Memoria costituzionale al femminile

Oltre la chiusura dei bordelli di Stato, la storia di Angelina Merlin, Partigiana, Madre Costituente e Parlamentare

W L’ITALIA ANTIFASCISTA

Il “loggionista” che il 7 Aprile scorso, durante la prima del “Don Carlo” di Giuseppe Verdi andata in scena al Teatro alla Scala di Milano, ha lanciato – dopo l’esecuzione del Canto degli Italiani – il grido “W L’Italia Antifascista!”, alla fine della rappresentazione è stato identificato dalla Digos milanese. “E’ la prassi” ha dichiarato la Questura di Milano. Il Vicepremier Matteo Salvini, presente alla rappresentazione, ha commentato: “Se uno viene alla Scala ad urlare o agli ambrogino a fischiare ha un problema. Alla Scala si viene per ascoltare, non per urlare”.

Evidentemente, Salvini non conosce l’aria che tira tra i loggionisti del Teatro milanese adusi ad esprimere, spesso rumorosamente, la loro opinione sulla rappresentazione a cui assistono. Ma capita che, a volte, esprimano anche qualche altro concetto meno operistico e più politico, a partire ad esempio, dal famoso grido “VIVA V.E.R.D.I.”; echeggiato alla Scala il 9 Marzo 1842, alla prima del “Nabucco”, sempre di Giuseppe Verdi. 

Il grido “VIVA V.E.R.D.I.” si levò alla fine del Coro del “Va’ Pensiero” e dopo ben 15 minuti di applausi. Da quel giorno quella frase, che voleva dire: “Viva Vittorio Emanuele Re D’Italia”, fu gridata per le strade e vergata sui muri non solo della città di Milano, occupata dagli austriaci, ma in molte altre città di un Paese ancora diviso in Stati e Staterelli.

E’ evidente che Matteo Salvini non conosce né la Storia, né la tradizione del Loggione della Scala. Al Capitano, che non sbaglia un colpo ma ne perde parecchi, diamo due consigli. Il primo è che si veda il Film “Senso” (1954) di Luchino Visconti e forse qualcosa capirà. Il secondo è che si metta l’anima in pace, perché L’ITALIA E’ ANTIFASCISTA!”

Nota personale: se quel grido fa arrabbiare quelli come Salvini, vuol dire che dobbiamo gridarlo più spesso e più forte possibile.

L’indimenticabile e antifascista Totò – ARRANGIATEVI!

“E lo volete un consiglio, militari e civili, piantatela con questa nostalgia! Oltre che incivilie è inutile! Ormai li hanno chiusi! A voi italiani è rimasto questo chiodo, fisso qui. Toglietevelo! Ormai li hanno chiusi! Arrangiatevi!” 

(Totò nel Film “Arrangiatevi” 1959, diretto dal regista Mauro Bolognini)

Il principe Antonio De Curtis (1898-1967), in arte Totò, nella sua lunga carriera artistica ha interpretato ben 97 film. Uno di questi è stato “Arrangiatevi”, di Mauro Bolognini di cui avete letto una battuta topica. Perché lo cito qui? Perché nel film Totò – dimorante con la famiglia in una casa che in precedenza era stata un bordello di Stato (leggi “Casa chiusa”) – con quella famosa invettiva verbale apostrofa i militari che, disperati, si accalcano sotto la sua casa, non più luogo di desiderio e perdizione a pagamento.

Angelina (Lina) Merlin (1887-1979

Ma non è della filmografia di Antonio De Curtis che scriverò qui, bensì della donna – partigiana prima, Madre Costituente poi e deputata socialista, infine che quella Legge volle e fece approvare. Il suo nome era Angelina (Lina) Merlin (1887-1979).

Di lei scrive Irene Barichello sull’ultimo Numero del nostro Mensile Patria Indipendente 

“[…] ancora oggi il suo nome evoca immediatamente la legge omonima, [Legge 20 Febbraio 1858, N.75, recante “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”, Ndr.]. che mise fine alle case chiuse nel settembre del 1958. A parte questo e, forse, l’elezione all’Assemblea costituente, di Lina Merlin non si ricorda null’altro, almeno nella coscienza del cittadino medio. Mancava una ricostruzione complessiva della sua figura, umana e politica, che non la riducesse esclusivamente alla legge ‘Merlin’ e che la inquadrasse, come scrive la Fioravanzo, all’interno del “processo di democratizzazione” della repubblica nata dalla lotta al fascismo e per “il riconoscimento della piena cittadinanza femminile.”.

“Socialista e antifascista, Angelina Merlin nasce in provincia di Padova nel 1887, studia da maestra nel capoluogo veneto e si abilita come insegnante di francese all’Università di Padova nel 1908! – scrive ancora la Barichello, recensendo il libro di Monica Fioravanzo, “Lina Merlin, una donna due guerre tre regimi”, (Franco Angeli). “Nel 1920 decide di iscriversi al Partito Socialista, spinta innanzitutto da una necessità personale di giustizia sociale, specie dopo lo shock della Grande Guerra. “Se io sono socialista, lo sono diventata, non solo dopo aver studiato delle teorie, ma per comprensione dell’estrema miseria da cui vedevo afflitta una grande parte del popolo italiano”. Parole altissime che ci riportano a una visione dell’impegno politico ormai davvero rara da trovare.

