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Mar del Plata: giocare a rugby contro l’orrore della repressione argentina degli anni ’70

Il testo di Claudio Fava al Piccolo Eliseo per la regia di Giuseppe Marini dal 4 al 22 novembre 2015

Un gruppo di giovani simili a tanti ed un silenzio che ha cambiato per sempre le loro vita: questo era Mar del Plata. Alla fine degli anni ’70 in Argentina sembrava che giocare a rugby fosse una delle poche rimaste da fare, la dittatura dei colonnelli decimava tutti gli oppositori del regime e le persone continuavano le loro vite in città che non si potevano certo definire libere. I ragazzi di La Plata Rugby non erano degli attivisti politici, molti di loro non si erano davvero interessati di politica ma il fluire degli eventi li coinvolse personalmente con la morte improvvisa di un loro compagno. Ed è proprio quando la Storia ci tocca con tanta violenza inattesa che non possiamo fare a meno di esserci, di prendere una posizione, anche se non vorremmo farlo perché abbiamo paura. Spesso, nelle situazioni in cui la Storia bussa alla nostra porta, è come se un solco venisse tracciato davanti a noi,  e, pur non essendo pronti, dobbiamo prendere la nostra posizione.

loanQuesta storia è stata raccontata da Claudio Fava (adattamento del romanzo pubblicato da add editore) e adattata per il teatro per la regia di Giuseppe Marini.

La squadra del Mar del Plata venne decimata dalla ferocia dei militari di Videla ma rimase in campo a giocare fino alla fine del campionato.

Raul Barandiaran, l’unico sopravvissuto a quella tragedia, ancora oggi è il testimone vivente della squadra che decise di correre contro la violenza e l’oppressione, tenendo stretta al petto la palla ovale, a perenne testimonianza di questo nobile sport nel quale “una volta sceso in campo non puoi fuggire o nasconderti, devi batterti con coraggio, lealtà e altruismo”.

Ho incontrato il regista di questo toccante spettacolo Giuseppe Marini al quale ho fatto qualche domanda.

Come è venuto in contatto con questa storia?

Ho incontrato Claudio Fava che aveva scritto un adattamento per il teatro del suo romanzo e sono rimasto molto colpito da questi fatti che appartengono ad una storia recente ma che per le sue linee essenziali e per la crudeltà che la caratterizza mi ha fatto tornare in mente Antigone. Il dramma della scomparsa priva di sepoltura, l’assenza di un luogo dove poter essere ricordato dai propri cari è una condanna alla quale vengono sottoposti coloro che si scontrano con organizzazioni che non si possono definire umane nel senso più profondo del termine.

La scenografia che ha scelto è molto cupa ma, specie al’inizio lo spettacolo assume anche toni allegri…

Si perché la mia intenzione era proprio quella di far cogliere allo spettatore il senso di spensieratezza che è propria della gioventù, la voglia di vivere felicemente di quei ragazzi che non erano certo attivisti politici ma che con il loro atto ,che definirei di resilienza, hanno saputo fare molto rumore e per questo sono stati condannati a morti orrende.

I fatti si snodano infatti intorno alla scelta della squadra che decide di effettuare 10 minuti di silenzio prima dell’inizio della partita davanti a tutto lo stadio in memoria del loro compagno di squadra morto. Lo sport può quindi essere secondo lei una forma di resistenza?

In questo caso lo è stato certamente, il pubblico dello stadio avendo compreso l’atto della squadra non manifestò alcun tipo di disappunto ma, anzi, solidarietà e questo probabilmente infastidì il regime. Man mano che i membri della squadra venivano progressivamente eliminati le risorse venivano prese dalle giovanili  ma le partite andarono avanti e quella fu senza dubbio una forma di resistenza! E’ una storia che secondo me andava raccontata, abbiamo ottenuto anche il patrocinio di Amnesty International, dell’Ambasciata Argentina in Italia e della Federazione Italiana Rugby.

Quindi continuerà a raccontarla in altri teatri?

Certamente, adesso porteremo lo spettacolo in Emilia Romagna e poi torneremo anche a Roma il prossimo anno. E’ possibile seguire le tappe sul sito della società di produzione, Società per Attori http://www.societaperattori.it/ e seguendo l’hashtag #MarDelPlata e facebook.

 

Lo spettacolo lascia intravedere un parallelismo tra la situazione argentina e quella siciliana che trovo spiegata dallo stesso Fava nelle note di regia che riporto integralmente.

fotosquadraLa prima volta che andai in Argentina la memoria di molte cose accadute era ancora intatta. Cose accadute laggiù, a Buenos Aires, dove la storia si era fermata su quell’elenco interminabile di nomi cancellati dalla vita e dal lutto, desaparecidos, ammazzati senza nemmeno il diritto a portarsi la propria morte addosso. Ma anche cose accadute quaggiù, in Italia, dove un’altra guerra e un altro nemico che non facevano prigionieri s’erano portati via, assieme a tanti altri, anche mio padre.

Mi era sembrato un viaggio necessario: imparare che nessun luogo è il centro del mondo. Si moriva in Argentina come in Sicilia perché una banda di carogne regolava in questo modo i propri conti con i dissidenti. Pensarla storta, fuori dal coro, era un peccato imperdonabile. A Buenos Aires come a Catania. Negli anni ho imparato a raccontare quei morti con le parole dei vivi, le madri di Plaza de Mayo, le vedove di via d’Amelio…

Ho provato a immaginare com’erano vissuti e perché avevano fatto quello che scelsero di fare. Non serviva a consolarsi ma a capire che dietro ogni violenza, a Buenos Aires come a Palermo, non c’era mai fatalità ma un pensiero malato, l’osceno sentimento del potere, l’avidità, il desiderio di impunità, la menzogna… In questo, Jorge Rafael Videla e Nitto Santapaola si rassomigliano. E si rassomigliano anche i loro morti. I ragazzi di Mar del Plata mi sono venuti incontro così, quasi per caso.

48fbeaeb-5814-4836-a5a8-5fe482fa1093Tutti morti, un solo sopravvissuto: Raul. Non aveva mai raccontato la sua storia. Nemmeno quando il regime dei militari era crollato come un castello di carte. Essere rimasti vivi, sopravvissuti al male, è sempre un peso insopportabile, il segno di una colpa che non esiste ma che ti covi dentro come un’ulcera. Succedeva agli scampati di Auschwitz, successe anche ai superstiti della mattanza argentina. Ho provato a immaginare i pensieri e i gesti di quei ragazzi che scelsero di restare e di morire. Ho cercato di riannodare i fili invisibili che legano vite lontane tra loro: i giovani agenti di Paolo Borsellino che rinunciano alle ferie per far da scorta al loro giudice, i giovani rugbisti di Mar del Plata che rinunciano a trovare rifugio in Francia pur di giocarsi fino all’ultima partita il loro campionato. II nome di Raul, il sopravvissuto, l’ho conservato. Gli altri, carnefici e vittime, li ho ribattezzati: volevo che ciascuno di loro portasse in questo teatro qualcosa in più della propria storia, qualcosa in più della propria morte. Perché alla fine poco importa che quei ragazzi fossero argentini o siciliani. Importa come vissero. E come seppero dire di no.

 

TEATRO PICCOLO ELISEO

Da mercoledì  4 al 22 novembre 2015

Orario spettacoli: martedì, giovedì venerdì e sabato ore 20.00 – mercoledì 7 ottobre ore 20.00 – mercoledì e domenica ore 16.00

Biglietteria tel. 06.83510216 |Giorni e orari: da martedì a domenica 9.30 – 19.30

Prezzi da 16 € a 20€


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