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Le “Aquile Randagie” resistono al nazifascismo volando alto

Una storia scout di Resistenza non violenta

Abbiamo vissuto lo scoutismo quando era appena terminata la stagione delle Aquile Randagie e si dava l’avvio alla ripresa dello scoutismo dopo la Liberazione. Lo spirito che aveva animato questa esperienza clandestina si trasmetteva a noi attraverso capi scout come Lelio Oldrini, Virgilio Binelli, Giuseppe Mira, Pierangelo Ferraris. Grazie a loro abbiamo mosso i nostri passi sui sentieri dove erano visibili le tracce di quei giovani ribelli all’ingiustizia e all’oppressione. Ancora erano visibili le tracce di fratelli che, a proprio rischio, correvano in soccorso dei più indifesi e perseguitati. In particolare eravamo consapevoli che grazie a questi scout, ribelli per amore, che avevano fatto della Val Codera un luogo di ritrovo, di preghiera e di imprese coraggiose, lo scoutismo non era finito: noi potevamo viverlo e a nostra volta trasmetterlo ad altri. In quei momenti, alla fine di giornate belle e faticose, si rifletteva sul messaggio più alto dell’essere scout che, declinato con la Legge e la Promessa, si esprimeva e si esprime nell’estote parati le cui radici sono nel Vangelo. Dalle Aquile Randagie abbiamo anche raccolto l’appello a “servire”, che nella Resistenza vide i partigiani cattolici, scegliere la via della non violenza e non l’uso indiscriminato e a volte vendicativo delle armi. “Servire”, cioè “aiutare gli altri in ogni circostanza”, come dice la Promessa scout è per noi, come lo fu per le Aquile Randagie, l’altro nome della carità, di quell’amore che ci coinvolge ogni giorno nella sofferenza fisica e spirituale dell’altro e chiede di camminare con lui sui sentieri e sulle strade della Misericordia. Sui sentieri e sulle strade della Speranza.»

(Paolo Ferraris e Giuseppe Fattorini, ex Capi del Gruppo scout Como 1 intitolato all’Aquila Randagia Nico Verri, fucilato il 16 Aprile 1945, a La Thuille in Val d’Aosta).

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Nel 1926 il fascismo assunse il controllo dell’educazione dei giovani e mise fuori legge anche lo scoutismo. Il 22 aprile 1928 nel duomo di Milano gli scout consegnarono le insegne all’arcivescovo Idelfonso Schuster e non al regime fascista. Nacquero così le Aquile Randagie che in Val Codera si ritrovarono clandestinamente per pregare pensare e progettare un futuro di libertà. Nel 1943, dopo l’armistizio, le Aquile Randagie furono protagoniste di una Resistenza disarmata che fu “forza morale, senz’armi, con la sola arma della fede” perché – come dicevano – “noi non spariamo, non uccidiamo, noi serviamo”. Nacque anche OSCAR nome segreto dell’Opera Scoutistica Cattolica di Aiuto ai Rifugiati che salvò oltre 2000 persone perseguitate facendole passare, attraverso la Val Codera, oltre il confine della Svizzera.”.

Inizia così – sul Sito web “Sui Loro Passi” – la breve pagina pubblicata in Memoria dei componenti del Gruppo Scout “Aquile Randagie” che con la loro azione antifascista non violenta ci ricordano che la Resistenza era iniziata molto prima dell’8 Settembre 1943 e che chi – da quel giorno – prese le armi per conquistare (e conquistarci) la libertà aveva ripreso il testimone di una lotta, minoritaria e silenziosa ma non per questo inutile, contro il fascismo proprio negli anni del massimo consenso del regime mussoliniano.

Le “Aquile Randagie” quella lotta non violenta la ripresero nel 1943 e, sebbene non avessero sparso sangue, pagarono con la vita di uno di loro quella scelta antifascista e non violenta.

