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La Resistenza di cui poco si parla

Memoria del Sud d'Italia

Le diverse anime della Resistenza

  • Non furono appannaggio di alcune parti d’Italia o di alcuni cittadini del paese. Furono, invece, sulla base dei diversi tempi dell’occupazione e della liberazione, fenomeni “nazionali”. Ciò vuol dire che si verificarono anche nel Meridione e coinvolsero anche i meridionali. Come provano fonti diverse – carte d’archivio sempre più numerose, testimonianze orali, tracce materiali – innanzitutto le genti del Sud provarono a liberare le proprie terre. Ciò avvenne non solo a Napoli, ma a Bari, Matera, Lanciano, Bosco Martese, in diversi comuni del salernitano, a Nola, Castellammare di Stabia, Acerra e altrove. Quei primi episodi di Resistenza videro uniti nel combattimento i civili del posto e i militari che ci si trovavano per la guerra, in una simbolica ricomposizione del disastro dell’8 settembre. Questa compresenza sarebbe stata una caratteristica di tutta la lotta di Liberazione. (Isabella Insolvibile, Storica – dal Quotidiano Domani del 14 Aprile 2022).

Quando si parla (e si scrive) dell’inizio della nostra Resistenza al nazifascismo occupante e collaborazionista – a parte le famose Quattro Giornate di Napoli – poco si parla (e si scrive) del Sud del nostro Paese  anche se – come avete appreso da quanto scrive la Storica Isabella Insolvibile, che diversi lavori ha dedicato alla Resistenza del Sud dell’Italia – emerge sempre maggiore documentazione del fatto che la Resistenza al nazifascismo fu un fatto anche meridionale.

Per molto tempo però il Sud d’Italia è stato ricordato prima per l’arrivo, l’11 Settembre del ’43 a Brindisi. della Corvetta della Marina Militare Baionetta con a bordo l’ingombrante carico di fuggitivi – reali e meno – dalla Capitale del Regno, nella notte tra l’8 ed il 9 Settembre e poi per la firma – a Cassibile (SR) il 3 Settembre 1943, da parte del Generale Giuseppe Castellano – del cosiddetto “Armistizio Corto”. La nostra Memoria pare avere cancellato quanto di resistente ed antifascista hanno fatto quelle popolazioni prima e dopo quei giorni di Settembre del ’43. 

Intanto, nessuno racconta dei fatti di Mascalucia (Catania) del 3 Agosto del 1943, poi, nel Settembre 1943, dei fatti di resistenza militare e popolare a Barletta, in risposta all’aggressione militare tedesca. Del primo fatto trovate sotto qualche riga, frutto di mie ricerche in Rete. Del secondo fatto raccontano, invece, Roberto Tarantino, Presidente onorario Anpi Barletta-Andria-Trani e Vito Antonio Leuzzi, Presidente dell’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea “Tommaso Fiore”, di Bari, in un pezzo pubblicato sull’ultimo Numero del nostro Mensile Patria Indipendente.

Ma andiamo con ordine.

Per una Memoria della Resistenza nel Sud Italia

3 Agosto 1943, la rivolta di Mascalucia (Catania)

Una Storia della Resistenza nel Mezzogiorno non è stata ancora scritta. Di tutto quanto avvenne nel 1943 sotto la linea di Montecassino, si ricordano soltanto le Quattro eroiche giornate di Napoli della fine di settembre del ‘43. Eppure, nel breve periodo dell’occupazione tedesca, in Campania, in Puglia, in Lucania negli Abruzzi e in Sicilia, si verificarono numerosi episodi spontanei di resistenza militare e civile ai tedeschi occupanti. Pochi sanno, ad esempio, della Battaglia di Barletta o delle insurrezioni di Matera, di Scafati, di Teramo e di Lanciano, che videro la partecipazione di larghi strati della popolazione. Solo di recente alcuni studiosi (Gloria Chianese, Aldo De Jaco) stanno tentando di colmare questo vuoto storiografico, mettendo in discussione la vulgata ufficiale che contrappone “il vento del Nord” all’immobilismo del Sud.

Sono ancora meno che pochi quelli che conoscono la storia della rivolta antifascista di Mascalucia (Catania) sviluppatasi nei primi giorni dell’Agosto 1943, quasi un mese prima degli scontri post Armistizio di Porta San Palo, a Roma e della salita alla Madonna del Colletto (Cuneo) di Duccio Galimberti e dei suoi 11 compagni partigiani.

