Il coraggio di dire No

Storie di stupro e di donne ribelli. Un libro di Enzo Ciconte

“Io non sono proprietà di nessuno” (Franca Viola)

Quella di cui leggerete qui è una storia collettiva. È la storia delle donne che – in un tempo in cui il loro rifiuto era inimmaginabile ed inconcepibile – ebbero il coraggio di dire “NO!” allo/agli stupratore/stupratori che pensavano di “mettere tutto a posto” con il matrimonio e denunciarono chi aveva usato loro violenza. Ma a corredo di questa storia collettiva, che ci arriva con un libro di Enzo Ciconte “Storia dello stupro e di donne ribelli” (Rubettino, 2023), sotto trovate alcune righe su una storia che ha fatto Storia, ma che molti (soprattutto se giovani) non conoscono. La storia di Franca Viola così come la racconta l’Archivio del Corriere Della Sera. (*)

(*) Enzo Ciconte, Scrittore, docente e politico italiano, è fra i massimi esperti in Italia delle dinamiche delle grandi associazioni mafiose. Fra i suoi libri – Processo alla ‘Ndrangheta (Laterza), ‘Ndrangheta padana (Rubbettino) e La grande mattanza. Storia della guerra al brigantaggio (Laterza).

Franca Viola, il coraggio di dire No 

Erano i primi giorni del 1966 quando Franca Viola disse no. Non avrebbe cancellato la «vergogna» con un matrimonio riparatore. Le consuetudini e persino il codice penale lo suggerivano. Anzi lo imponevano. Un sì e lei sarebbe tornata donna onorata e l’uomo che l’aveva rapita e costretta a fare sesso avrebbe estinto il reato. Franca, 17 anni da compiere pochi giorni dopo, ragazza di campagna e senza grilli ideali, si comporta in altro modo: denuncia e spedisce in galera chi l’ha stuprata. «Io non sono proprietà di nessuno», dice, «l’onore lo perde chi le fa certe cose non chi le subisce».
Non era mai successo che una donna «disonorata» (cioè “non più vergine”) rifiutasse di convolare a nozze con il suo violentatore. Siamo in un’Italia che sta cambiando (anche se Nord e Sud hanno passi diversi) e Franca sta per dare un forte colpo alla società siciliana. Non solo: la sua ribellione fa scalpore, smaschera per la prima volta la doppia violenza delle nozze riparatrici. E mette le basi a cambiamenti che avverranno quasi due decenni dopo, cambiando il ruolo e la percezione delle donne. Il caso diventa uno spartiacque nella storia italiana rispetto a matrimonio, comportamenti sessuali e politiche di genere. A metà dicembre ‘66, undici mesi dopo il rapimento, si celebra il processo a Trapani ed il Corriere mette in campo un inviato speciale come Silvano Villani e la firma di Indro Montanelli.

Rapita il giorno dopo Natale

Il 26 dicembre 1965 Franca Viola è rapita ad Alcamo, in provincia di Trapani, da Filippo Melodia con 12 complici. Franca ha 17 anni. È nata in una famiglia di mezzadri, modesta, ma con qualche vigna. A 15 anni, con il consenso dei genitori, si era fidanzata con Filippo, nipote di un mafioso locale e membro di una famiglia benestante. Dopo un’accusa di furto e di appartenenza a banda mafiosa, però, Bernardo Viola obbliga la figlia a rompere il fidanzamento. Filippo emigra in Germania. E quando rientra ad Alcamo torna alla carica con i Viola, vuole Franca e attacca il padre. «Leso nell’onore di maschio», come scriverà poi Montanelli, non si rassegna e inizia una serie di persecuzioni contro Bernardo. Brucia la casetta di campagna, distrugge il vigneto, saccheggia l’orto liberando un gregge di pecore nel campo di pomodori.
Bernardo non si lascia intimidire neppure quando è minacciato con una pistola. Anche Franca, che nel frattempo ha un altro fidanzato (che si ritira dalla contesa) non cede. È così che il giorno di Santo Stefano Filippo Melodia, con una banda di amici, si ripresenta a casa dei Viola. Devasta l’abitazione, malmena la madre e si porta via Franca con il fratellino che le si è aggrappato alle gambe nel tentativo di proteggerla. Sul Corriere la notizia è riportata con una breve in Cronaca. La sera del rapimento il bambino torna a casa. Franca resta segregata per otto giorni. Prima in un casolare in campagna e poi in casa della sorella di Filippo, sempre ad Alcamo. «Rimasi digiuna per giorni», racconterà in seguito. «Lui mi dileggiava e provocava. Dopo una settimana abusò di me». Il giorno di Capodanno i parenti di Melodia vanno da Bernardo per la cosiddetta «paciata»: vale a dire la pace tra le famiglie che di fronte al fatto compiuto, secondo tradizione, avrebbero concordato le nozze.
Il padre e la madre di Franca, d’accordo con la polizia, fingono di accettare. Il 2 gennaio 1966, però, i poliziotti fanno irruzione nell’abitazione, liberano Franca e arrestano i rapitori. Melodia e i complici sono certi che di lì a poco ci saranno le nozze e quindi l’impunità. Non è così.

