Le Madrine di guerra durante il conflitto 1915-1918

Durante la Prima guerra mondiale è stato molto attivo, anche nel nostro Paese, il cosiddetto “fronte interno” per coinvolgere la popolazione nell’appoggiare il conflitto e nell’assistere i combattenti e le loro famiglie.

Accanto ai Comitati Patriottici, che svolgevano attività di propaganda a favore della guerra, ci sono state molte iniziative, a carattere volontario, per l’assistenza morale e materiale sia dei militari al fronte che dei loro familiari bisognosi, che coinvolsero soprattutto le donne, per il ruolo tipicamente femminile di “angelo custode”, quasi sempre di estrazione borghese ed aristocratica, che lasciarono i “salotti familiari” per dedicarsi a questa attività di volontariato.

Un esempio della grande attività di assistenza, svolta a carattere volontario dalle donne, è quanto accadde a Bologna, dove si costituirono nei primi anni del conflitto 110 Opere di assistenza, di cui ben 72 erano gestite esclusivamente o prevalentemente da donne, che svolgevano attività di assistenza non solo ai combattenti al fronte, alle loro famiglie ed ai loro figli, ma anche ai militari ricoverati negli ospedali, ai prigionieri di guerra, ai mutilati ed agli invalidi. Inoltre svolgevano attività anche in moltissimi altri settori, ad esempio dando informazioni sulle Leggi ed i Regolamenti della Leva e del Servizio militare, prestando assistenza legale alle famiglie e raccogliendo fondi.

A Bologna nacque, per iniziativa della Contessa Lina Bianconcini Cavazza, subito dopo l’inizio del conflitto, nel giugno 1915, l’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, che in poco tempo divenne una realtà molto radicata nel Paese, con 8.400 Sezioni ed Uffici locali, che erano conosciuti da tutti i cittadini, come la Chiesa, il Municipio e l’Ufficio Postale. Svolse fino al 30 giugno 1919 un’attività importantissima di sostegno ai militari ed alle loro famiglie, riconosciuta subito dal Ministero della Guerra con la Circolare n. 471 del 18 giugno 1915.

Timbrificio Centocelle

In queste Opere di assistenza furono molto attive donne già impegnate nell’assistenza sanitaria e sociale, come le Dame della Croce Rossa, che assistettero i militari feriti negli ospedali e nei treni-ospedale, cercando di dare ad essi sollievo morale. Organizzarono anche attività ricreative nei luoghi di cura, soprattutto in occasione delle festività più importanti, come quelle natalizie, distribuendo doni ed allestendo alberi di Natale.

Anche le Dame di Carità organizzarono serate di beneficienza per raccogliere fondi e beni di vario tipo (soprattutto alimenti e vestiario), a sostegno delle famiglie bisognose dei combattenti, soprattutto dei caduti e dei mutilati.

Nel corso della guerra nacque una forma nuova di assistenza femminile ai militari al fronte, svolta dalle cosiddette Madrine di guerra.

L’idea di questa nuova figura assistenziale femminile nacque in Francia, quando alcuni Ufficiali notarono che l’arrivo della posta causava tristezza nei militari che non la ricevevano. Lanciarono quindi un appello alle donne francesi invitandole a scrivere a questi soldati, i cui nomi furono comunicati dai Comandanti dei Reparti, dai Cappellani, dai commilitoni, dai Parroci ed anche dai Sindaci.

L’iniziativa si estese rapidamente in altri Paesi. In Italia fu promossa da alcuni Giornali, non solo femminili, come La Donna, e dalle Associazioni femminili emancipazioniste.

Pertanto molte donne, non solo di estrazione borghese, scelsero un militare da confortare, chiamato “figlioccio”, avviando con lui una fitta corrispondenza, con lettere e cartoline. In occasione delle festività e delle ricorrenze personali gli mandavano pacchi dono.

Molte donne adottarono più soldati e spesso usarono nella corrispondenza uno pseudonimo e non mandarono la propria foto ai “figliocci”.  Pertanto, nella maggior parte dei casi, la Madrina ed il “figlioccio” non si conobbero mai di persona, ma in alcune situazioni, dal rapporto epistolare nacque l’amore ed i due si sposarono dopo la guerra.

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