Mascalucia è un piccolo paese a dieci chilometri da Catania. Poche migliaia di abitanti, nel 1943, circa 3.000, un Presidio di 2.000 soldati tedeschi ed uno di militari italiani, addetti alle fotoelettriche. Già prima dello sbarco alleato del 10 Luglio i tedeschi, ancora alleati degli italiani, si comportano come degli occupanti: angherie verso la popolazione e ruberie di cose e di animali sono all’ordine del giorno. Ma la rabbia, covata da tempo, esplode il 3 Agosto. All’ennesimo tentativo di rubare dei cavalli, dopo avere rubato una motocicletta ad un militare italiano, i cittadini di Mascalucia, insieme ai militari del Presidio italiano, ai Reali Carabinieri ed ai Vigili del Fuoco del paese, si armano e attaccano i tedeschi, sparando per le strade, dalle finestre e dalle terrazze delle case e anche dal campanile della chiesa. Sparano e dopo quattro ore di battaglia costringono i tedeschi alla fuga. Alla fine dei combattimenti sul terreno resteranno 14 soldati tedeschi e tre insorti: un abitante del paese e due soldati italiani. Due giorni dopo, il 5 di Agosto, gli alleati entreranno a Catania. 

L’armistizio dell’8 Settembre ‘43 era ancora da venire e – come aveva dichiarato il Maresciallo Badoglio – la guerra continuava. Ancora la Resistenza armata non si era organizzata così come la conosciamo oggi, ma quello di Mascalucia fu il primo episodio di Resistenza armata antinazista di popolani e militari insieme. 

La Resistenza del Meridione d’Italia, che molto ha contribuito alla vittoria della Lotta di Liberazione Nazionale, quasi mai è ricordata nei testi di Storia. Il tributo di sacrifici e sangue degli uomini e delle donne del nostro Sud, versato sulla loro terra d’origine, sembra invisibile; sembra non avere diritto alla Memoria. Ma a torto. Perché anche al loro sacrificio si deve la nascita di un’Italia libera e democratica. I mascaluciesi avevano lottato certamente per difendere la loro “robba”, cioè la fonte della loro sopravvivenza e della loro stessa vita, ma avevano – anche se forse inconsapevolmente – dato un segnale forte ed importante: è giusto ribellarsi all’oppressione straniera. E’ giusto allora ricordare quella rivolta di 75 anni fa – e quelle analoghe accesesi, nello stesso periodo, a Pedara, Tremestieri Etneo e Castiglione di Sicilia (tutte località in Provincia di Catania) – anche se sono fuori del nostro percorso che riguarda la città di Roma ed in particolare un suo Quartiere, perché anch’esse fanno parte di quel Movimento di liberazione nazionale di tutto il popolo italiano che fu la Resistenza.

(Fonte: “Mascalucia. Per fare luce sui fatti del 3 Agosto 1943”, di Giuseppe Corsaro, ANPI Brindisi)

Barletta, Settembre 1943. La Resistenza contro l’aggressore nazista

Roberto Tarantino e Vito Antonio Leuzzi

All’occupazione delle truppe tedesche e alle loro atrocità risposero militari e civili. Per gli eventi dei giorni immediatamente successivi all’armistizio, alla città pugliese è stata conferita nel 1998 la Medaglia d’Oro al Merito Civile e nel 2003 quella al Valor Militare. E oggi, a ottant’anni da quelle vicende è giunto il tempo di restituire verità alle storie di tutti coloro che, come il colonnello Francesco Grasso, comandante del presidio militare, diedero la vita per sconfiggere l’oppressore

Le violenze commesse dalla Wehrmacht, l’esercito della Germania nazista, contro le popolazioni e contro il territorio della Provincia di Barletta-Andria-Trani, sono state oggetto della ricerca storica nazionale e internazionale che, a partire dagli anni Novanta dello scorso secolo, ha consentito di ricostruire un quadro preciso delle distruzioni, dei saccheggi e dei crimini commessi in queste zone e che proseguiranno e si intensificheranno, nel resto della Penisola, nel periodo che va dal 1944 al 1945 (1).

Ciò ha permesso, anche, di restituire verità alla storia di quanto avvenne nel settembre del 1943 nel territorio dell’intera Regione Puglia, dell’attuale Provincia BAT e in particolare a Barletta, superando (finalmente!) le infondate teorie nate nell’immediato dopoguerra che sostenevano che – “i tedeschi, venendo dal Sud e dalle vie interne della Lucania, transitavano attraversando la nostra città per proseguire sulla strada nazionale Adriatica in silenziosa ritirata senza alcuna provocazione e se provocazioni ci furono, queste furono unicamente da parte nostra…” (2).

L’aggressione della Wehrmacht, la Resistenza militare

La sera dell’8 settembre 1943 il colonnello Sforza, addetto al Comando Territoriale del IX Corpo d’Armata e, subito dopo, il podestà di Barletta, Giulio De Martino, informano il Comando del Presidio che a Bari e a Barletta si era sparsa la voce dell’avvenuto armistizio con gli angloamericani e che la popolazione affluiva, giubilante nelle strade. Immediatamente il colonnello Francesco Grasso (3), comandante del Presidio militare di Barletta, ordina che i militari in libera uscita siano fatti rientrare nelle caserme e impiegati per l’ordine pubblico come previsto dallo “stato di assedio” allora in vigore. L’ordine pubblico viene in breve ristabilito senza incidenti (4).

