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I Gialli che scopre l’Italia in guerra

È il 1941, i delitti della "Saponificatrice di Correggio", ovvero Leonarda Vincenza Giuseppa Cianciulli, di anni 47

“Malgrado gli scarsi mezzi di cui disponevamo preparava dolci gustosissimi che nessuna detenuta però, si azzardava a mangiare. Credevano che contenessero qualche sostanza magica.” (una Suora del Manicomio Criminale di Pozzuoli racconta di Leonarda Cianciulli lì ristretta fino alla fine dei suoi giorni)

È il Novembre del 1946 e tra la folla che si è radunata davanti allo Stabile di Via San Gregorio, 40, a Milano, dove è stato scoperto il quadruplice omicidio commesso da Caterina (Rina) Fort, un volantino, che passa di mano in mano, recita: “Al rogo la strega!”. Quel volantino sarà distribuito anche davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, mentre all’interno si svolgono le udienze del Processo alla Fort. E l’espressione “la Fort” diventerà un insulto (*). 

È l’Aprile del 1953 è il corpo che viene ritrovato, privo di vita, sulla spiaggia di Capocotta (Ostia, Roma) è quello di Wilma Montesi, 21 anni. Da pochi anni è finita la Seconda guerra mondiale e l’Italia democristiana scopre, quel giorno, quanto può diventare pericoloso l’intreccio tra la cronaca (nera) e la politica.

Dei due casi di “nera” di cui alle righe che avete letto, ho scritto tempo addietro. Qui, se proseguirete nella lettura, ne trovate raccontato un terzo che però si è svolto temporalmente prima dei due precedenti e dunque va collocato in testa a questa ideale classifica dei fatti criminosi che vedono protagoniste, sia come killer che come vittime, delle donne. Si tratta di un fatto criminale, per così dire, paradigmatico dei tempi che cambiano. Con Leonarda Cianciulli e con quello che via via si scopre i suoi delitti comincia, infatti, a vacillare l’idea della ‘donna angelicata’ e angelo custode del focolare domestico, ancora presente nei settori borghesi della società (siamo nel 1941) e questa concezione della donna resisterà anche  per diversi anni dopo la fine della guerra, nonostante quello che le donne avevano dimostrato di saper e poter fare e, in effetti, avevano fatto. Il colpo di grazia questa idea della donna lo riceverà con la scoperta delle quattro vittime della furia omicida di Caterina Fort. Ma iniziamo il racconto di questa storia crime in salsa emiliana, archetipo di molti altri fatti criminosi analoghi che vedranno la luce negli anni a venire della vita della Repubblica italiana.

“Tagliai qui, qui e qui: in meno di 20 minuti tutto era finito, compresa la pulizia. Potrei anche dimostrarlo ora”. Così, nell’estate del 1946, Leonarda Cianciulli – (nativa dell’Irpinia ma trasferitasi a Correggio, località nota non solo per la storia criminale di questa donna quanto per avere dato, nel 1960, i natali al cantante Luciano Ligabue) – nota anche come la “Saponificatrice di Correggio”, dichiarò in Tribunale di essere disposta a far vedere come si fa a fare a pezzi un cadavere in poche mosse. I tre delitti di cui era accusata li aveva confessati senza battere ciglio e con la stessa freddezza aveva dichiarato di aver sezionato le sue vittime e di averne fatto, con la soda caustica, sapone, mentre con il sangue aveva fatto dei dolcetti, che offriva ai suoi ospiti o vendeva per contrastare la povertà in cui viveva, insieme ai suoi figli. 

Quella dimostrazione non fu però mai autorizzata, anche se la leggenda vuole che all’imputata fosse stato fornito dal Giudice il corpo senza vita di un vagabondo da smembrare. E che lei l’avrebbe fatto senza scomporsi. «In realtà è solo un mito nato attorno alla figura della Cianciulli, di cui non si trova conferma nella documentazione ufficiale» ha spiegato il Professor Augusto Balloni, Neuropsichiatra e Docente di Criminologia all’Università di Bologna, che ha coordinato la più recente ed approfondita ricerca sulla prima serial killer italiana del Novecento, presentata in un libro intitolato “Soda caustica, allume di rocca e pece greca, il Caso Cianciulli” (Minerva Editrice, 2011). 

