Hammamet di Gianni Amelio

L’esilio, la solitudine, il rimpianto, la malattia e la morte di un potente dopo la caduta e la fuga ingloriose
Francesco Sirleto - 26 Gennaio 2020

Perché degli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, òfferonti el sangue, la roba, la vita, e figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma quando ti si appressa e’ si rivoltano

(N. Machiavelli, dal cap. XVII de Il Principe)

Abbiamo visto, finalmente, il film Hammamet, per la regia di Gianni Amelio e interpretato da un immenso Pier Francesco Favino; un film dedicato agli ultimi mesi di vita di Bettino Craxi, leader del PSI dal 1976 al 1993 e uno dei personaggi politici che, più di molti altri, hanno dominato la scena nazionale e internazionale per tutti gli anni ’80.

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Erano gli anni della “Milano da bere”, dell’edonismo reaganiano e dei rampanti yuppies, ma anche di una rapida e incessante modernizzazione dell’Italia e del mondo, contrassegnata dall’inizio di quella che doveva diventare la nuova civiltà delle TIC: tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Un leader che, travolto dalle molte inchieste denominate “mani-pulite”, condotte dai giudici della Procura di Milano tra il ’92 e il ’94  insieme al suo partito e al partito alleato ma concorrente della DC, caddero prima in disgrazia e si dissolsero poi in brevissimo tempo, sgombrando così il terreno all’avvento della Seconda Repubblica. Un leader che, fuggito ingloriosamente nel ‘94 in Tunisia (per la precisione ad Hammamet, località turistico-balneare) per evitare l’arresto, a causa di una sentenza di condanna passata in giudicato, finì poi tristemente la sua vita, chiuso nella sua villa, minato dal diabete e da un tumore, il 19 gennaio del 2000.

Diciamo subito che, se qualcuno aveva sperato che Hammamet fosse l’ennesimo docu-film, uno di quegli ircocervi che, mescolando la fiction con la storia, ci restituisse un Craxi innanzitutto uomo politico e personaggio di spicco della recente storia italiana, sicuramente avrà subito un’amara delusione. Il regista Gianni Amelio ha scelto, deliberatamente, di mettere in secondo piano l’aspetto pubblico (ormai consegnato alla storiografia e non più alle cronache giudiziarie) del personaggio per fornircene una versione caratterizzata dalla fragilità, dalla precarietà, dalla malattia, dall’amarezza dei ricordi e dei rimpianti, dalla ricucitura faticosa e tormentata (spesso inconcludente) di rapporti familiari e umani per troppo tempo trascurati o del tutto negletti.

Il Craxi di Amelio (a proposito: il nome Craxi non viene pronunciato, nelle due ore di durata del film, neanche una sola volta; perfino dopo la morte del protagonista, l’attore che interpreta la parte del figlio, davanti ai microfoni della folla di giornalisti che lo assediano, si limita a proclamare che “Il caso C. non è affatto chiuso”) è un uomo anziano e ammalato, che sente avvicinarsi con passo lento ma inesorabile la morte, spogliato dell’enorme potere che, fino a qualche anno prima, ha esercitato in nome di una visione, almeno sul piano teorico, innovatrice e riformatrice; un uomo abbandonato dalla sua numerosa corte di nani e ballerine (secondo la sarcastica-icastica definizione di un suo irriverente compagno di partito, il pugliese Rino Formica), molti dei quali  inquisiti ed arrestati, ma molti altri già riciclati nelle file dei nuovi partiti della Seconda Repubblica.

Un uomo ormai consapevole della sua totale dipendenza dalla figlia Anita (in realtà Stefania), una figlia che non perde occasione per manifestare al padre il suo amore viscerale e la sua straordinaria dedizione, una figlia animata da un odio profondo e radicato tanto nei confronti degli antichi avversari del padre, quanto nei riguardi degli ex amici o presunti tali, sprezzantemente definiti profittatori e sanguisughe. Buona parte del film è infatti assorbita dalla descrizione del complicato rapporto padre-figlia, un padre tradito e abbandonato da coloro che egli aveva coperto di doni e prebende, di cariche e poltrone (in Parlamento, nelle amministrazioni locali, nei CdA di enti pubblici e parapubblici), un padre che sembra una rivisitazione dell’antico Agamennone: prima capo dei capi di un esercito vittorioso, poi abbattuto e fatto stramazzare nella polvere proprio da coloro che avrebbero dovuto vigilare sulla sua sicurezza. Al fianco di questo novello e ormai in disgrazia Agamennone si pone come ultimo baluardo, come estrema difesa e quasi materna protezione, questa assillante, nevrotica, rancorosa figlia Anita-Elettra, una giovane donna che, di fronte ad una madre inconsistente e a un fratello timido, incerto e di mediocre spessore umano e politico, assume sulle sue fragili spalle la responsabilità della tutela non solo umana del padre, ma anche della sua reputazione e della sua imminente eredità storico-politica.