Nelle giornate del 9 e del 10 settembre giungono al Comando del Presidio disposizioni, dispacci, fonogrammi vaghi, a volte contraddittori se non assolutamente infondati: “In virtù dell’avvenuta firma dell’Armistizio, non ostacolare le operazioni degli Anglo-Americani e tenere verso di essi contegno dignitoso scevro da servilismo. Ritirare i Reparti costieri dalle loro posizioni e riunirli in località lontane dalle principali linee di comunicazione; evitare incidenti con le truppe tedesche; rispondere a eventuali loro provocazioni con adeguata reazione” (5).

  • La Germania ha dichiarato guerra all’Italia. Regolarsi conseguenza”. Firmato Colonnello Aiello. Trasmette Campione. Riceve Dellaquila (6).

Nella notte tra il 10 e l’11 settembre il colonnello Francesco Grasso convoca al Comando presso il Castello di Barletta gli ufficiali a capo dei reparti presenti a Barletta. Letti i dispacci ricevuti dai Comandi Superiori, esamina con loro la situazione con particolare riferimento alle forze disponibili e impiegabili e ordina l’immediata attuazione delle misure più idonee per contrastare le probabili azioni tedesche dirette contro le truppe italiane, le caserme, i magazzini del Presidio e l’intera città:

1. occupazione del Caposaldo “Cittiglio” sul fiume Ofanto a sbarramento delle provenienze da Foggia – Margherita di Savoia;

2. sbarramento delle provenienze pure da Foggia in postazione arretrata rispetto alla prima, nei pressi del Cimitero di Barletta;

3. sbarramento delle provenienze da Canosa, a un chilometro dalla stazione ferroviaria di Barletta;

4. sbarramento delle provenienze da Andria nella zona delle Casermette Cinieri e della chiesetta del Crocifisso;

5. mantenimento delle misure per l’ordine pubblico e per la protezione degli stabilimenti industriali, uffici pubblici, opere d’arte, impianti ecc.;

6. sorveglianza sulle provenienze da Trani, ritenute non pericolose, in località “Misericordia”;

L’11 settembre 1943, alle ore 2,00 giunge al Comando di Presidio di Barletta l’ordine (O.P. 42) di “considerare le truppe germaniche come truppe nemiche” (7).

Truppe nemiche

All’alba dell’11 settembre 1943, quindi, quando il re e il suo seguito sono ormai sbarcati nel porto sicuro di Brindisi, la situazione è finalmente chiara: l’ex alleato tedesco è – ora – il nemico. La mattina dell’11 settembre 1943 il “Gruppo combattente Kurtz” con alcuni mezzi pesanti e tre cannoni semoventi attacca Barletta per “disarmare i soldati della guarnigione di Barletta” (8) e (9).

  • Nella giornata di sabato 11 settembre, si verificano (a Barletta, nda) i primi scontri: al caposaldo Cittiglio, sul fiume Ofanto, vengono catturati 15 soldati tedeschi. […] Anche su via Andria, al caposaldo Crocifisso, situato in prossimità dell’omonima chiesetta, il reparto italiano lì posto a difesa della città, riesce a respingere l’attacco tedesco” (10).
  • “Verso le 16 viene avvistata una colonna (tedesca) composta da due motocarrozzette e sei tra carri e autocarri che, per la strada da Andria, procede su Barletta e che si fa viva con qualche colpo di cannone sparato in direzione del Castello e caduto in mare. La truppa messa a sbarramento di detta strada impiega il pezzo da 47/32 e distanza ravvicinata incendiando tre carri armati e immobilizzandone un quarto. I Tedeschi, abbandonati i carri, si sparpagliano per i campi iniziando il fuoco con le mitragliatrici. I nostri rispondono attaccandoli decisamente. L’azione dura circa due ore e si conclude con la ritirata dei superstiti Tedeschi. Perdite tedesche in tutta la giornata: prigionieri condotti al Castello, 32 compreso un Ufficiale e, secondo le comunicazioni pervenutemi, morti 10 e feriti 31. Perdite nostre: 3 morti e 5 feriti. Encomiabile lo slancio e l’entusiasmo della truppa” (11).
  • Le forze presenti a Barletta riescono, quindi, a respingere l’attacco del Gruppo combattente Kurtz nonostante la precaria condizione dei reparti e degli armamenti, così come risulta dalla seguente documentazione. “La difesa dispone di un battaglione organico formato con elementi delle classi più giovani, bene organizzato e preparato alla guerra nel campo di addestramento di Spinazzola e di Acquatetta dotato, però, di poche armi automatiche e di un solo cannoncino da 47/32 (12); un battaglione di formazione con elementi del deposito, privo di armi automatiche e un terzo battaglione composto di richiamati, da poco giunti alle armi, in parte ancora in abiti borghesi, essendo il deposito sprovvisto di indumenti militari, e proprio di armi. È molto limitato, poi, il munizionamento, costituito da pochi caricatori per ogni arma e da alcuni proiettili per il cannoncino residuati dalle dotazioni assegnate per i tiri di addestramento” (13).
  • “Ad eccezione del Battaglione costiero che ha l’armamento e il munizionamento individuale e di reparto (previsto per i reparti del genere) al completo, le rimanenti truppe sono armate di fucili e moschetti con qualche mitragliatrice e fucile mitragliatore e col munizionamento prescritto dal progetto O.P. (Ordine Pubblico)” (14). “Gli spiriti erano depressi e l’armamento difettava. Ricordo, ad esempio, che al deposito di un Reggimento di Fanteria (mi pare a Barletta) per l’istruzione di migliaia di soldati esisteva una sola mitragliatrice”! (15)
  • I successi conseguiti grazie alla efficace organizzazione predisposta, alla disciplina dei soldati schierati a difesa di Barletta, oltre che all’effetto sorpresa sui tedeschi che non si aspettavano una così efficace reazione italiana, non illudono il colonnello Grasso: egli sa che i tedeschi sarebbero tornati. Il fallimento dell’attacco a Barletta colpisce molto i Tedeschi che così parlano degli scontri del giorno 11 settembre: “La seconda, quinta e sesta Compagnia del I Reparto sono state impiegate nella battaglia di Barletta. Fallimento del primo attacco a Barletta (11 settembre 1943) da parte del Gruppo combattente Kurtz. Vengono sottolineate le gravi perdite subite” (16).
  • “Rapporto dell’Ufficio Operazioni dello Stato Maggiore di Kesselring: Fallimento dell’attacco contro Barletta a causa della forte difesa italiana” (17).“Rapporto del Comandante Superiore Sud (Kesselring): Decisione di trasformare Barletta in un caposaldo tedesco e distruzione di tutte le linee di comunicazione” (18). “Forte resistenza italiana ha impedito la presa di Barletta (costa est) l’11.9” (19).
  • Essendo state interrotte tutte le linee di comunicazione in ingresso e in uscita da Barletta, il colonnello Grasso ordina al maresciallo Vito Muggeo di raggiungere il comando territoriale del IX Corpo d’Armata, riferire sugli scontri dell’11 settembre e richiedere aiuti (20).

