Lettere agli studenti 12.- Il miracolo economico

Lilia Bellucci - 21 Aprile 2020

Cari studenti,

Scrittori nel boom” è un lodevole saggio sul romanzo industriale negli anni del miracolo italiano, scritto da Piergiorgio Mori.  Nella prefazione si ricorda che Carlo Ossola ha considerato tre libri importanti per comprendere questi anni: Donnarumma, A proposito di una macchina, Memoriale.

Al di là del canone proposto, “la storia la si può capire anche e, talvolta meglio, attraverso la narrativa”, sostiene Mori, analizzando scrittori come Ottieri, Volponi, Pirelli, ma anche Calvino, Vittorini, Bianciardi, Testori, Davì, Cremaschi e molti altri, per un intervallo di anni tra il 1957 e il 1965. Le loro opere appartennero al periodo del miracolo economico, quell’improvviso boom che travolse l’Italia come una “fiumana del progresso”, lasciando sul terreno “le sue vittime, i suoi vinti”, ma segnando anche una svolta importante nella nostra storia.

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In questa ricerca, un’analisi particolare è dedicata al contributo di Italo Calvino, che attraverso la leggerezza di Marcovaldo e il divertissement delle Cosmicomiche, volle creare un’osservatorio scientifico sulla realtà contemporanea, che fosse rappresentato dalla letteratura e dalla lingua.

Anche i lunghi racconti “La speculazione edilizia” e “Una nuvola di smog” hanno dato spazio nella letteratura alle trasformazioni dell’ambiente e dell’individuo, mutando nello stesso tempo i caratteri della narrazione.

Il trauma della rivoluzione industriale nella letteratura e nelle arti

Biennale Venezia, 2017 “La sfida al labirinto”

Nella partecipazione al dibattito culturale attraverso La sfida al labirinto, Calvino ha constatato il trauma che la rivoluzione industriale ha prodotto nella letteratura e nelle arti. Il mondo gli appariva automatizzato e l’uomo ridotto ad un ingranaggio, come uno Charlot inghiottito dalla catena di montaggio.

Calvino ha intuito il destino collettivo che ne sarebbe scaturito: “L’umanità che si svilupperà in un mondo di relazioni extrafamiliari, di culture extranazionali, di morali extrareligiose sarà – non dico meglio o peggio di quella di prima, che non ha senso – ma sarà varia, diversa, complicata, significante, con valori, non insulsa, felice-infelice, insomma sarà”.

Il trauma avrebbe generato nel futuro inevitabilmente un nuovo mondo con cui si sarebbero dovute confrontare le due culture, quella umanistica e quella tecnico-scientifica, attraverso un approccio di “ricerca, progettazione, di scoperta e di invenzione”.

Quell’umanità nuova siamo noi. Sappiamo ormai che l’uomo rinascimentale, immagine divina che abitava armonicamente la natura, non potrà risorgere, neppure in una versione adattata ai tempi mutati. Quella sintesi serena e feconda allo stato attuale appare perduta e, comunque, circoscritta ad un periodo storico lontano.
Il dubbio, la lotta, la messa in questione e insomma la dimensione della crisi sarà la compagna dell’uomo contemporaneo”, proprio come profetizzava Calvino.

Constatata questa verità di crisi a cui il futuro ci ha destinati, resta importante da riconoscere quella duplicità di risposta che Calvino ha identificato nella cultura umanistica di fronte alla prima rivoluzione industriale:

da una parte accettare questa per depurarla e restituirla ad una società nuova, giusta, autenticamente democratica, oppure rifiutarla, ritirandosi in un altro mondo, con valori diversi”.

Per Calvino Marx e Baudelaire non erano distanti. L’evasione nella bellezza era stata la risposta degli scrittori di fine Ottocento alla civiltà industriale. Seguendo questa linea, si elaborò secondo lui “l’idea di un’impoeticità del nuovo mondo industriale quasi che esso debba essere destinato a rimanere escluso dal mondo della bellezza”.

