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Il “Caso Serviatti”, ovvero femminicidi al tempo del duce

Delitti efferati. Memoria di un giallo da cronaca nera

Premessa

In un giorno di 56 anni fa, il 4 aprile del 1968, a Memphis, Tennessee, Stati Uniti D’America, fu assassinato – Martin Luther King, l’uomo che ha pronunciato queste parole :

«Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla.” “Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere».

In memoria di “Barbablù”: «fino al 2021, sul Palazzo di Parigi dove abitava campeggiavano delle scritte inneggianti ad Henri Desirè Landru (1869-1922) detto “il macellaio”. il primo – ma non l’unico – serial killer attivo nel primo e secondo decennio del 1900. Oggi quelle scritte state cancellate!» (Marco Cicala su Repubblica del 25 Febbraio 2022).

«[…] e di affidarli al boia / fu un piacere del tutto mio, / prima di genuflettermi nell’ora dell’addio / non conoscendo affatto la statura di Dio. //.» (Fabrizio De Andrè, “Un Giudice”, dall’Album “Non al denari non all’amore né al cielo”, 1971)

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Il “Caso Serviatti”

Erano le 6.24 del 13 Ottobre del 1933, quando una scarica di piombo, proveniente dai moschetti Modello ’91 di 22 Guardie di Pubblica Sicurezza, pose fine, in quel di Chiara Vecchia, Frazione del Comune di Sarzana, alla vita e alla storia raccapricciante di Cesare Serviatti, serial killer necro-sadico che lanciò il suo messaggio di disperazione da La Spezia, nonostante fosse nato a Roma, il 24 Novembre 1880. Serviatti aveva chiesto la grazia al re sabaudo, ma il Sovrano gliela aveva negata, in considerazione del numero e dell’efferatezza degli omicidi che Serviatti aveva commesso, tra il 1928 ed il 1933. Il suo fu un “Affare” della Regia Pubblica Sicurezza concluso dopo lunghe indagini (sulle prime senza successo) con la presa in carico del pluriomicida da parte del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (TSDS) che chiuse la pratica con una condanna a morte, eseguita, come avete letto, non a Roma, sebbene il Procedimento penale si fosse svolto nella Capitale del Regno, in quell’Ottobre del 1933.

Nota: Il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (TSDS) fu istituito dal regime fascista con la Legge n. 2008, del 25 Novembre 1926, recante: “Provvedimenti per la difesa dello Stato” – una delle cosiddette ‘leggi fascistissime’ emanatecon lo scopo di reprimere meglio l’opposizione antifascista, in Italia e all’estero. Attraverso questo Provvedimento fu reintrodotta la pena di morte e vennero creati una nuova serie di reati su cui fu competente, appunto, il nuovo Organo giurisdizionale con composizione e procedura militare. Le Sentenze del Tribunale Speciale non erano suscettibili di Ricorso, né di alcun mezzo di impugnativa, fatta salva la revisione e nella sua competenza giudicante ricadevano anche i delitti di rapina e omicidio.. Nel Giugno 1929, la competenza territoriale del Tribunale Speciale venne estesa alla Libia e alla Somalia.

Il Tribunale Speciale venne soppresso, sul territorio del cosiddetto ”Regno del Sud”, dal Regio Decreto-Legge 29 Luglio 1943, n. 668, adottato in seguito alla prima riunione del governo Badoglio. Il 3 Dicembre 1943 nella Repubblica Sociale Italiana venne ricostituito un Tribunale omonimo, che sarebbe rimasto operativo fino alla Liberazione.

Nel complesso, tra il 1927 e il 1943, il Tribunale Speciale emise 978 sentenze per reati politici a 5.619 imputati. Le condanne ammontano nell’insieme a 27.752 anni, 5 mesi e 19 giorni di reclusione, quelle a morte sono 42, di cui 31 eseguite. 

Nonostante la rigida censura sui fatti di cronaca nera, voluta e applicata dal fascismo, il “Caso Serviatti” tenne per molto tempo occupati i cronisti di nera dei Quotidiani, come era stato per il “Caso Girolimoni”, a Roma e per quello di Leonarda Cianciulli, la “Saponificatrice di Correggio” anche se, a dire il vero, la storiaccia nera di Cesare Serviatti non ebbe eguale risonanza rispetto agli altri due casi; anche se si avvicinava di molto, per movente (il denaro) e modalità operative (il sezionamento dei cadaveri delle vittime, tutte donne) a quello della Cianciulli. Un coltello da cucina come arma del delitto, due valigie come tomba per le vittime (quando non ne affida i cadaveri ad un pozzo nero o al fiume Tevere, che i romani chiamavano (e ancora chiamano) familiarmente “biondo”, per via della poca limpidezza delle sue acque – o  un treno come carri funebri. Questi gli “strumenti di lavoro” di Serviatti nei suoi cinque omicidi di donne, tre dei quali lui stesso riconobbe come suoi per averli portati a termine, mentre per gli altri due negò recisamente la paternità.