In questa storiaccia c’è – come avete letto – il mito, ma c’è anche e soprattutto la realtà, macabra e brutale come a volte questa sa essere. Leonarda Cianciulli (Montella, 14 Aprile 1894– Pozzuoli, 15 Ottobre 1970) è stata una serial killer, esecutrice degli omicidi di tre donne Ermelinda Faustina Setti, Clementina Soavi e Virginia Cacioppo, che avevano avuto la sfortuna di frequentare la sua casa. Gli omicidi ebbero luogo negli anni tra il 1939 ed il 1940, ma l’Italia ne ebbe notizia solo nel 1941, per noi secondo anno di guerra, dato che il fascismo aveva messo la mordacchia ai fatti di cronaca nera, ché in Italia, tutto doveva sembrare sotto controllo e filare liscio come l’olio, senza che il Paese sapesse di notizie disturbanti, come potevano essere gli omicidi efferati della Cianciulli.

In realtà, non era proprio così. Infatti, nel 1924, secondo anno di vita del regime fascista, a Roma era venuto prepotentemente alla ribalta per la sua orribile natura – nonostante le cronache fossero occupate dal rapimento (e poi, con il ritrovamento del cadavere) dall’omicidio del Deputato e Segretario del Partito Socialista Unificato, Giacomo Matteotti – il cosiddetto “Caso Girolimoni”. 

Tra il 1924 ed il 1927, nella Capitale del Regno D’Italia, quattro bambine: Bianca Carlieri, Rosina Pelli, Elsa Berni e Armanda Leonardi, erano state tutte ritrovate morte e con segni di sevizie sui loro piccoli corpi. Nel 1927, di quei delitti viene accusato il mediatore di cause Gino Girolimoni. Seppure successivamente riconosciuto innocente – il vero colpevole, Ralph Lyonel Brydges, un Pastore anglicano inglese, verrà scoperto dal Commissario Giuseppe Dosi – Gino Girolimoni vedrà per sempre il proprio nome macchiato da quei delitti di cui era innocente e il suo cognome è, ancora oggi, sinonimo di “mostro”.

Nota: sul “Caso Girolimoni” vedere (o ri-vedere) il film “Girolimoni, il Mostro di Roma” del 1972, diretto dal regista Damiano Damiani e interpretato da Nino Manfredi. 

Il “Caso Girolimon” era esploso sulla stampa nazionale anche se già dal 15 Luglio del 1923 era stato convertito in Legge il Regio Decreto n.3288, recante “Norme sulla gerenza e vigilanza dei giornali e delle pubblicazioni periodiche”. La norma consentiva al Prefetto di diffidare il gerente di un Giornale se «con notizie false e tendenziose», intralciava l’azione diplomatica del governo nei rapporti con l’estero, danneggiava «il credito nazionale all’interno o all’estero», destava «ingiustificato allarme» nella popolazione, dava motivi di turbamento dell’ordine pubblico, istigava a commettere reati o eccitava all’odio di classe o ancora comprometteva la disciplina degli addetti ai servizi pubblici.».

Quella Legge consentiva, di fatto, al regime fascista il controllo della stampa, anche grazie a tutta una serie di successivi Provvedimenti legislativi che consentivano altresì la trasmissione ai Quotidiani delle cosiddette “veline” o “ordini di stampa” riguardanti il contenuto degli articoli, l’importanza dei titoli e la loro grandezza, ”veline” fatte pervenire ai Quotidiani dall’Ufficio Stampa del Capo del Governo. 

Accade così che – sempre sul Caso Girolimoni – il 31 Maggio 1925, il Ministro dell’Interno, Luigi Federzoni, diffuse il telegramma n.12286 recante la seguente indicazione: “Oggi mattina 31 maggio è stato rinvenuto greto Tevere cadavere bambina Berni Elisa con evidenti tracce stupro strozzamento […]. Astenersi dare eccessiva pubblicità truce delitto.” Poi, il 10 Giugno del 1940, l’Italia entra in guerra e alla già attiva censura diremmo così “civile”, si aggiunge quella di guerra che si fa, se possibile, ancora più occhiuta e pesante. E così che, fino al 1941, dei delitti della “Saponificatrice di Correggio” nulla trapela sui giornali, la Cianciulli però – grazie alle indagini condotto dal Commissario Federico Serrao – è subito arrestata e passa gli anni dal 1941 all’estate del 1946 in carcere. Nell’Estate del 1946, la Cianciulli va a Processo, presso il Tribunale di Reggio Emilia. 

