Lettere agli studenti 6 – L’arte della traduzione

La traduzione di un testo è un atto d’amore, che conduce un essere umano verso l’Altro da Sé
Lilia Bellucci - 31 Marzo 2020

Questa è la sesta delle “Lettere agli studenti”, pubblicata nella rubrica curata dalla professoressa Lilia Bellucci

Cari studenti,

la scuola a distanza non vi ha liberato dalla fatica della traduzione delle versioni latine.

Trans ducere” significa “condurre, trasferire oltre, da un’altra parte”.

Mi soffermo su “ducere” e vi ricordo anche quell’espressione “ducere aliquem uxorem”, “prendere una donna in moglie, sposarla”. Un matrimonio conduce due persone in un “altrove”, una zona nuova di intersezione, in cui condividono progetti e vita.

La traduzione di un testo è un atto d’amore, che conduce un essere umano verso l’Altro da Sé e implica il trasferimento su una linea di confine.

Dove si colloca questa soglia di incontro?
Forse possiamo immaginare in una mitica Babele, quella caotica confluenza di lingue a cui l’umanità è stata condannata da Dio.

Anche la globalizzazione è una Babele linguistica, in cui, anche quando utilizziamo un codice internazionalmente riconosciuto, siamo spesso incapaci della comprensione profonda attraverso l’apertura empatica e la conoscenza del contesto antropologico-culturale.

La pluralità e la diversità sono biologiche, bioetiche, bioresistenti.  In pratica, sono decisamente “bio”, laddove “bios” indica la vita. Siamo nati per confrontarci con una vitale molteplicità e varietà.

La difficoltà dell’incontro con l’Altro da Sé implica sofferenza e coraggio, determinazione e rispetto.

L’arte di esitare”, a cura di Stefano Arduini e Ilide Carmignani, è una raccolta di dodici discorsi sulla traduzione, pronunciati dai vincitori di un Premio di traduzione letteraria, nato nel 2002 e intitolato agli Enriques, che hanno legato il loro nome alla famiglia Zanichelli.

Yasmina Melaouah

Vi racconta la sua esperienza professionale anche Yasmina Melaouah, che nel 2019 ha ricevuto il premio Bodini-Casa delle traduzioni alla carriera.
Nel capitolo “Le ciabatte dei supereroi ovvero perché sono una traduttrice” racconta il suo viaggio difficile con “la valigia di cartone di un profugo di Babele”, seduta accanto ad una finestra da cui nelle pause si riposa osservando il cielo e le nuvole.

Seduti vicino ad una finestra, interroghiamo i testi latini

Il suo smartworking ricorda un po’ questa nostra scuola a distanza, in abiti da casa, solitamente destinati al relax. Anche voi, seduti vicino ad una finestra, interrogate i testi latini con fatica e a volte con impazienza.

Ci mettiamo nelle teste di migliaia di personaggi perché ci anima una specie di nostalgia… nostalgia di unità, nostalgia di Babele prima della caduta

Come lei, anche noi.  Un desiderio di unità, oggi, ci fa provare una malinconica nostalgia di quello che eravamo e ci fa muovere verso una ricerca di collegamento quotidiano, intorno ad un testo latino da tradurre.

Non ce ne siamo resi conto. Parlavamo sempre del nostro obiettivo di essere una piccola comunità, un insieme in cammino verso obiettivi condivisi, ma lo eravamo ancor prima di iniziare, sin dal primo giorno, perché la scuola è un luogo in cui accadono prodigi meravigliosi.
Siamo seduti uno vicino all’altro, diversi, a volte inquieti, incompresi o incomprensibili, stanchi, annoiati. Eppure ogni giorno il suono di una campanella scandisce un reciproco dono di se stessi in nome di un valore importante, di cui in questa pandemia stiamo riconoscendo la forza.

Oggi non suonano più le campanelle. Da un giorno all’altro ci siamo trovati esclusi. La didattica non era obbligatoria. Potevamo non continuare. Eppure nessuno di noi ha esitato, né studenti, né professori.
Abbiamo collegato i computer, creato piattaforme, riaperto i libri e così abbiamo continuato ad entrare nella testa di personaggi della letteratura, dell’arte, della scienza. Volevamo riprendere la nostra valigia e il nostro viaggio.

Tradurre insegna a viaggiare, perché educa alla lentezza.

Non affrettatevi a cercare le soluzioni delle versioni di latino sui siti Internet, perché la fatica solitaria di cercare parole e significati fa crescere.

Occorre concedersi tempo, rileggendo le frasi, consultando il dizionario, ragionando sulla logica della vita.

A volte bisogna alzarsi dallo scrittoio e perdere tempo in casa, passando da una stanza all’altra o osservando le nuvole del cielo.

Si perde del tempo per guadagnarne altro, migliore.

“La lentezza insegna a guardare il mondo, ad ascoltarne le voci, a coglierne doni inaspettati in interstizi, angoli d’ombra, nei paesaggi dimessi che nessuna guida riporta. La lentezza insegna ad accogliere”.

Traducendo si impara anche a vivere

Traducendo una versione di latino, si impara anche a vivere intensamente e con intelligenza.

Si osserva il dettaglio, si distingue un microelemento come può essere un fonema e non si perde mai di vista la totalità.

