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Le poesie in 3D del poeta romeno Gheorghe Vidican

Per la prima volta tradotte e pubblicate in Italia. La recensione del libro di Laura Rainieri

Il volume 3D, autore il poeta romeno Gheorghe Vidican, “3D” poesie 2003-2013, tradotto da Tatiana Ciobanu ed Elena Todiras, nella versione poetica di Annamaria Ferramosca e la supervisione di Gabriella Molcsan, presentato per la prima volta in Italia dal critico letterario Manuele Cohen nelle prestigiose sedi della Biblioteca Nazionale e dell’Accademia di Romania, ha ricevuto il suo riconoscimento solenne, sabato 30 aprile 2016, presso il complesso museale di San Salvatore in Lauro in occasione della cerimonia di premiazione del concorso internazionale di poesia Don Luigi Di Liegro.

VidicanLaura Rainieri. poetessa e critica letteraria, da tempo interessata agli scrittori emergenti romeni della diaspora in Italia, ha molto apprezzato il lirico vadinense ed ha voluto recensire l’opera di questo poeta che si presenta per la prima volta in Italia. La recensione che riportiamo qui di seguito è tratta dal sito www.poetidelparco.it – di cui è direttore Vincenzo Luciani – che è uno dei siti di poesia più prestigiosi d’Italia.

3d-LIBRO“Ritengo prezioso questo libro di poesie romene di un autore vivente sconosciuto in Italia, tradotte con la collaborazione di poetesse e traduttrici italiane e romene. Grazie all’impegno culturale di quattro donne, che hanno compreso la bellezza di questa poesia e hanno voluto diffonderla, noi oggi possiamo leggere in italiano le poesie di Vidican, autore già tradotto in varie lingue. E’ questo il migliore modo per entrare in consonanza con altri paesi, come ho sottolineato più volte in opere scritte, manifestando il mio interesse per la Romania.

Al di là di questo, che costituisce in sé un ottimo progetto, e per cui ringrazio tutte le curatrici, le poesie di Vidican meritano di essere conosciute. Questo florilegio dal titolo “3D” è tratto dalla sua produzione a cominciare dalle prime opere degli anni ’80 (uscite soltanto nel 2003) fino a quella odierna edita in riviste romene.

Per quanto l’Italia e la Romania abbiano da sempre avuto contatti di tipo religioso, politico e culturale, le traduzioni di autori romeni in Italia e viceversa si sono addensate in questi ultimi decenni, dopo la massiccia immigrazione romena degli anni ’90. La seconda generazione ha sentito il bisogno di scrivere anche in italiano e gli scrittori italiani di essere tradotti in romeno. In tempi precedenti la cultura romena si esprimeva a Parigi, e in lingua francese possiamo trovare opere del passato di autori rilevanti, che per motivi politici si sono rifugiati in Francia, e mai tradotte in italiano.

L’occasione di conoscere l’Autore ci è stata offerta nel mese di novembre 2015, quando egli ha compiuto un tour in Italia (Roma, Guidonia, Milano) per presentare appunto questo libro: a Roma alla Biblioteca Nazionale e naturalmente, con grande affluenza di pubblico, all’Accademia di Romania, molto attiva in proposte culturali.

La prefazione di Anna Maria Ferramosca è molto accurata e riesce a immettere lo scrittore italiano, attraverso un sintetico e denso percorso dell’opera del poeta, nel “clima” poetico del Nostro, affatto facile in sè, e, come viene sottolineato, affatto facile da tradurre.
Ho dovuto leggerlo molte volte, (la buona traduzione e versificazione mi hanno sicuramente aiutato) anche dopo avere sentito l’ottimo intervento di Manuel Cohen alla Biblioteca Nazionale, dove si è sottolineato il fascino di questa poesia che in una nuova, modernissima prospettiva, sa cogliere il tutto dai frammenti e sbalzare il lettore dalla terra al cielo: sufficientemente lontana dalla poesia romena classica e contemporanea. E anche dopo l’intervento commosso di Elena Todiras per avere contribuito a questa impresa, e a seguire la lettura in romeno dell’Autore e di Tatiana Ciobanu che hanno restituito il metro cantabile di questa lingua che sempre mi attrae, così vicina al latino, e dunque alla nostra.