In quell’anno, l’Italia è ancora traumatizzata dalla guerra da poco terminata, eppure la gente vuole tornare a vivere: si tifa per Fausto Coppi o per Gino Bartali; si tenta la fortuna con un nuovo gioco, il Totocalcio, si ascolta alla radio (e si canta) “Sola me ne vo’ per la città” di Testoni e Sciorilli; si va al Cine  per sognare con “Casablanca”, film del 1942 di Micheal Curtiz, con Bogart e la Bergman; a Milano riapre il Teatro alla Scala – semi-distrutto dai bombardamenti, ma ricostruito a tempo di record – con il mitico concento del Maestro Arturo Toscanini, che per anni era stato “attenzionato” dall’OVRA, la polizia politica fascista, essendo considerato in odore di antifascismo. 

Intanto sui giornali – data la libertà di cui ora la stampa poteva di nuovo godere – si riaccende il clamore mediatico sulla storia criminale della Cianciulli e i Quotidiani scodellano in serie, sulle loro prime pagine, particolari raccapriccianti e questo nonostante che, nel Febbraio del 1946, il Ministero dell’Interno, a guida degasperiana, avesse emesso una Nota riservata che recitava, tra l’altro: “la cronaca nera, oltre a produrre una dannosa influenza sulla moralità, determina un penoso stato d’inquietudine tra le popolazioni che non si sentono sufficientemente protette dagli organi preposti”. Come dire che bisognasse se non evitare, almeno attenuare nelle cronache la scabrosità di certi particolari. Ma la Nota non ottenne affatto l’effetto sperato dal Governo e le Udienze del Processo Cianciulli furono raccontate sui giornali con dovizia di particolari scabrosi, che aumentavano la morbosità della storia e le vendite. 

Intanto, la perizia psichiatrica del Professor Filippo Saporito – lo stesso Psichiatra che, qualche mese dopo, avrebbe periziato anche Caterina Fort, la “Belva di Via San Gregorio” – affermerà che Leonarda Cianciulli soffriva di psicosi isterica dovuta ai numerosi aborti. L’isteria della donna si mostrerà in modo evidente durante il Processo con pianti, urla, battutine ironiche e discorsi retorici.  

Il Professor Saporito, Psichiatra di scuola lombrosiana, non farà sconti alla donna seduta al banco degli imputati che sosterrà di avere ucciso per proteggere, con riti magici, i figli dalla guerra (e nessuno sconto Saporito farà nemmeno a Caterina Fort) e così Leonarda Cianciulli  sarà riconosciuta colpevole dei reati di omicidio, furto e vilipendio di cadavere e condannata a trent’anni, mentre il figlio maggiore Giuseppe, processato con la madre con l’accusa di concorso in omicidio, sarà assolto, come la Cianciulli aveva sempre sperato, seppure con la formula dubitativa. La donna fu condannata dunque a 30 anni di reclusione, preceduti da tre anni di ricovero in un Manicomio criminale: di fatto, la Cianciulli, entrò in Manicomio di Pozzuoli e non ne uscì più. Vi morì nel 1970, alla soglia dei 78 anni. 

Nota: per chi volesse approfondire questa storia criminale consiglio la lettura del volume “La Saponificatrice di Correggio, una favola criminale”, scritto dalla Professoressa Barbara Bracco, Storica e Ordinaria di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, dell’Università Bicocca di Milano, edito da Il Mulino nel 2018.

Qualche mese dopo quel Processo, ed esattamente a Novembre del 1946, a Milano, venne scoperto il quadruplice omicidio commesso da Caterina (Rina) Fort, che aveva ucciso la moglie dell’amante Pippo Ricciardi e i suoi tre figli minorenni. Ancora una volta, i media del tempo si “gettarono” a testa bassa su quella storiaccia e ancora una volta, la “nera” riempì le pagine dei giornali che così aumentavano tiratura e vendite.  

Per raccontare  quel delitto e la fine della storiaccia di Via San Gregorio, si mobilitarono, tra gli altri, quattro grandi giornalisti: Dino Buzzati, famosa firma del Corriere della Sera, Tommaso Besozzi, che sarebbe diventato, pochi anni dopo, il cronista del “Caso Giuliano”, Gaetano Afeltra, ex Partigiano e nel 1946 Redattore capo al “Milano Sera” e, infine, Enzo Biagi, anche lui ex Partigiano, che “scoprirà” per i suoi lettori il Commissario Mario Nardone, che aveva coordinato le indagini sulla strage di Via San Gregorio (e inventato la Squadra Mobile a Milano e il 777 numero telefonico antesignano dell’attuale 113) un poliziotto intelligente, fornito ad abundantiam di quella sagacia investigativa che lo avrebbe reso famoso, non solo  Milano.