Il processo diventa un caso nazionale

È subito chiaro che la ribellione di Franca ed il processo avranno un significato che valica i confini regionali. «Una grande occasione si presenta ai magistrati», scrive Indro Montanelli sul Corriere nei giorni del processo. «La posta in gioco è grossa e va al di là del caso e dei protagonisti». «Franca Viola e suo padre non hanno detto no soltanto a Filippo Melodia», scrive ancora Montanelli. «Hanno detto no ad un sistema di rapporti basato sulla sopraffazione del maschio sulla femmina … hanno detto no a tutti, tabù e feticci che fanno da pilastro a queste arcaiche società”.
La storia della ragazza di Alcamo diventa un caso nazionale. Per Filippo Melodia il pubblico ministero chiede 22 anni. Diciassette i capi d’imputazione, tra questi il ratto a scopo di libidine. La difesa tenta di screditare la ragazza, sostiene che era consenziente alla fuga d’amore. E punta sul riconoscimento del ratto, certo, ma per scopo di matrimonio.
Su questa distinzione si baserà gran parte del processo e la sentenza da cui magistrati, stampa e tutti quelli che avevano immediatamente solidarizzato con Franca si aspettano ampie ripercussioni. L’articolo 544 del codice penale prevedeva «per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali».
Vale a dire reato estinto per la legge, onore riparato per la società. Era l’eredità del Codice Rocco che comprendeva la violenza sessuale nei «delitti contro la moralità pubblica» tutelando non tanto la persona che la stava subendo, quanto il buon costume sociale considerando il corpo di una donna non esattamente di sua proprietà. E la sua violazione era un fatto legato alla morale sociale, non alla sua persona, secondo il quale la donna non disponeva di alcuna libertà nel campo sessuale. La violenza sessuale non offendeva la persona che la subiva, coartandola nella sua libertà, ma ledeva una generica moralità pubblica. La violenza sessuale, infatti, era considerata oltraggio alla morale e non reato contro la persona.

La difesa è accanita: «Questo è un processo d’amore», sostiene. Silvano Villani riporta sul Corriere le tesi difensive: «Filippo avrà anche rapito Franca pero è quasi sicuro che Franca ci stava. Anzi è probabile che abbia avuto rapporti ben prima. Se Franca ha poi buttato il candido velo da sposa, se ha rifiutato di sposarlo … peggio per lei: che colpa ha Filippo?» Dopo sette ore di camera di consiglio Melodia è condannato a 11 anni. Gli vengono imputati la violenza carnale, la violenza privata, le lesioni, le minacce e il ratto a scopo di matrimonio. «Si è tenuto conto delle usanze», commenta Silvano Villani sottolineando per l’ennesima volta le differenze culturali tra il nord e il sud.