Alcune  “Aquile Randagie

Credere, Obbedire e Resistere”, la storia delle “Aquile Randagie

Dopo un lungo lavoro di ricerca e archiviazione, Mario Isella ha raccolto oltre 250 fotografie, un autentico diario fotografico «dei 17 anni clandestini vissuti dalle Aquile Randagie (A.R.) di Monza. Così quella stgoria è raccontata sul Sito Web https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/le-aquile-randagie-fedeli-e-ribelli-32338.html :

“In tempi dove la patria chiedeva di “credere, obbedire, combattere” le A.R. rifiutano l’integrazione con il regime fascista senza rinnegare la Promessa scout che chiede di “servire la Patria”. Per le A.R. il vero servizio alla patria «è ribellarsi al regime, troppo lontano dai valori espressi nei 10 articoli della Legge Scout».

Nel 1916 Mario di Carpegna fonda in Italia l’A.S.C.I. Nel 1928 il regime fascista di Benito Mussolini pretende il monopolio dell’educazione giovanile e decreta che l’associazione scoutistica cattolica sia inserita nell’Opera Nazionale Balilla. (legge 9 aprile 1928  N° 696). Il Comitato Centrale scoutistico non accetta tale imposizione e in data 6 maggio 1928 scioglie i reparti scout. I capi di Monza e Milano si ribellano e in clandestinità continueranno la loro attività.

A Milano, Giulio Uccellini (Tigre), Virgilio Binelli (Aquila Rossa), Andrea Ghetti (Baden); a Monza Beniamino Casati (Lupo Bigio) e Aldo Mauri. Beniamino Casati, punto di riferimento dell’associazione a Monza, in oratorio assume «l’incarico di Delegato Aspiranti di Azione Cattolica e, data la sua propensione all’educazione dei giovani, con questi e con i ragazzi dell’oratorio, applica il metodo scout formando squadriglie, facendo pionierismo, uscite di fine settimana e fine mese nei boschi della Brianza». Questi gruppi spontanei, intendono ancora mantenere accesa e viva la “fiamma” e scelgono di chiamarsi Aquile Randagie; sprovvisti di una sede, oltre a continuare le attività, fanno del proselitismo».

Alcuni dissidenti monzesi inviano una lettera alla Direzione dell’Oratorio SS Redentore in data 10 ottobre 1928: «Noi vogliamo scegliere le migliori forze della vecchia associazione per poter continuare i compiti che questa si era prefissa e vogliamo subito iniziare la nostra attività, sia pur con pochi volonterosi».

Le fotografie raccolte presentano immagini che riguardano le varie attività svolte in clandestinità: le feste di S. Giorgio patrono degli scout, campi estivi, gite di gruppo, inaugurazione dell’anno scout, uscite di carnevale e pasquetta. Le località geografiche si concentrano in maggioranza nella Lombardia: Val Biandino, Val Seriana, Val Brembana, Val Vigezzo, Val Malenco, Val Masino, Val Codera, nelle località di S. Giovanni Bianco, Roncobello, Erve, Caspoggio, Meda, Colico, Gravedona, Domaso, ai Corni di Canzo, sul Pizzo dei Tre Signori, sul Resegone, nel lecchese e nei boschi delle Groane.