(*) Il Processo a Rina Fort – che si svolse a partire dal 10 Gennaio 1950, avanti alla Prima Corte d’Assise di Milano – fu molto seguito non solo dai milanesi. Furono, infatti, molti i personaggi noti che ne seguirono le udienze. Tra loro l’attore Aldo Fabrizi che arrivava puntualmente da Roma. Rina Fort si presentava in Aula con indosso un vestito nero e una sciarpa gialla al collo, che le copriva, spesso, la bocca. Quella mise fece tendenza. Molte donne, infatti, cominciarono a vestirsi come la “Belva di Via San Gregorio” come la Fort era stata soprannominata dalla stampa, palesando così  una, per il tempo, inconfessata e inconfessabile vicinanza alla pluriomicida che sarà condannata all’ergastolo e uscirà – per via della grazia concessale, nel 1975, dall’allora Presidente della Repubblica, Giovanni Leone -, dopo avere scontato 29 anni di carcere, durante i quali aveva tenuto una buona condotta. Pochi mesi prima della sua scarcerazione era morto Pippo Ricciardi.. Caterina Fort – che aveva sempre sostenuto di avere ucciso la moglie del Ricciardi, ma non i suoi tre bambini – morì a Firenze, d’infarto, nel 1988. La sua ostinata ed ultima versione della storiaccia di cui era stata protagonista fu quella di aver agito sotto la spinta materiale e morale di un complice del Ricciardi, tale Carmelo. Ma per la Giustizia italiana quel Carmel – identificato poi con il siciliano Giuseppe Zappulla –  era stato arrestato, incarcerato per 18 mesi e poi prosciolto da ogni accusa e dunque, di fatto, non era mai esistito.

AGGIORNAMENTO

Pisa e Firenze: manganellato l’Articolo 21 della Costituzione

“Manganellare i ragazzi è un fallimento” 

(Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica Italiana)

Dopo le cariche della Polizia ai ragazzi e alle ragazze che manifestavano per la Palestina, a Pisa e a Firenze, il Viminale ha parlato di “difficoltà organizzative” dando la colpa delle cariche ai manifestanti che non avrebbero rispettato gli accordi sul percorso, presi con le Forze dell’Ordine. Ora, anche se così fosse, la dichiarazione è un’implicita affermazione dell’incapacità delle Forze di Polizia presenti in Piazza (e di chi le dirigeva) di controllare la situazione, salvo ricorrere al “santo” manganello (14 ragazzi feriti). Osservo però che se le dette “difficoltà operative” si palesano in due distinte occasioni, allora è legittimo sospettare che qualcosa non va oppure le cariche sono da addebitare ad una precisa idea di cosa si intenda per ordine pubblico: scoraggiare, a colpi di manganello, la manifestazione democratica del proprio ,pensiero. 

Certo non è la prima volta che la Polizia usa la forza per controllare una situazione di ordine pubblico, ma anche sull’uso della forza in tali situazioni ci sono norme internazionali da rispettare; norme che la forza della risposta poliziesca la calibrano a seconda della pericolosità della minaccia che si presenta e nei casi in parola – anche a voler essere pignoli – non pare vi fosse un pericolo tale da giustificare cariche violente.

Ora, sul punto da una parte si è scatenata l’ira delle opposizioni (e si accusa il Ministro dell’Interno Piantedosi di “inadeguatezza”) e dall’altra parte della barricata si è palesato l’”imbarazzo” di una parte della maggioranza di governo. Ma solo l’imbarazzo però. Certo, questo accanimento governativo, niente affatto terapeutico, contro ogni forma di dissenso – sia uno scritto o sia una pacifica manifestazione – dà molto da pensare. 

Mentre da un lato si prova, infatti, a cambiare – in peius – la Costituzione  che così come è, è considerata un intralcio all’azione di governo e non solo a quella; dall’altro si manganella chi si permette di esercitare, pacificamente, il proprio legittimo diritto di espressione del proprio pensiero. 

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

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