Richiesta di aiuti

  • Le armi e gli aiuti richiesti non arriveranno mai: al colonnello Grasso, in quelle ore cruciali, viene richiesta una dettagliata relazione! (21) Nella notte tra l’11 e il 12 settembre, a sostegno del Gruppo combattente Kurtz, giunge il maggiore Walter Gericke che già il 9 settembre si era lanciato con i suoi paracadutisti su Monterotondo per catturare lo Stato Maggiore del Regio Esercito che, però, aveva già abbandonato il Centro Marte di Monterotondo per proseguire verso Ortona e Brindisi assieme agli altri fuggiaschi. Walter Gericke è a capo del II Battaglione del I Reggimento paracadutisti e dalla 2a, 5a e 6a Compagnia del 1° Reparto cacciatori anticarro paracadutato. Le forze offensive che attaccano Barletta il 12 settembre ammontano a circa 1.000 uomini scelti della I Divisione paracadutisti sostenuti dalla Luftwaffe (aerei Heinkel He 111) (22) e (23).
  • Così, nella documentazione presente negli archivi tedeschi, si parla del secondo attacco a Barletta: Rapporto dello Stato Maggiore di Kesselring allo Stato Maggiore dell’Esercito: conquista di Barletta (12 settembre) dopo duro combattimento” (24). “L’Ufficio Operazioni della 10^ Armata comunica allo Stato Maggiore di Kesselring che unità della I Divisione paracadutisti hanno conquistato Barletta (punto c 102) dopo bombardamento e dopo dura lotta” (25).
  • “Il Comando della Decima Armata si informa presso il Comando del LXXVI Corpo d’Armata se il porto di Barletta sia stato completamente distrutto” (26).
  • “Il Comando del LXXVI Corpo d’Armata corazzato comunica alla I Divisione paracadutisti: Il Fuhrer desidera sapere che cosa è stato distrutto a Barletta (27). Superate le difese italiane, i tedeschi sono in città: sparano contro obiettivi militari, palazzi e monumenti della città, civili inermi (28) e (29). Nessuna resistenza è più possibile a causa del mancato invio degli aiuti inutilmente richiesti dal colonnello Grasso e del tradimento del centurione Antonio Perizzi che comanda la difesa contraerea di Barletta ancora affidata alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, istituita dal fascismo nel 1923 e sciolta solo il 6 dicembre 1943. Perizzi, infatti, ordina ai propri uomini di non colpire gli aerei tedeschi che bombardavano Barletta.
  • “(…) Azione contraerea da parte della 726^ Batteria DI.CA.T. (Difesa Contraerea Territoriale) oltremodo blanda ed inefficace. Numero 8 pezzi da 20 mm contro 3 apparecchi a bassissima quota dovevano sfociare in risultati ben differenti, mentre l’azione nemica è rimasta padrona del cielo per oltre un’ora”. […] Il comandante della stessa, centurione Antonio Perizzi, aveva tenuto una concione invitandoli a passare con i tedeschi e che il colonnello Grasso aveva chiamato con urgenza prima il suddetto comandante e poi il comandante dei Reali Carabinieri. Dato che il colonnello Grasso e il comandante dei Reali Carabinieri sono prigionieri non è possibile accertare i provvedimenti presi a tal riguardo; però il centurione Antonio Perizzi e due altri ufficiali della suddetta Batteria risultano irreperibili e, molto probabilmente, sono passati al nemico (30).
  • Il colonnello Grasso così descrive quel tragico momento: “In tale critica e dolorosa situazione ritengo non resti che evitare ulteriore, inutile spargimento di sangue e distruzioni con particolare riguardo alla popolazione civile e decido, perciò, di ordinare la cessazione della resistenza. Sono le ore 9 circa”  (31).
  • I tedeschi irrompono nel Castello di Barletta, sede del Comando del Presidio militare e catturano il colonnello Grasso e gli altri ufficiali. “Riconosciuto all’atto della cattura come il Comandante del Presidio, responsabile degli ordini dati per la resistenza, vengo minacciato e malmenato. A seguito di pugni ricevuti sulla faccia perdo tre denti e mi si spezza l’apparecchio inferiore di protesi dentaria. […] 
  • Trascinato nella vettura del comandante della Colonna tedesca sono da questi ancora minacciato e affidato a scorta” (32). A testimoniare ulteriormente l’importanza che i tedeschi danno alla conquista di Barletta, resta la inusualmente abbondante documentazione fotografica prodotta da tre fotografi (Benschel, Reisgen e Reuschke) della Propagandakompanie (33) consultabile nel Bundesarchiv di Coblenza. Inizia per lui, per gli altri ufficiali e per centinaia di militari presenti a Barletta, esattamente come per altri 650.000 soldati italiani lasciati senza ordini e disposizioni e catturati nei vari fronti di guerra, il lungo viaggio verso i lager del Terzo Reich.

