Gli Stati Generali fra storia e commedia dell’arte

Ettore Visibelli - 13 Giugno 2020

Per definire gli intenti di un governo, esistono nuove dizioni che si trincerano o dietro terminologie che non appartengono al dizionario della lingua italiana, oppure a ricorrenze, rispolverate dalla storia, che non promettono niente di positivo nel prosieguo del loro cammino. Ciò in virtù di quello che la storia insegna, ingenerando in chi la studia i timori nel domani, tramite il racconto di quanto accaduto l’altro ieri. La scelta di dare il titolo di “Stati Generali dell’Economia” ad un raduno di persone, più o meno qualificate a indicare che cosa fare, per fare qualcosa, mi sembra di cattivo gusto e poco augurale, ricordando cosa accadde in Francia, prima e dopo la rivoluzione, nell’ultimo ventennio del Secolo XVIII, dopo la convocazione degli Stati Generali.

Robespierre era l’Avvocato del Popolo (Primo Presidente della Convenzione, ghigliottinato nel 1794) e Marat lo stratega (Membro della Convenzione pure lui, pugnalato per vendetta, nella vasca da bagno nel 1793). Danton, il soppressore della monarchia, primo presidente del Comitato di salute pubblica, fu ghigliottinato (1794), sotto il Regime del Terrore, su pressione del Comitato di salute pubblica; mentre Talleyrand, vescovo cattolico, politico e diplomatico francese, fu l’unico dei protagonisti, coinvolti nella burrasca della rivoluzione, a rimanere non solo a galla, ma anche a nuotare in testa al branco, sotto qualunque regime avvicendatosi nel tempo, riuscendo a morire (ultranovantenne) nel proprio letto. Non per niente, uomo anche di chiesa, si vede che Dio volle essere dalla parte della diplomazia.

Se si studia il periodo che caratterizzò la rivoluzione francese con un minimo di occhio critico, si potrebbe scrivere una commedia tragicomica, calata nell’Italia di oggi, dove non sarebbe difficile attribuire i ruoli dei protagonisti agli uomini politici, sindacalisti, economisti e faccendieri che popolano la scena, in cerca di visibilità e successo di pubblico. Più difficile di critica, collocata in poltrone europee di prima fila e composta da osservatori troppo severi per divertirsi alla commedia dell’arte, ancora in auge sui palcoscenici d’Italia, con attori che lasciano troppo spesso a desiderare, solo attenti alla mimica, alle movenze, agli ammicchi, ai frizzi e lazzi e poco al contenuto del lavoro che stanno recitando a braccio… mancino.

 

Ecco perché quest’ultimo lavoro, che va in scena oggi, per durare tutta la prossima settimana, con repliche ancora incerte sui palcoscenici d’Europa (sarà decisivo il debutto), non convince tutti coloro che, impossibilitati ad assistere alla ripresa televisiva dell’evento a porte chiuse, saranno costretti a conoscerne l’esito attraverso i sembra e i si dice, che la stampa riesce sempre, in qualche modo, a carpire e rimpastare in gustose polpette.

Per calcolata rinuncia, la mancata partecipazione ad invito dei contrari al progetto, nauseati da un copione ancora una volta detestato, priverà la recita criptata di un contraddittorio che, alla fine, farà sussurrare un sommesso in fondo, meglio così, a qualcuno degli organizzatori.

Il rischio che il lavoro si concluda con un fiasco è nascosto nelle tronfie parole spese troppe volte – di fronte agl’impresari europei chiamati a finanziare la tournée –  per decantare le nostre bellezze,

Parole che alla fine scadono nel peccato di birignao, senza che si concretizzino in dati di fatto: talvolta per incapacità degli attori, altre volte per un’improvvida regia, oppure, troppo spesso, per i ritardi burocratici che affliggono la compagnia, nel portare a termine quanto previsto dal calendario delle repliche.

Augurarci che la convocazione degli Stati Generali dell’Economia si concluda con un successo, non costa niente, così come è a buon mercato anche la speranza.

Oltre che di pubblico, per la compagnia avrei piacere che il successo fosse anche di critica.

 

Ettore Visibelli


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