Mi sono chiesta (ma la risposta la potrà dare solo il poeta) com’è possibile che negli anni duri della dittatura, anni ‘80 circa, Vidican riesca a inventare una poesia così spaesante, dentro e fuori la realtà, senza mai indulgere a fatti occorsi o a riferimenti tragici, com’è per la tradizione romena, incatenando i fatti alle parole, e ”nominando” le cose per lui essenziali con suggestive iterazioni di sostantivi o di versi chiave: già questo la dice lunga sulla sua capacità di manovrare le parole e di esprimersi, sorvolando.
Questa capacità, per quel che so, si è sviluppata nella tradizione poetica romena anche per necessità politica, specie a Bucarest negli anni caldi del comunismo nero, con i famosi calembour, scritti e recitati nei salotti e in particolare in quello di Nina Cassian frequentato anche dal giovane Paul Celan.

Ho anche osservato, attraverso la lettura di questa poesia, quale percorso radicale ha compiuto il surrealismo francese. Beaudelaire ha influenzato la cultura europea e in particolare romena su cui si è formato, non ultimo, anche il poeta Bacovia. Egli è il maestro della sonorità delle sinestesie delle atmosfere neglette, e, con i suoi incitamenti a cogliere gli aspetti del sogno e della realtà al di là di ogni dato sensibile, ha creato la poesia moderna: nel perseguimento di una unità tanto profonda quanto tenebrosa per giungere all’indicibile e all’ineffabile. E questa mi pare la strada percorsa da Vidican, influenzato anche da esperienze personali.

Sarà bene informare che il Nostro è nato nel 1953 nel distretto di Bihor, che ha compiuto studi di Ingegneria Manageriale e Tecnologia nella vicina Università di Oradea, e che attualmente lavora come referente culturale dell’Associazione dei disabili visivi di Bihor-Salai. Questo distretto, è bene precisare, è al confine con l’ Ungheria e per la propria storia ha sviluppato una cultura diversa da altre regioni romene, coprendo la Romania un territorio vasto, etnicamente assai composito.
Non sappiamo fino a che punto gli studi scientifici abbiano influenzato la poesia di Vidican, ma l’insegnamento ai ciechi attraverso l’uso del braille, certamente ha lasciato il segno.

Una poesia tratta da “Aspro il mio sangue“ (2012) s’intitola “braille” e il primo verso recita ”l’involucro delle dita spoglia l’occhio della vista”. E in altre due poesie: “per il tuo compleanno le dita dei ciechi aprono la finestra bisbigli in braille le tue labbra…” (Per il tuo compleanno p.73). Poi ” …una vecchia puttana la sorte raduna gli orbi tra le tue dita descrivendo la luce come un giorno di festa…”(Il levar del sole p.71).

Vidican, in conclusione, ha spinto all’estremo il surrealismo che Cristian Livescu ha chiamato “residuale”, come ci ricorda la Ferramosca nella prefazione, attraverso una propria metodologia: i lacerti memoriali incastrati nel presente come una spina o una piuma, le esperienze odierne seminate nel discorso poetico e i riferimenti culturali, che rivelano una sicura formazione, fanno sì che la sua poesia dipani agli occhi del lettore un collage senza tempo, un presente affiorante che si fa storia individuale (senza mai soffermarsi sul soggetto “io”) e certamente collettiva. Un grande e sofisticato vaso di Pandora dove il poema-tutto viene sapientemente racchiuso.

Per la resa poetica Vidican abolisce la punteggiatura e la lettera maiuscola anche ai nomi propri, equiparati al resto; accosta in sintonia o in contraddizione elementi tra loro diversissimi, depistando continuamente il lettore, nascondendosi come un mago dietro il flusso delle parole, esibendo di preferenza metafore azzardate con una sonorità che emerge nella lettura in lingua madre.
Questo conquista il lettore, chiamato a trascurare la ragione per un diverso metro interpretativo, all’altezza della complessità di un oggi non lineare, ma sconvolto e affastellato come in una pittura informale o bruciante come nei famosi sacchi di Burri.