Lucrezio nel “De rerum natura” paragona la combinazione degli atomi a quella delle lettere alfabetiche: analizzare le parole significa, dunque, capire qualcosa del sistema vitale della natura.

Tradurre in solitaria fatica, insegna anche a compiere un passo dopo l’altro in modo meditato e strutturato, a ragionare su cosa si osserva e a scegliere strategie di percorso.

Insegna ad accorgersi dei legami sottilissimi tra gli elementi e tra i singoli e l’insieme.

Insegna a considerare persino l’invisibile, il non detto, il contesto mentale e culturale in cui tutto è stato creato.

Insegna anche “l’umiltà di sbagliare, di riconoscere gli errori, di dubitare continuamente”.

Tradurre significa scegliere di non omologarsi e banalizzarsi. Se volete essere unici nel mondo, dovete difendere la peculiarità di ogni elemento dell’universo in voi stessi e in quello che vedete.

Cercare la soluzione più facile e veloce significa rinunciare alla traduzione, distruggerne il senso.

Lentezza, silenzio e solitudine sono i presupposti indispensabili, che oggi finalmente non ci mancano.
Non colmiamo il vuoto con la noia, ma con questo senso della possibilità di comprendere e di essere “trans ducti” altrove.
Dalla vostra solitudine entrerete nella solitudine di un altro, perché “anche se nella stanza c’è una persona sola, in realtà ce ne sono due”: voi e l’autore.

Quando si approda in un altrove sconosciuto, la prima sensazione può essere di spaesamento e di estraneità, ma coloro che traducono devono ricordarsi che “saranno proprio gli elementi che più li spaventano – l’estraneo e il nuovo – a consentire loro di vincere la paura di essersi perduti” (Franca Cavagnoli, “L’arte di esitare”).

Bisogna “accettare il vuoto che circonda la scoperta”.

Così quando mi confronto con una persona o un evento nuovo, devo entrare in una terra di nessuno, in cui devo rendere la mia mente sgombra e silenziosa, per ascoltare e rispettare ciò che è Altro, ciò che non conosco.

E’ una lezione di etica. Imparo ad accettare l’estraneo.

La pandemia impone vuoto e ascolto, in cui elaborare il nuovo. Solo considerando “lettera dopo lettera” ciò che succede, potremo trasformare l’estraneo, alieno da noi, come fonte di nuovo.

Susanna Basso ci insegna la sua arte dell’esitare che “è un formidabile espediente di esplorazione e procrastina la scelta di cui è premessa”.  Tentennare significa concedersi il tempo per conoscere con curiosità ed intelligenza. Coincide con “un atto di fiducia nella propria capacità di resistere nell’ansia della scelta, nel silenzio del traduttore che tormenta il testo”.

Tradurre significa, dunque, imparare l’arte di “transducere” se stessi e il proprio mondo attraverso il vuoto, il silenzio, la solitudine.

Aprite ora i vostri dizionari, pensando che il trauma di questa pandemia, che ci ha strappato via dalla nostra esistenza consueta, si supera imparando ad aspettare, a studiare i dettagli, ad esitare nella fatica solitaria, a credere che la soluzione di tutto si troverà.
Arriverà magari proprio mentre perdiamo tempo dietro la parola che esprima tutto, nella pagina di un testo. Arriverà mentre perdiamo tempo per imparare a creare un tempo migliore.

Provate a leggere “Odi et amo” di Catullo:

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Scegliete solo un focus per ora: la parola “excrucior”.

Il verbo propriamente significa “torturare”, perché la “crux” era lo strumento di punizione riservato agli schiavi. Catullo lo utilizza per evidenziare lo stato di prostrazione che questa prigionia affettiva provocava. Il suo pubblico, ascoltandolo, sentiva rievocare in sè un insieme di sensazioni e di visioni, che aveva sperimentato e che erano impresse nella sua memoria.

Sentio” esprime la percezione psicofisica e la consapevolezza che si acquisisce attraverso i sensi.

Sentio” ed “excrucior”. La vita a volte ci mette su una croce, ci tortura, ci mette alla prova. La parola, la narrazione, la rielaborazione traducono, però, il male in un processo di crescita e di arricchimento della nostra identità. Riflettendo e scegliendo, si crea un Sé individuale, unico ed eterno, come è accaduto a Catullo con le sue parole.

Confrontate ora la traduzione di Pascoli:

L’odio e l’adoro. Perché ciò faccia, se forse mi chiedi,
io, nol so: ben so tutta pena che n’ho.

Stefano Benni

e confrontate ancora Quasimodo, Ceronetti, Della Corte, Caviglia…
Poi traducete il frammento 46 di Anacreonte o il fr. 130 Vogt di Saffo e leggete l’epigramma di Marziale I,32.

Infine sfogliate il “Canzoniere” di Petrarca fino al sonetto CXXXIV

Pace non trovo e non ho da far guerra

o cercate la rielaborazione di Stefano Benni:

Odio e amo:
fusse che chiedi:
perché lo faccio?
Nunn’o saccio
ma lo faccio
e mme sient’ nu straccio.

Ora è il vostro turno: traducete!

Prima di intraprendere questo viaggio, però, mettete nella vostra “valigia di cartone di un profugo di Babele” tutto quello di cui avete bisogno: solitudine, lentezza, silenzio.

Lilia Bellucci


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti