non conoscevano, sia perché non li avevano studiati nei testi universitari, sia perché non li avevano trattati in precedenza, nella vita civile, e quindi non erano preparati a riconoscerli come disturbi mentali e, come tali, a curarli.

Pertanto, la maggior parte dei medici, nonostante l’aumento notevole dei casi di disturbo mentale tra i militari, non ritenevano che la guerra fosse un “agente patogeno”, cioè erano convinti che la guerra non era la causa della loro follia o del loro disagio. Quindi, i soldati che avevano dato segni di squilibrio mentale erano considerati  degli “anormali”, cioè persone che erano già “squilibrate” prima del conflitto, il cui “disagio mentale” derivava da situazioni pregresse, ed i sintomi si erano manifestati in modo chiaro in seguito agli choc subiti nella prima linea.

In molti casi i medici, per evitare di prendere decisioni,  inviavano i soldati in altri ospedali. Pertanto molti passavano da un ospedale ad un altro.

Invece la situazione era molto diversa per gli Ufficiali sia perché in genere vivevano di meno gli choc della guerra, perché la loro vita al fronte era indubbiamente diversa  rispetto a quella dei subordinati, sia perché, in caso di malattia potevano ricorrere alle risorse finanziarie della famiglia per ricevere cure adeguate, in Reparti specializzati.

Con la chiamata alle armi il militare aveva subito un profondo processo di spersonalizzazione, considerato dagli studiosi analogo a quello che subiva l’operaio nelle fabbriche, ed era diventato un “soldato massa”, che obbediva docilmente agli ordini dei Superiori, che credeva a tutto quello che gli era detto e che imitava il comportamento altrui. In questo “processo di spersonalizzazione il soldato cambiava, progressivamente, la propria personalità fino ad assumere una identità molto diversa,  diventando quasi un “automa”.

Molti giovani che in passato, soprattutto al Sud, potevano sottrarsi facilmente all’arruolamento nell’Esercito, ora non potevano più evitarlo, per le nuove modalità di funzionamento dell’Amministrazione pubblica e per i controlli più efficienti attraverso le  Forze dell’ordine, soprattutto i Carabinieri.

Inoltre la propaganda bellica esaltava la guerra come lotta patriottica ed il sacrificio per la Patria, con la “bella morte” in battaglia. Parallelamente si assisteva a quella che è stata chiamata la “militarizzazione della virilità”, attraverso l’esaltazione del combattente, raffigurato sempre come persona sicura, sprezzante del pericolo e pronta all’estremo sacrificio della vita, come eroe e quindi come modello da imitare.

Pertanto, non essendo possibile evitare la chiamata alle armi e l’invio al fronte, l’unica possibilità per evitare la tragica situazione della guerra, divenne quella di “trincerarsi dentro se stessi”, di fuggire dalla realtà. La malattia mentale divenne quindi il mezzo per la “fuga dalla guerra” e dal suo drammatico contesto.

I sintomi dello squilibrio mentale si manifestavano in molteplici forme.

La sconvolgente esperienza del conflitto provocava una profonda “crisi di identità” in molti soldati, che assumevano comportamenti tipicamente femminili o infantili, come il pianto o il lamento continuo, che induceva molti medici a descriverli nelle cartelle cliniche con disprezzo. Questi atteggiamenti sono stati considerati dagli studiosi il rifiuto del “modello  di virilità” che era stato loro imposto, secondo il quale il soldato doveva saper reprimere le emozioni e restare impassibile di fronte ad ogni situazione, anche quelle più atroci che accadono in guerra.

In particolare alcuni assumevano non solo gli atteggiamenti e le movenze  infantili, ma anche la voce, ad esempio chiedendo con insistenza:«Quando viene la mamma?».

Altri mettevano le foto dei familiari sul letto e le guardavano a lungo, con espressione dolorosa, come se non li dovessero più rivedere.

Alcuni diventavano muti, specie dopo aver appreso la notizia della morte in guerra di un fratello o di un amico affettuoso.

Altri continuavano a tenere comportamenti marziali, ad esempio scattando improvvisamente sull’attenti.

Alcuni rivivevano la battaglia gridando ordini, riproducendo con la bocca il rombo del cannone, si gettavano a terra, come per ripararsi dalle bombe e dai proiettili.

Altri, soprattutto chi era stato mezzo sepolto da una granata o aveva vissuto l’attacco con i gas asfissianti, si sentiva soffocare e chiedeva  di continuo di aprire le finestre.

Alcuni tentavano di usare violenza contro gli Ufficiali, considerati responsabili della immane “carneficina” della prima linea.

Alcuni tentavano di suicidarsi, anche più volte, perché temevano di essere fucilati.

Qualcuno assumeva un comportamento descritto dai medici come “non umano”, quasi bestiale, quale l’ansimare di continuo come un cane dopo una lunga corsa.

Molti si spogliavano non solo della divisa, ma anche degli indumenti intimi, cercando di scappare dall’ospedale. Questo comportamento, che alcuni avevano tenuto anche nella caserma e nella trincea, aveva un forte connotato simbolico. Infatti il soldato, spogliandosi della divisa, si liberava dal drammatico contesto della guerra, in cui era costretto  vivere, e la successiva fuga aveva il significato della “rinascita”.

Inoltre molti avevano perso i loro “tradizionali punti di riferimento” perché erano stati catapultati al fronte, in un luogo spesso molto lontano da quello di origine, e soprattutto “sconosciuto”, di cui non avevano mai avuto esperienza.

Era cambiato, anzi era stato sconvolto, l’ordine naturale delle cose che conoscevano, come l’alternanza del giorno e della notte, del tempo del lavoro e del tempo libero, dato che nella trincea si doveva essere sempre “all’erta”, perché il nemico poteva attaccare all’improvviso, anche di notte.  Pertanto la morte era sempre incombente; non era più un “fatto naturale”, che si verificava in tarda età o in seguito ad una grave malattia.

Infine, ad impazzire, ed a finire in manicomio, erano anche alcune madri che avevano perso  in guerra più figli (anche quattro o cinque).

BIBLIOGRAFIA

  • Bruna Bianchi, La follia e la fuga: nevrosi di guerra, diserzioni e disubbidienza nell’Esercito italiano (1915-1918), Bulzoni, Roma 2001
  • Antonio Gibelli, L’officina della guerra. La grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino 2007
  • Andrea Scartellati (a cura di), Dalle trincee al manicomio. Esperienza bellica e destino di matti e psichiatri nella Grande Guerra, Marco Valerio,Torino 2008
  • Roberto Marchesini, Il paese più straziato. Disturbi psichici dei soldati italiani della Prima Guerra Mondiale, D’Ettoris Editori, Crotone 2011

Commenti

  Commenti: 2

  1. Alfredo Stirati


    Analoghe turbe psichiche sono state registrate durante e dopo conflitti più recenti (Vietnam, Afghanistan, Iraq ecc.). Quando cesseranno le guerre in nome di un’universale fratellanza?


    • Cesseranno solo quando saremo tutti consapevoli di chi siano i provocatori. Una volta allo scoperto che lo vogliano o no saranno fermati!

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