La deportazione dei militari, l’eccidio dei civili

Francesco Grasso rifiuterà sempre di collaborare con i nazisti e con la repubblica fascista di Salò. Così scrive nel suo diario della prigionia in data 25 novembre 1943:

  • “Ogni adesione significa collaborare e dare ai nostri nemici possibilità di una più lunga resistenza. Io risponderò sempre: NO”; e in data 31 dicembre 1943: “Sappiamo che un’altra settantina di Ufficiali Superiori hanno aderito alla Repubblica fascista […] io penso che, per questi uomini, indeboliti nel fisico, nel morale e nella volontà, accettare il ricatto loro sottoposto sia stato solamente considerato come mezzo di liberazione. Ad essi è venuta a mancare la facoltà di discernere gli altri importanti aspetti della cosa. Dio mi conceda la forza per resistere (34). L’occupazione della città inizia con l’episodio che più è rimasto nella memoria collettiva dei barlettani: 12 vigili urbani e due netturbini vengono allineati contro il muro del Palazzo delle Poste e mitragliati (35). Scampa alla morte solo il vigile Francesco Paolo Falconetti che, ferito, rimane coperto dai cadaveri dei compagni. A salvarlo sono due donne: Lucia Corposanto e Addolorata Sardella che, superando il terrore, lo soccorrono e riescono a metterlo in salvo. Le due donne sono state entrambe insignite di Medaglia di Bronzo al Merito civile  (36), (37), (38). Quando i tedeschi abbandonano Barletta il bilancio delle vittime è spaventoso: oltre ai 37 militari morti nella difesa della città, vengono barbaramente uccisi 34 civili e 65 restano feriti anche in maniera grave. Molti di loro sono bambini, donne, anziani che nessunpericolo potevano rappresentare per le truppe tedesche occupanti. Francesco Grasso sarà internato nei lager nazisti di Hammerstein (Stalag IIB) dal 23 al 27 settembre 1943, di Tschenstochau (Stalag 367) sino al 9 agosto 1944 e di Nürnberg Langwasser (Offlag XIIIA) sino 21 aprile 1945. “Giungo al campo di concentramento di Hammerstein dove, dopo una nuova minuziosa perquisizione, vengo con gli altri buttato in una lurida baracca, Invitato ad arruolarmi nelle SS, rifiuto”. “Il 27 settembre 1943 sono condotto a Tschenstochau dove giungo il successivo giorno 29. Invitato ad arruolarmi nell’Esercito Repubblicano fascista non aderisco. Il 4 novembre 1943 giunge al campo di Tschenstochau il generale R. C. già comandante della difesa di T. il quale tiene a tutti gli ufficiali rinchiusi nel campo e per vari giorni discorsi di propaganda per ottenere l’adesione all’idea repubblicana. In uno di essi, mentre promette un trattamento di favore agli aderenti, avverte che contro gli ostinati si sarà implacabili. Si fa affidamento sulla fame che già da tempo ci tormenta. Rifiuto ancora”. L’8 agosto 1944 sono condotto da Tschenstochau al campo di Nürnberg Langwasser dove giungo il successivo giorno 10 (39). Rientrerà a casa, dopo il lungo, terribile internamento nei lager nazisti, solo il 3 luglio 1945.
  • “3 luglio 1945, ore 2. Siamo a Foggia. Sale un brigadiere dei Carabinieri che mi dice essere diretto a Barletta e che impiegheremo dalle quattro alle cinque ore per giungervi. Dopo diverse notti insonni i miei occhi non vogliono rimanere più aperti. Dico al sottufficiale chi sono, che devo scendere anch’io a Barletta e lo prego di svegliarmi nel caso il sonno mi vincesse. Mi assopisco. A Trinitapoli sono completamente sveglio. Margherita di Savoia, Barletta. Sono le ore 6. Il brigadiere mi aiuta a portare il bagaglio fino al portone di casa. Qui incontro Carmela, una vicina di casa, che mi riconosce e mi abbraccia. Busso i miei tre soliti forti colpi al portone. Si affaccia, al primo piano, la Signora Canfora che, anch’essa, mi riconosce subito, apre e a gran voce chiama mia moglie avvertendola che sono arrivato. Salgo le scale e sono alla porta di casa… Mi rifugio fra le braccia dei miei cari. Finalmente… dopo 22 mesi. 12 settembre 1943 – 3 luglio 1945” (40).
  • “Inumano il trattamento tedesco durante tutto il periodo della prigionia. Ottimo il trattamento avuto dalle truppe americane specialmente nei riguardi dei viveri somministrati che hanno salvato molte vite e ridato aspetto umano agli scheletri viventi costituenti parte della massa dei prigionieri” (41). Sottoposto a procedimento di discriminazione, verrà assegnato alla “prima categoria” (42).