Le due Italie

Nell’aula del tribunale di Trapani va in scena anche la questione meridionale. L’attenzione mediatica sulla storia di Alcamo riflette le ansie sui caratteri regionali e l’identità nazionale, la differenza del sud e il senso stesso della modernità per la società italiana. Sono gli anni in cui Camilla Cederna racconta il miracolo economico e la modernizzazione che hanno spogliato il sesso di molti paludamenti moralistici.
Ma l’Italia di Cederna è quella borghese e del Nord dove la crescita economica annuncia una rivoluzione sociale e culturale. Dove sta aumentando la frequenza femminile nelle università. E le ragazze che vivono a Milano e dintorni, rivela uno studio, non vedono più il loro futuro come legato esclusivamente nel matrimonio. Non è vissuto così al Sud. «Per la donna italiana spesso il matrimonio è l’unica sistemazione possibile» sottolinea il pubblico ministero che però ammette: “ma non la sola”. Le spaccature tra Nord e Sud sono tali che la stampa nazionale non perde occasione di riportare, dal linguaggio di Bernardo Viola, per cui serve un traduttore alle abitudini locali raccontate in chiave antropologica e definite arcaiche, medioevali.
«Si occupino degli amici del nord», sbottano gli avvocati della difesa, «degli amori di Sofia Loren e non vengano qui a fare i Don Chisciotte. La Sicilia si difende da sé con i suoi monumenti, con i suoi eroi, noi siamo gente arsa dalla salsedine». Ed è sempre nelle arringhe della difesa che si trovano le chiavi per comprendere perché il no di Franca è poi diventato un simbolo nazionale. «L’articolo 544 è una disposizione che favorisce la donna, le dà modo di rimediare al danno subito» si legge sul Corriere. «Abolite pure l’articolo 544, non avrete migliorato la situazione. Anzi il ratto non avviene dove i giovani sono liberi di frequentarsi, sono liberi di decidere la propria sorte. Qui esiste il dispotismo tradizionale dei genitori, esiste la costrizione sociale per una volta che un ragazzo e una ragazza siano visti insieme subito la gente li dichiara fidanzati, la ragazza è compromessa, il matrimonio pare inevitabile. Tutti devono muoversi con cautela. Il ratto rende possibile a una coppia di sottrarsi al dispotismo dei familiari. È giusto l’articolo 544 che prevede si estingua il reato. Altrimenti si avrebbe doppio danno: lui in galera e lei senza la possibilità di riscattarsi. Prima di modificare l’articolo 544 bisogna modificare i costumi …».
La condanna a Filippo Melodia non è esemplare come ci si aspettava però mette in moto un movimento d’opinione che porta il legislatore a non considerare più un attenuante il matrimonio riparatore. Sull’esempio di Franca molte ragazze rifiutano le nozze riparatrici. «Di esemplare resta il comportamento della ragazza non il verdetto», commenta sul Corriere Silvano Villani «ancora bisognerà fare affidamento su altre fanciulle coraggiose come Franca Viola che sulla severità della legge per sperare che certi comportamenti scompaiano».
E infatti bisognerà aspettare ancora 16 anni perché il matrimonio riparatore venga cancellato (insieme al delitto d’onore) dalla legge 442, del 5 agosto 1981, arrivata alla fine di un lungo percorso di cui fanno parte il referendum sul divorzio (1974), la riforma del diritto di famiglia (1975) e il referendum sull’aborto. Si dovrà attendere però il 1996 perché lo stupro venga considerato non più un reato «contro la morale» bensì un reato «contro la persona» (che è stata abusata).
Fonte:https://archivio.corriere.it/Archivio/i-percorsi/franca-viola-nozze-riparatrici-codice-donne-122016.shtm

Il libro di Enzo Ciconte “Storia dello stupro e di donne ribelli”

Per tornare al libro di Ciconte così l’Autore lo ha presentato in un pezzo pubblicato sul Quotidiano Domani del 9 Dicembre scorso:
Quelle donne dell’Ottocento che portavano in tribunale gli stupratori (Enzo Ciconte)
L’uccisione di Giulia Cecchettin, le parole della sorella, quelle nobili del padre durante il funerale e l’oceanica manifestazione di Roma hanno cambiato il senso comune dell’Italia di oggi sul femminicidio. Le responsabilità del patriarcato sono balzate in primo piano. Quello che conta nella soppressione della donna è l’aver detto di no alle pretese del maschio. È lo stesso rifiuto che c’è nello stupro. Molti ricordano Franca Viola, la ragazza siciliana che a metà degli anni Sessanta del secolo scorso, a 18 anni ancora da compiere, fu rapita e stuprata. Rifiutò il matrimonio riparatore e fece condannare chi l’aveva violata. Il suo esempio è entrato nella memoria collettiva.