Vi è però nel film, in veste di antagonista di Anita/Elettra, un altro personaggio (creato, quest’ultimo, dalla fantasia del regista), che irrompe inopinatamente e misteriosamente nella storia, imponendosi all’attenzione del padre Agamennone e trasformando l’intero racconto in una sorta di psico-dramma triangolare: si tratta di Fausto, presunto figlio di Vincenzo, ex tesoriere del partito, fedelissimo del capo, anch’egli travolto dalle inchieste e morto suicida. Fausto giunge ad Hammamet per raccogliere le ultime confidenze del leader, ma anche per ricordargli i suoi errori e le sue malefatte, soprattutto nei confronti del padre Vincenzo. Il materiale documentario raccolto (poco tempo dopo la morte di C.) verrà poi consegnato da Fausto ad Anita nel giardino di una clinica per malattie mentali nella quale egli si trova ricoverato. Questo aspetto del film suscita, nello spettatore, più di una perplessità: è vero che un’opera cinematografica, in quanto oggetto artistico, non deve necessariamente essere fedele agli eventi storici dai quali attinge ispirazione, però è altrettanto vero che l’interpolazione, nella storia, di personaggi e fatti prodotti dalla fantasia devono essere in qualche modo funzionali alla migliore comprensione della vicenda e, soprattutto, devono rispondere al requisito della verosimiglianza.

Ciò non toglie che il prodotto finale sia di altissima qualità, tanto nel suo contenuto (in cui prevalgono gli aspetti umani e familiari, psicologici ma anche clinici) quanto dal punto di vista formale: Amelio si rivela, nella scelta dei tempi, dei prolungati primi piani del protagonista e dei comprimari, della fotografia, dei dialoghi e anche, ovviamente degli interpreti, uno dei nostri migliori e più autorevoli registi.

Ad accrescere la qualità del prodotto contribuisce, in una misura che si potrebbe definire “gigantesca”, uno straordinario Pier Francesco Favino, ormai all’apice e nella piena maturità delle sue straordinarie capacità interpretative: dopo il Buscetta del film di Bellocchio “Il traditore” si pensava che Favino avesse ormai stabilito un limite (di bravura) non più superabile. Ci sbagliavamo: il suo C. (Craxi) sposta, ancora più in alto, l’asticella delle sue incredibili doti di attore. Per circa due ore, lo spettatore si trova di fronte non l’interprete Favino (il suo vero volto scompare, si dissolve dietro la maschera del personaggio da lui interpretato), bensì l’interpretato (alla perfezione) Craxi, così come l’abbiamo noi anziani ben conosciuto: il  volto, la calvizie, il pesante corpaccione, il faticoso incedere, l’inflessione e i toni della voce, le pause, gli improvvisi scoppi di collera, i tic, il roteare del dito in segno di minaccia, insomma tutto ciò che con il corpo è possibile esprimere, appartengono a Craxi. Un’impressionante, incredibile, totale e, forse, irripetibile identificazione dell’attore con il suo personaggio. Questo è il risultato che ci consegna Favino, e di questo gliene siamo grati. Accanto a lui non possiamo non ricordare una bravissima Livia Rossi, interprete sensibile ed efficace della figlia Anita-Stefania-Elettra. Così come abbiamo apprezzato le brevi apparizioni di Claudia Gerini (nella parte dell’Amante del potente caduto in disgrazia, ma non per questo dimenticato), e di Renato Carpentieri (nella parte dell’ex politico democristiano che, pur essendo stato inquisito, è riuscito a sfangarla raccontando ai giudici ciò che questi volevano: sia le cose di cui egli era a conoscenza, sia quelle che gli erano ignote) che, nelle discussioni finali con l’amico in esilio ad Hammamet, ci fa capire la distanza che esiste tra un politico che rimane grande pur nella disgrazia e un altro che, viceversa, ha capito che, in politica, più che al leone è necessario assomigliare ad un altro meno imponente e spaventoso animale: il camaleonte.

 

Francesco Sirleto

 


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