Il diverso destino del colonnello Grasso e del maggiore Gericke

  • A distanza di qualche mese, casualmente, verrà a sapere che presso la Procura militare di Bari pende, a suo carico, un procedimento penale per “resa senza avere esaurito i mezzi estremi di difesa o di resistenza e senza aver fatto quanto gli era imposto dal dovere e dall’onore”, reato punito, a norma dell’articolo 103 del Codice penale militare di guerra ancora vigente all’epoca, con “la morte mediante fucilazione nel petto” (43). L’istruttoria è affidata al pubblico ministero, generale G. Grilli che, interrogato il colonnello Grasso ed esaminata la documentazione da lui prodotta, chiede al giudice istruttore di non procedere nei confronti dell’imputato in quanto “Lo sfortunato Comandante nulla più aveva di efficiente da opporre al nemico, da gettare nella mischia. Senza quel segnale (la resa) altre e sporadiche resistenze avrebbe certamente incontrato il nemico sul suo cammino, come già avveniva in questo o quel punto dello stesso abitato ad opera di reparti isolati ignari della situazione, altro sangue ed altre distruzioni si sarebbero aggiunte al triste bilancio della giornata, ma il risultato non sarebbe mutato di una linea (…) La Legge penale militare non può imporre inutili sacrifici di vite umane. Quando un posto, un reparto ha cessato di costituire nel suo insieme un elemento attivo di lotta per aver esaurito ogni mezzo utile ad assicurare una sia pur minima resistenza e si arrende, così come non infrange la legge dell’onore non viola neppure la legge penale. Il colonnello Grasso, inchinandosi al fato, non ha violato né l’una né l’altra. Per questi motivi il P.M. chiede che il G.I, chiusa la formale istruttoria, voglia dichiarare non doversi procedere a carico di Grasso Francesco”.
  • Il giudice istruttore, accogliento la richiesta del PM, proscioglie il colonnello Grasso dall’infamante accusa. Questo è ciò che Francesco Grasso dové subire al suo ritorno in patria dopo venti mesi di sofferenza nel lager nazisti e nonostante avesse agito da buon soldato e difeso la città fino a che gli fu possibile. Scrive nel suo diario dalla prigionia il 2 ottobre 1943: “Giungono altri 1300 Ufficiali esacerbati per trattamento avuto durante trasferimento. Le camerate si riempiono. Ascolto ciò che altrove è accaduto. Interi Reggimenti e Divisioni consegnati ai Tedeschi senza alcuna resistenza. Penso che, al confronto, quello che mi fu possibile fare a Barletta dovrebbe essere bene apprezzato”. Ben diversa la sorte che tocca al maggiore Walter Gericke che aveva comandato l’attacco a Barletta del 12 settembre, ordinato l’eccidio dei vigili urbani e dei netturbini e i cui soldati furono responsabili di eccidi e di violenze durante l’occupazione della città. “ (…) a Barletta hanno chiamato a raccolta la popolazione, dicendo che avrebbero distribuito i viveri, e invece hanno tirato fuori i mitra e hanno sparato, cose del genere hanno fatto. Poi, per strada, strappavano orologi e anelli, come i banditi” (44).
  • Conclusa la seconda guerra mondiale nel corso della quale è più volte decorato, riprende servizio nella Bundeswehr, il nuovo esercito della Germania Ovest, per dirigere la scuola di paracadutismo di Altenstadt e comanda dal 1962 al 1965 la Prima Luftlande-Division, raggiungendo il grado di Generale di Brigata. Walter Gericke muore il 19 ottobre 1991 senza aver mai pagato per gli eccidi di cui era stato responsabile. Anche la Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti (Armadio della vergogna, nda) istituita con legge del 15 maggio 2003, n. 107, per ciò che riguarda l’eccidio avvenuto a Barletta il 12 settembre 1943 si conclude senza che sia individuato il responsabile di quella strage. Eppure, le prove della responsabilità di Walter Gericke, a volerle cercare, c’erano tutte!