La militanza della Merlin è intensa: scrive articoli su L’eco Dei Lavoratori, foglio del socialismo patavino, e sarà talmente presente nel territorio che consegnerà lei stessa a Matteotti il materiale documentario sulle violenze fasciste nel padovano e nel vicentino, durante la campagna elettorale del 1924. Nel 1926 la maestra Merlin si rifiuta di giurare fedeltà al regime, scelta che le costa il confino in Sardegna; nel 1930 le viene permesso di rientrare a Milano, dove clandestinamente continuerà l’impegno antifascista. Dal 1943 al 1945 si colloca l’attività in supporto alla Resistenza, poi la fondazione dell’Udi (Unione donne italiane) nel 1944 e, nel 1946, l’elezione alla Costituente.

Lina Merlin sarà senatrice e parlamentare fino al 1963, nonostante fosse uscita due anni prima dal Partito socialista per divergenze inconciliabili sulla svolta marxista-leninista e centralista del partito. Il capitolo sul rapporto tra Lina Merlin e il Psi è certo uno dei più importanti del libro. Il volume segue tutta l’attività politica della ‘senatrice’, come venne abitualmente chiamata: dall’impegno costante per il Polesine, terra di provenienza della madre e terra colpita da miseria sociale e calamità naturali (come la devastante alluvione del 1950), alle sue lotte per l’uguaglianza e i diritti delle donne.  

Sono l’impegno e la dedizione per il Polesine che le daranno ampia visibilità nazionale, come poi la legge che porta il suo nome. Dai testi riportati dalla Fioravanzo emerge una donna lucida, appassionata, a tratti ironica, senza particolari inibizioni verso i cerimoniali della politica e verso un mondo comunque dominato dalla presenza maschile. In occasione dell’inaugurazione di un tratto di acquedotto a Occhiobello (Rovigo) la Merlin rilevava che è bene si inaugurino i lavori pubblici ma vorrebbe soprattutto che di tali opere si vedesse anche la fine. 

Comunque, l’asse centrale dell’azione politica della senatrice sarà la lotta per l’emancipazione femminile, di cui l’abolizione dei bordelli di stato è solo un aspetto. Altri saranno, per esempio, le battaglie contro lo sfruttamento della donna nel mondo del lavoro (dalla proletaria all’impiegata) e la lotta per l’emancipazione e l’uguaglianza della donna nell’età repubblicana: diritti e “tutela nella famiglia, nel lavoro e nella società”. Ampio è dunque lo spettro della sua azione parlamentare, in grado allo stesso tempo di specificare i soggetti verso cui è diretta, come le mondine e le madri carcerate. Del resto la sua presenza nella Terza Sottocommissione della Costituente e la sua relazione sull’assistenza per le famiglie rappresentano un passo decisivo proprio per i diritti non solo della donna e della madre, ma anche dei figli: si pensi alla cancellazione della distinzione tra quelli legittimi e illegittimi, così come dell’odioso stigma N.N. dagli atti amministrativi e dai documenti. 

Con la legge sull’abolizione della regolamentazione della prostituzione del 1958, Lina Merlin si metteva non solo di traverso a secolari e radicate opinioni sulla necessità del “mestiere più antico del mondo”, necessità e male minore anche per la Chiesa (la tesi giustificazionista risale almeno al De ordine di Sant’Agostino), ma faceva notare altresì che non intendeva abolire tanto la prostituzione universale quanto la partecipazione dello Stato a un sistema di vendita del corpo femminile, che aveva origine nelle diseguaglianze e nella miseria della società. Fra l’altro chi si prostituiva subiva e scontava un pregiudizio sociale incancellabile. Sembrava impossibile uscirne, in un certo senso si rimaneva sempre “quelle lì”, come ha raccontato lucidamente Antonio Pietrangeli nel bellissimo Adua e sue compagne del 1960.

Alla fine la cosiddetta legge Merlin (sostenuta dalla democristiana Tina Anselmi, solo per fare qualche nome) non faceva altro che adeguarsi alle direttive dell’Onu sulla questione, eppure dalle pagine di Addio Wanda, un penoso libello del 1958, il già fascista Montanelli apriva i rubinetti della nostalgia per il tempo che fu. Un libro, fra l’altro, che aveva una visione atrocemente maschilista in materia di quella che oggi chiameremmo differenza di genere: – 

  • I bordelli, afferma Montanelli, insegnavano alle donne a stare al loro posto, perché se sbagliavano o se la andavano a cercare alzando la cresta, il posto dove sarebbero finite era appunto una casa chiusa.

Le ultime pagine del libro della storica padovana raccontano di una fierissima Merlin che, superati gli ottant’anni, nel 1970 s’intesta una battaglia di opposizione al divorzio, una battaglia solo apparentemente reazionaria, come qualcuno improvvidamente affermò. In realtà, per quanto incomprensibile da una sponda femminista, la senatrice, “ritenne di tutelare, ancora una volta, i soggetti più fragili, che all’interno della famiglia erano i figli e le madri, per la maggioranza casalinghe, più raramente occupate ma spesso sottopagate, e comunque prive per la maggior parte di una vera autonomia economica.”.

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

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