Nemmeno i filosofi riescono più a interpretare il mondo odierno con il metro di una volta. E aggiungiamo il computer, internet, 3D e la realtà riflessa, e tutto quello che stanno inventando intorno a queste nuove soluzioni comunicative: e si comprenderà quanto difficile sia comporre poesie adeguate. Occorre dunque qui, dove anche questi elementi vengono considerati, abbandonarsi all’onda del verso, e come un “mendicante” riunire le briciole in pane sostanzioso.

Se solo consideriamo qualche titolo delle sue opere, ci accorgiamo di come questo poeta lavori per ossimori, contraddizioni necessarie alla sua poetica. “Utopia della sabbia” (sabbia e clessidra compaiono spesso forse per il scivolare via del Tutto): un concetto astratto ed elevato come “utopia” accostato a un sostantivo concreto e usuale come “sabbia”; oppure “Trattato del silenzio” (silenzio costituisce una parola chiave) quando il silenzio non può essere che silenzio; oppure “ I ginocchi del Tamigi” creando una figurazione mitico-pagana del fiume; o “Le farfalle in trincea” con evidente riferimento metaforico a una chiusura, o a una mancanza di libertà di quale che sia tipo.
Non solo nei titoli, ma in tutta l’opera compaiono simili accostamenti, come in “Giovane donna” ( p. 32) “Il silenzio si separa dallo spazio” (e non il tempo dallo spazio) rendendo il silenzio ancora più corposo e solitario “perché sorga una casa dalle porte agonizzanti”. Questo tratto stilistico, in aggiunta a quanto già espresso, mi pare costituisca parte di una metodologia che rovescia l’ordine consueto della percezione delle cose.

Trovare poi varianti maturate nel tempo tra raccolta e raccolta, in questo libro non è facile, dato le poche poesie tradotte, quasi una carta di presentazione, dove temi e termini si rincorrono.
Da un punto di vista formale si nota una strenua ricerca del verso e della parola fino alla soluzione di una prosa-poesia di “Aspro il mio sangue” del 2012 dove, nella poesia omonima, ma anche in altre, egli carica e varia di senso la stessa proposizione per farla precipitare alla fine con tutto il significato che il poeta vuole conferirle: “nel loro canto aspro il mio sangue luce” “aspro il mio sangue scorre dai rubinetti” per chiudere con “brandelli di tempo circondano l’aspro mio sangue”. Trovo molto interessante questo avvitarsi del verso e di tutta la composizione intorno a un perno forte.
Dopo questa esperienza, si nota come il Poeta torni al verso, anzi in “lei non sapeva” a quattro quartine (“Maltrattato del silenzio” 2013). Questa poesia, nel contenuto e nella reiterazione del verso finale riprende “Nevica” (“Trattato del silenzio” 2006) ma, sembra dire il poeta, le cose in amore si sono rovesciate. Le due poesie sono molto belle e, per quel che posso capire, si riportano alla tradizione popolare, un vero tesoro poetico di questo paese, nato spontaneamente, nello svolgersi aspro e accidentato della storia: un tesoro di sentimenti, di fresca immaginazione, di sicura intuizione lirica espresso nelle “doine” e nelle “hore” da cui nessun poeta romeno ha potuto prescindere, così come la Natura è presente in tutte le sue manifestazioni, non come descrizione, ma come soggetto vivo.

Di tutta la produzione lo stesso Vidican indica come complete o preferite le due lunghe poesie “il santo dei vagabondi” e “3D” (ambedue dalla raccolta “Farfalle in trincea”, 2011), forse perché raccolgono le tematiche, altrove sparse, che gli stanno a cuore.
Sembra infatti identificarsi il Nostro nei numerosi personaggi, tanto più amati perché ultimi, citati in “il santo dei vagabondi”, forse un travestimento dello stesso personaggio: il viandante con una bocca esausta di parole, un cavaliere che dopo la lotta con i ricordi abita una stanza divenuta un giardino di papaveri ( si rammenta “Papaveri e memorie “ di Paul Celan?), il viandante ricco di poemi, il freddoloso cui brucia le mani “quasi al galoppo il nitrito del passato”, il mendicante sul cui palmo ardono l’erba e le foglie, il barcaiolo che naviga il rosa screziato dei capezzoli: per tutti il poeta sembra invocare l’amata, che il suo fuoco li possa raggiungere: “sconfina nel tuo selvaggio rogo/amata.” Come il “passante” e il “viandante”, così la donna nella sua idealità e bellezza, ma anche la peccatrice che protende la mela, sono un punto di riferimento costante e l’amore e il corpo femminile e la maternità l’unico rifugio sicuro per l’uomo.
Ma ciò che infine salva il viandante sono i poemi a cui il Nostro affida se stesso, attraverso schegge di memoria, (esiste oltre ai ricordi familiari una poesia dal titolo “Il fascino della memoria” ) : “ io recito il poema /nel nome del mendicante che ride…mi rifugio nella parola” (“Riso-pianto” p.28).

Nella poesia “3D”, che dà il titolo a questa raccolta, le tematiche non sono poi tanto diverse. Si assiste a un capovolgimento del concetto che sottende a 3D, (immersione in una realtà virtuale tridimensionale) in quanto in poesia “le fasi tridimensionali sono lavorate a mano”, e ardono “del mio sangue”.
E’ cocente la fame, qui richiamata e probabilmente patita, “la fame trascina la terra come una pura tortura” “affamato un anonimo si sfrega gli occhi col profumo del pane”, “il loro pane amaro”: questi versi fanno eco alla poesia iniziale di questo libro, “Un angolo di sconfitta” che apre ”moriva di fame il muro nutrendosi l’edera con il saluto/ dei passanti” e più avanti ”allontanano la fame foglie di marcita felicità”.
La fame è uno spettro per il soldato nelle trincee, ma la fame nera ha perseguitato il popolo romeno fino a tempi recenti. Quando i tempi della fame si sono allontanati, tutto riluce come in uno specchio dove la memoria modificata appare in un 3D divenuto altro: allora i voli delle farfalle divorate dalle lenti di un microscopio, e le farfalle chiuse in trincea, troveranno l’angolo della strada e si libereranno nell’etere.
Dal contradditorio personale e storico, indistinto e agghindato di profondissime ferite e di sangue, (termine molto citato) salvano “i piccoli tuoni della morte/ dopo di che solo carezze di madre.”
Il poeta sembra suggerire, sotto il velame, che poche sono le cose su cui fondare: la fiducia nella madre, nell’amore che incendia l’amata, nelle parole affidate ai “nuclei del poema”. E’ possibile anche che le tre cose si possano sintetizzare in una sola, la poesia che ha il potere di dire, di questo affascinante poeta Gheorghe Vidican.

Laura Rainieri

Gheorghe Vidican, “3D” poesie 2003-2013, Sondrio, CFR edizioni, 2015 (Traduzione di Tatiana Ciobanu, Elena Todiras, versione poetica di Annamaria Ferramosca, supervisione di Gabriella Molcsan).

Laura Rainieri, nata a Fontanelle di S. Secondo (Parma ) nel 1943, risiede a Roma.
Per un decennio si è interessata della poesia femminile presso la Casa Internazionale della Donna di Roma; è stata consocia fondatrice, nella stessa città, per un altro decennio, della Associazione Culturale “Rosella Mancini” importante poetessa pugliese scomparsa nel 1995; collabora con l’Associazione “Periferie” e con la Biblioteca comunale “G. Rodari” per interventi culturali diretti al pubblico e alle scuole. In versi ha pubblicato: La nostra spada, la parola, Ibiskos, 1997: primo premio Padus Amoenus; Nessuno ha potuto sposarci, Bastogi, 2001; E serbi un sasso il nome, Campanotto 2004. Il racconto in versi La Bassa piana e Le Fontanelle, La Colornese 2012.
In prosa i racconti: L’ultimo Guancho, Campanotto 1998; Angelo pazzo e altri racconti, ExCogita, 2007; Badante sissignora, ExCogita, 2010. Un suo racconto dal titolo “Miraggio a Mosca” é stato pubblicato nella raccolta di racconti dal titolo “Incontrarsi”, nell’ambito del progetto ”Migranti e native” promosso dalla Provincia di Roma per l’anno 2012.

Nella foto (di Federico Carabetta): il poeta Gheorghe Vidican con le traduttrici del libro. Da sinistra, Tatiana Ciobanu, Elena Todiras e Annamaria Ferramosca

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