Per gli eventi del settembre 1943, alla città di Barletta è stata conferita la Medaglia d’Oro al Merito Civile (8 maggio 1998) e quella al Valor Militare (7 luglio 2003) (45).

  • A ottant’anni da quelle vicende è giunto il tempo di restituire verità alla Storia e alle storie di tutti coloro che, come Francesco Grasso, diedero vita a quelle forme di Resistenza ancora troppo poco conosciute, raccontate, valorizzate: la Resistenza militare di chi, dopo la proclamazione dell’armistizio, non si arrese e non scappò e l’altra Resistenza, quella disarmata dei militari italiani che vissero l’incubo dei lager nazisti e che, ostinatamente, collettivamente, consapevolmente, a costo anche della propria vita, dissero NO al fascismo e alla guerra. 
  • Roberto Tarantino, presidente onorario Anpi Barletta-Andria-Trani e Vito Antonio Leuzzi, presidente Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea “Tommaso Fiore” di Bari

NOTE

(1) Un quadro esauriente delle violenze tedesche in Puglia in “L’8 Settembre 1943 in Puglia e Basilicata. Documenti e testimonianze” di Giulio Esposito e Vito Antonio Leuzzi, Edizioni Dal Sud, Bari, 2003 e “1943: la Puglia in guerra” di Vito Antonio Leuzzi, Edizioni Dal Sud, Bari, 2023;
(2) Da “L’occupazione tedesca a Barletta, 12/24 settembre 1943”, Monsignor Giuseppe D’amato, Tipografia Vecchi & C. Trani, 1973;
(3) Vedi https://www.anpi.it/biografia/francesco-grasso;
(4) Dalla relazione del colonnello Grasso sugli avvenimenti dall’8/9/1943 al 03/07/1945 redatta dallo stesso nell’ambito del procedimento di discriminazione affidato alla “Commissione d’inchiesta sul comportamento degli Ufficiali generali e dei colonnelli all’atto e dopo l’armistizio” istituita il 19 luglio 1944 allo scopo di esaminare la condotta morale e tecnica tenuta durante gli avvenimenti dell’8 settembre 1943. Il 17 giugno 1944 fu costituita la “Commissione consultiva per l’esame del comportamento all’atto e dopo l’armistizio degli ufficiali generali e superiori già in Roma”. La commissione d’inchiesta doveva esaminare la condotta morale e tecnica tenuta durante gli avvenimenti dell’8 settembre 1943 dai generali e dai colonnelli. Nell’ottobre 1947 la commissione venne definitivamente sciolta;
(5) Dispaccio radio n. 24.202 diramato dal Capo di Stato Maggiore, Generale Ambrosio alle ore 0,20 del 9 settembre e pervenuto tramite il Comando Territoriale del IX Corpo d’Armata;
(6) Fonogramma n. 1256 proveniente dal Comando del 15° Reggimento Costiero, trasmesso al Comando del Presidio militare di Barletta alle ore 23,45 del 10 settembre 1943 (Archivio privato famiglia Tarantino – Grasso);
(7) Archivio privato famiglia Tarantino – Grasso;
(8) Dal diario del paracadutista tedesco Heino Niehaus della 6^ compagnia del 1° reparto cacciatori anticarro paracadutato – Archivio militare di Friburgo;
(9) Friedrich Kurtz;
(10) Da “1943: 25 Luglio-8 Settembre” Ruggero Zangrandi, Feltrinelli, Milano, 1964;
(11) Dalla Relazione del colonnello Grasso sugli avvenimenti dall’8/9/1943 al 03/07/1945 redatta dallo stesso nell’ambito del procedimento di discriminazione;
(12) Il cannoncino da 47/32 sarà utilizzato su via Andria, al caposaldo Crocifisso, dal reparto italiano lì dislocato e comandato dal Tenente Vasco Ventavoli. L’addetto al cannoncino era il sergente Guido Giandiletti;
(13) Da “La difesa di Barletta nel Settembre 1943”, del col. degli Alpini Ferdinando Casa, Savona, 21 gennaio 1946, AUSSME, Diari storici, busta 2122/B, fasc. 2;
(14) Dalla relazione del colonnello Grasso sugli avvenimenti dall’8/9/1943 al 03/07/1945 redatta dallo stesso nell’ambito del procedimento di discriminazione;
(15) Dalla relazione del generale Roberto Lerici, comandante del IX Corpo D’armata in Puglia (settembre 1943);
(16) Archivio militare di Friburgo BW 57/159;
(17) Archivio militare di Friburgo RH 2/649;
(18) Archivio militare di Friburgo RH 24-76/5 dell’11/09/1943 ore 23,00;
(19) Rapporti O. B. Sud – dall’1.9 al 30.9.43 (Oberbefehlshaber Süd feldmaresciallo Albert Kesselring);
(20) Archivio privato famiglia Tarantino – Grasso;