Nuovi modelli che riconoscano una bellezza del futuro industriale

La svolta per Calvino si aveva invece cercando di realizzare nuovi modelli che riconoscessero una bellezza del futuro industriale, entrando nella nuova realtà per lottare contro gli squilibri e proporre miglioramenti. Si sarebbe delineata una “lotta antagonistica e propositiva”.

La seconda rivoluzione industriale complicò le reazioni, ma ben riconosceva Calvino che l’uomo in questi anni “si rivolge all’unica parte non cromata, non programmata dell’universo: cioè l’interiorità, il self, il rapporto non mediato totalità-io”. Era il presagio del mondo dei selfies all’infinito, autoreferenziale e individualista.

Oggi auspichiamo tutti un “miracolo economico” e può essere utile tornare a riflettere su quel periodo, considerando la configurazione dell’intellettuale e della letteratura nella relazione con gli eventi storici.

La letteratura e lo sviluppo del sistema produttivo

Pierluigi Cioccia nel saggio Ai confini dell’economia. Elogio dell’interdisciplinarietà, rilegge i cento romanzi italiani che Giovanni Raboni ha selezionato come i più importanti del XX secolo e afferma che la letteratura ha compreso poco dello sviluppo del sistema produttivo.

Nella nostra storia si è, quindi, verificata una frattura tra gli intellettuali e il mondo industrializzato, che ha avuto conseguenze nella creazione della società in cui viviamo. Quella scissione tra cultura ed economia ha posto gli intellettuali al di fuori dei cambiamenti in atto e ha limitato il loro contributo.

Nei cento romanzi non si trova “l’elogio delle virtù borghesi”, che è riscontrabile in altre culture e che è il “presupposto basilare dello sviluppo capitalistico attraverso l’innovazione e il progresso tecnico apportati dagli imprenditori e dai capitalisti”. Spesso, invece, “nei confronti dell’economico e delle sue ricadute prevale l’avversione”.

Nel 1961 Calvino scrisse:

Quindici anni fa prevedevamo tutto, tranne una cosa: che il mondo sarebbe entrato in una fase di belle époque. Adesso ci siamo dentro in pieno. C’è il boom economico, un’aria di cuccagna, ognuno bada ai suoi interessi. Quella intransigente tensione ideale che ieri animava propositi e azioni (buone o cattive che fossero) di uomini di governo e intellettuali, ora ha ceduto il posto a un modo di parlare e di agire più possibilista e utilitario”.

Alcune di queste intuizioni erano già presenti nel racconto La speculazione edilizia del 1957. Consumismo ed euforia vi apparivano come “facile vernice” sulle contraddizioni interne e sulla fine degli ideali.

Una simile “ presa d’atto di una sconfitta” ritornò anche ne La nuvola di smog. Tre erano i personaggi chiave: il protagonista impegnato nello sforzo di scrivere articoli che conciliassero le posizioni antitetiche sue e dell’editore; il dottor Avandero perfettamente integrato nel benessere del boom; Omar Basaluzzi, l’operaio specializzato che cercava di  “collegarsi alla realtà ponendo all’indice contraddizioni e aporie del miracolo”.

Il protagonista restava senza una direzione definitiva, tra volontà di denuncia intellettuale, compromesso attraverso il consenso, adesione ad un alternativo progetto politico. Il finale chiudeva  il lungo racconto  con “un’immagine che evoca non solo nostalgie arcadiche, ma un universo parallelo che sopravvive nonostante tutto alla sporcizia  e al grigiore della nuova civiltà”.

Tornare a rileggere la narrativa degli anni del miracolo economico, significa riflettere anche sui prodigi che ci aspettiamo per la nostra rinascita dopo il Coronavirus.

Di fronte ai mali attuali, in una natura ferita dall’industrializzazione e dalla speculazione edilizia, dalle contraddizioni e dalle ingiustizie del sistema globale, abbiamo bisogno di intellettuali che sappiano stare nella realtà, dialogando con l’economia e la politica, per delineare una visione dell’umanità del dopo-pandemia, “varia, diversa, complicata”, ma ci auguriamo migliore.

Qui trovi le altre “Lettere agli studenti”.

Lilia Bellucci


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