Nel 1932 in val Seriana i fratelli Andrea e Vittorio Ghetti da Milano arrivano al campo in bicicletta a notte inoltrata. Pur salvaguardando la clandestinità le A.R. si rivolgono alla popolazione locale «per particolari necessità come poter fare uso della loro fontana per la pulizia personale o, in altre occasioni, per l’approvvigionamento di latte per la colazione, di paglia da inserire nei pagliericci, di acqua potabile, o altro e sempre si trovò, da parte dei residenti, aiuti e simpatia». A Roncobello (val Brembana) c’è anche il manifesto consenso del podestà Attilio Milesi che, di fatto, ospitando le A.R. monzesi misconosce le direttive del regime fascista. A Roncobello le A.R. organizzano due campi estivi nel 1936 e nel 1940 a pochi mesi dall’entrata in guerra dell’Italia. Un partecipante al campo testimonia la simpatia della popolazione e del podestà. «Pure a questo campo l’incontro con la popolazione della frazione (Capovalle) è stato molto sentito ed ha avuto il suo punto più vivo al fuoco di bivacco fatto in piazza tanto da coinvolgere tutti i presenti. Il sindaco del paese, abitante in frazione, ringraziando per il nostro comportamento, ha donato quattro fiaschi di vino». In val Vigezzo (1938) si registra una piacevole visita al campo da parte di maestre e ragazzi che soggiornano nella colonia fascista di Druogno. Nel 1941 alla Messa nel campo svolto in val Codera sono presenti villeggianti e le Guardie di Finanza in servizio nella zona.

La caduta del regime fascista suscita un entusiasmo subito rientrato causa lo «sbandamento delle forze armate e con l’invasione tedesca tutto diviene ancora più difficile. Alcune A.R. riescono a tornare a casa mentre altre sono fatte prigioniere e trasferite in Germania». Nei giorni successivi all’8 settembre ’43 don Aldo Mauri organizza l’espatrio in Svizzera di oltre 80 soldati africani prigionieri. L’azione è all’origine della nascita a Milano dell’O.S.C.A.R. (Opera Soccorso Cattolico Aiuto Ricercati).

Nel 1944 alcune A.R. milanesi (tra questi don Andrea Ghetti, Giulio Uccellini, Lodovico Farina e don Giovanni Barbareschi) con l’O.S.C.A.R. offrono assistenza ai ricercati dal regime aiutandoli a rifugiarsi in Svizzera. Dal 1944 al 1945 l’organizzazione clandestina riesce a salvare la vita a oltre 2000 ebrei e rifugiati politici, tra questi anche soldati tedeschi disertori. Per ragioni di sicurezza «le A.R. monzesi non sono messe a conoscenza».  Il 25 aprile 1945 è il giorno della liberazione dalla guerra e dal regime fascista. Nel suo diario Beniamino Casati scrive «Anno 1945 – L’A.S.C.I. è Risorta – Le vecchie fiamme sventolano sul bel cielo d’Italia e a Monza le A.R. assumono il comando del Commissariato Locale costituendosi membri con i pieni poteri della riorganizzazione dei Riparti sciolti». Il 14 maggio 1945 nei boschi di Canonica Lambro si festeggia “la Liberazione” e la “Festa di S. Giorgio”.

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Nota sul Film “Aquile Randagie”, ovvero quando la fretta rovina le buone intenzioni

Per ricordare ulteriormente la nascita e la lotta delle “Aquile Randagie” il regista Gianni Aureli ha diretto, nel 2019, il Film omonimo. Il Film è però reso irrealistico dalle numerose imprecisioni, non solo storiche, che lo popolano. Tre per tutte: la scena con i partigiani fucilati in Piazza è storicamente inesatta. I partigiani ammazzati erano in realtà 15 e si trovavano in Piazzale Loreto (il fatto storico è del 10 Agosto 1944), ma  per esigenze produttive la scena è stata girata davanti all’Arena di Milano e i corpi sono solo cinque. Gli scarponi degli scout di quegli anni non avevano la suola in Vibram e la radiolina a transistor, con cui il sacerdote ascolta Radio Londra, in quegli anni, era di là da venire. Al tempo, infatti, le radio erano spesso molto ingombranti, avevano le “valvole” e per funzionare avevano bisogno della corrente elettrica ché  neanche le pile a 9 volt avevano ancora visto la luce.

Peccato che la sceneggiatura – che appare scritta di volata e fretta – non sia all’altezza di un progetto cinematografico altamente lodevole, rendendo la storia raccontata assai improbabile, mentre è realmente avvenuta, e dunque vanificando l a buona intenzione di partenza di raccontare un fatto per molti sconosciuto e degno di essere ricordato.


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