Prima di lei tante donne, senza che nessuno se ne accorgesse, hanno vissuto la stessa esperienza. Si tratta di molte donne calabresi che ebbero il coraggio di dire un no. Rifiutavano il matrimonio riparatore che a volte era accompagnato anche da una ricompensa in danaro quando gli stupratori erano più d’uno. La ragazza sceglieva a sua discrezione come marito uno degli stupratori e gli altri pagavano in moneta sonante.
Tra l’Ottocento o la prima metà del Novecento era davvero un atto di eroismo rifiutare il matrimonio che era il punto più luminoso per il futuro delle donne e i soldi per queste donne che erano povere. Il matrimonio era la meta cui tendevano tutte le ragazze, nessuna esclusa, povera o ricca che fosse. Ma potevano sposarsi se erano vergini, altrimenti, persa la verginità, la ragazza era svalutata sul mercato matrimoniale, difficile trovare marito. Per questo le denunce di stupro avevano una forza dirompente.

Nella storia di queste ragazze si deve tenere conto del fatto che al processo partecipavano vicine, amiche, conoscenti del paese. E di fronte a molti uomini la ragazza, spesso analfabeta, che non sapeva parlare l’italiano, era costretta a rispondere a domande terribili degli avvocati difensori o del presidente del tribunale che chiedevano quanti centimetri fosse penetrato quell’arnese il cui nome era impronunciabile in pubblico e se avesse provato piacere, se fosse la prima volta che aveva avuto un “congresso carnale”, come fosse vestita al momento del fatto e se conoscesse il suo aggressore per averlo frequentato o magari per averlo incoraggiato.

In queste vicende emergeva la cultura del maschio. A Roccaforte del Greco, Calabria, nel 1901 un giovane di 19 anni che aveva violentata una sua coetanea, spiegò così il suo gesto: «L’uomo fa quel che vuole». Nel 1871 a Cittanova un giovane tentò di stuprare una ragazza. Giustificò il suo comportamento dicendo che essendo follemente innamorato voleva stuprarla per «mettere un argine alle pretese altrui». Era una bella ragazza contesa fra più pretendenti, ma se non fosse stata più vergine le altrui pretese sarebbero cadute e lui sarebbe stato libero di sposarla. La volontà della ragazza non contava. Il no metteva le cose a posto: la donna non era proprietà dell’uomo anche se questo dichiarava di essere innamorato.

Si scontravano due concezioni, quella proprietaria dell’uomo e quella della volontà della donna che voleva decidere l’uomo da sposare. Una concezione moderna, inimmaginabile per quei tempi, per una ragazza che viveva in una famiglia rigidamente patriarcale dove al padre si dava del voi, non del tu. Corrado Alvaro ha ricordato che la Calabria «ha in maggior grado il senso della gerarchia, il senso paterno, patriarcale».

Enzo Ciconte

È arrivato il momento di chiederci: come si comportavano gli uomini delle donne violate? Qui si scopre una realtà sorprendente e sconosciuta. Il 26 ottobre 1826, nelle campagne di Decollatura, una piccola di 8 anni fu violentata da uno sconosciuto mentre era alla ricerca di un animale affidato alla sua custodia. Ancora bagnata di sangue ritornò a casa dalla madre che fu la prima a constatare lo stupro. Il padre della bambina andò in cerca del responsabile, che gli era stato descritto dalla piccola, e lo raggiunse nel luogo da lei indicato. «Nel momento in cui il padre della stuprata vide l’accusato fece chiamare la civica e lo fece arrestare», è scritto in sentenza. Non passò a vie di fatto, non usò violenza, nonostante lo stupro fosse avvenuto da pochissimo tempo e su una bambina; con grande forza d’animo si rivolse alla forza pubblica. Anche il padre di un bambino, stuprato nel 1848 da un “civile” di 24 anni di Torre Ruggiero, presentò «querela con istanza di punizione lo stesso giorno dell’avvenimento».

Per quanto possa sembrare sorprendente o incredibile questi uomini – padri o mariti – delle donne violate non usano la violenza ma ricorrono alla giustizia. C’è da ricordare che all’epoca la donna poteva fare denuncia solo con l’autorizzazione del padre o del marito.

(https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/quelle-donne-senza-paura-che-portavano-in-tribunale-i-maschi-stupratori-o77975xc)
Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

Timbrificio Centocelle

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi un commento

Articoli Correlati