Il “Landru del Tevere”

Cesare Serviatti nasce a Roma nel 1875. Di aspetto rude, volgare, impacciato non trova un mestiere se non quello di macellaio che abbandona dopo pochi mesi per diventare infermiere al Policlinico nella città eterna. Ma subito dopo viene accusato di maltrattamenti verso i pazienti e di conseguenza licenziato. Il serial-killer attraeva le vittime  nella sua trappola prima con annunci matrimoniali, poi con un comportamento affabile e accattivante e le donne cadevano nella sua rete assassina. 

Nel 1928 conosce una certa Pasqua Bartolini Tiraboschi e comincia a frequentarla. Ne diventa ben presto amante e mentre dorme con lei in una pensione a La Spezia che lo stesso Serviatti gestisce la uccide con un coltello. Riduce il suo corpo in piccoli pezzi e li getta nel pozzo nero della stessa Pensione. Nessuno si accorge di questo delitto e l’assassino, certo di farla franca chiude la pensione e si trasferisce a Roma. Alla fine di Ottobre del 1930, con lo stesso espediente degli annunci scopo matrimonio, conosce Bice Margarucci, la circuisce e la fa innamorare. Quando decide che anche per lei sia arrivato il suo momento l’uccide a coltellate e ne getta il corpo, fatto anch’esso a pezzi, nel Tevere; verrà ritrovato in un tratto di mare vicino a Ladispoli. Anche se il rituale è lo stesso del precedente la polizia non collega i due omicidi. Al tempo non vi erano né computer né contatti e scambi di dati tra le varie Questure italiane.

La terza vittima del “Landru del Tevere”, come Serviatti venne soprannominato dalla stampa, era stata Paolina Goretti, una umile donna di mezza età uccisa, fatta a pezzi – Serviatti aveva fatto prima il macellaio poi l’Infermiere al Policlinico di Roma e dunque aveva acquisito dimestichezza e con i cadaveri e con la, tecnica di sezionamento dei loro corpi – infilata in due valigie caricate una sul Diretto La Spezia – Napoli, l’altra sul Diretto La Spezia – Roma. E’ facile immaginare quale sia stato il raccapriccio di chi aprì per primo quelle valige, dimenticate su quei treni, per trovare elementi necessari alla loro restituzione al legittimo proprietario.

Questa volta le indagini cercano di collegare i vari delitti di donne uccise con lo stesso rituale. Il commissario Musco della Questura di Roma, che conduce le indagini, riesce a far identificare il corpo della donna nella valigia dalla migliore amica della vittima. Questa amica svela alla polizia che Paolina Gorietti le aveva confidato che stava per sposare un uomo abitante alla Spezia e ne fornisce il nome. Scattano le ricerche e il Serviatti viene arrestato a Roma nella sua abitazione. Dopo uno stringente interrogatorio confessa il suo ultimo omicidio.

Serviatti ammette anche la sua depravazione: dopo aver ucciso la vittima abusa del suo corpo ancora caldo e preferisce restare parecchio tempo a contemplare il cadavere prima di farlo a pezzi. Forse in questa descrizione il maniaco cerca di far credere agli Inquirenti di essere malato di mente, onde tentare di evitare la fucilazione. Dice che agisce spinto da una forza misteriosa. La polizia seguita ad indagare e ricollega al “Landru del Tevere” anche gli altri due casi. Serviatti allora confessa altri due delitti, e cioè i due di cui abbiamo descritto gli avvenimenti, ma di altri due delitti che gli vengono attribuiti nega la paternità.. Durante il Processo viene stabilito che Serviatti uccide non in preda a un raptus ma in base a un progetto pianificato con cura e parecchio tempo prima, scegliendo le sue vittime tra quelle più facoltose o più sole.

La Sentenza viene emessa in poco tempo. La difesa non riesce a farlo riconoscere infermo di mente e Serviatti viene condannato a morte. La condanna viene confermata sia in Corte d’Appello che in Cassazione. La mattina prima della esecuzione, il serial killer rifiuta i conforti di un prete, beve due bicchieri di vino e si avvia davanti al plotone di esecuzione. Così finisce la vita di Cesare Serviatti, il Landru del Tevere, il quale da piccolo, quando gli chiedevano quale lavoro avrebbe fatto da grande rispondeva, senza nessuna esitazione, Il boia.


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