(21) Archivio privato famiglia Tarantino – Grasso;
(22) Da “La battaglia di Barletta” di Gerhard Schreiber in “Novecinquesei, Diario della Resistenza di un soldato” di Francesco Grasso a cura di Roberto Tarantino, Durango Edizioni, Collana Chilometri Zero, Trani, 2019;
(23) Il maggiore Walter Gericke comanda l’attacco a Barletta il 12 settembre 1943;
(24) Archivio militare di Friburgo RH 2/649 del 14/09/1943 ore 03,00;
(25) Archivio militare di Friburgo RH 20-10/56 del 13/09/1943 ore 16,00;
(26) Archivio militare di Friburgo RH 24-76/6 del 25/09/1943;
(27) Archivio militare di Friburgo RH 24-76/6 del 25/09/1943 ore 17,55;
(28) La torre dell’orologio della chiesa di San Giacomo colpita dai tedeschi (Archivio privato della famiglia Pedico);
(29) I paracadutisti tedeschi sparano contro il portale dell’ospedale di Barletta (frame da filmato dell’Istituto Luce”;
(30) Dalla “Relazione sugli avvenimenti bellici di Barletta nei giorni 11 e 12 settembre 1943” del Comando Territoriale del IX Corpo d’Armata di Bari;
(31) Dalla Relazione del colonnello Grasso sugli avvenimenti dall’8/9/1943 al 03/07/1945 redatta dallo stesso nell’ambito del procedimento di discriminazione;
(32) Dalla Relazione del colonnello Grasso sugli avvenimenti dall’8/9/1943 al 03/07/1945 redatta dallo stesso nell’ambito del procedimento di discriminazione;
(33) Le Compagnie di propaganda erano unità specializzate che operavano in seno alle Forze Armate per documentare e raccontare la guerra con testi, fotografie, disegni, trasmissioni radio e film, fare propaganda contro il nemico, fare contro-propaganda rispetto alla propaganda messa in atto dal nemico, fornire informazioni propagandistiche false al fine di coprire attività militari
(34) Da “Novecinquesei, Diario della Resistenza di un soldato” di Francesco Grasso a cura di Roberto Tarantino, Durango Edizioni, Collana Chilometri Zero, Trani, 2019;
(35) Nella sequenza fotografica del Bundesarchiv: Walter Gericke in piazza Caduti in guerra a Barletta (sullo sfondo il Palazzo delle Poste, luogo dell’eccidio), i vigili urbani e i netturbini allineati contro il muro delle Poste, i corpi dei 12 vigili e dei 2 netturbini;
(36) Il vigile urbano Francesco Paolo Falconetti (foto da L’occupazione tedesca a Barletta, 12/24 settembre 1943 – Monsignor Giuseppe D’Amato, Tipografia Vecchi & C. Trani, 1973) Lucia Corposanto e Addolorata Sardella (Archivio privato famiglia Tarantino – Grasso);
(37) Vedi https://www.quirinale.it/onorificenze/insigniti/306122;
(38) Vedi https://www.quirinale.it/onorificenze/insigniti/207466;
(39) Dalla Relazione del colonnello Grasso sugli avvenimenti dall’8/9/1943 al 03/07/1945 redatta dallo stesso nell’ambito del procedimento di discriminazione;
(40) Da “Novecinquesei, Diario della Resistenza di un soldato” di Francesco Grasso a cura di Roberto Tarantino, Durango Edizioni, Collana Chilometri Zero, Trani, 2019;
(41) Dalla Relazione del colonnello Grasso sugli avvenimenti dall’8/9/1943 al 03/07/1945 redatta dallo stesso nell’ambito del procedimento di discriminazione.
(42) Il colonnello Grasso fu assegnato alla “prima categoria” in quanto il suo comportamento fu ritenuto ineccepibile;
(43) È punito con la morte, mediante fucilazione nel petto il comandante, che cede il forte, la piazza, l’opera, il posto, l’aeromobile, o ammaina la bandiera della nave, o, comunque, dà il segnale della resa, senza avere esaurito i mezzi estremi di difesa o di resistenza e senza aver fatto quanto gli era imposto dal dovere e dall’onore. La pena di morte, per i delitti previsti dal Codice penale militare di guerra, è stata abolita dall’art. 1, L. 13 ottobre 1994, n. 589 che, ad essa, ha sostituito la pena massima prevista dal codice penale;
(44) Da “Soldaten. Combattere uccidere morire. Le intercettazioni dei militari tedeschi prigionieri degli Alleati” di Sönke Neitzel e Harald Welzer, Garzanti, 2013;
(45) Vedi https://www.quirinale.it/onorificenze/insigniti/466. – www.patriaindipendente.it

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

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