Memoria del Jazz

Come ti bombardo i "perfidi figli di Albione" e i "degenerati nordamericani", con la musica che amano. Parola di P. J. Goebbels

“Cos’era? Non lo so. Quando non sai cos’è, allora è Jazz.” 

(Alessandro Baricco)

“Se hai bisogno di chiedere  cos’è il jazz, non lo saprai mai.” 

(Louis Armstrong)

Le origini del jazz – termine gergale statunitense di origine incerta – risalgono ai primi anni del Novecento negli Stati Uniti, nell’ambito delle trasformazioni sociali e culturali che attraversava in quel periodo la comunità nera, da poco affrancatasi dalla schiavitù. La deportazione di schiavi provenienti dall’Africa occidentale aveva concentrato nel Sud degli Stati Uniti una vasta popolazione di colore, la cui musica comprendeva una varietà di stili legati a contesti e usi differenti. La chiesa era un luogo di forte aggregazione dove si praticava lo spiritual, un canto collettivo che reinterpretava la tradizione degli inni liturgici protestanti. Vi era poi il blues, un canto individuale eseguito generalmente su accompagnamento di chitarra che affrontava in modo semplice e diretto le tematiche legate alla difficile vita quotidiana del nero in America. Infine, il ragtime, un raffinato genere pianistico che era l’espressione più colta nel panorama musicale afroamericano di quel periodo.” 

Così, scrive, per il lemma “Jazz”, l’Enciclopedia Treccani per i Ragazzi, ma sono parole certamente insufficienti a spigare la natura e l’anima profonda di questa musica. Louis Armstrong – uno tra i più grandi trombettisti jazz di tutti i tempi – ci ricorda infatti, come avete letto all’inizio, che possiamo anche chiedere cosa sia il jazz, ma non ci verrà mai data una risposta esaustiva e definitiva. Io qui, provo a proporre una definizione secca di questa musica, la stessa che, a suo tempo, dette Thelonius Sphere Monk – uno dei più grandi pianisti  e compositore Jazz al mondo – al quale, un giorno, chiesero: “Suonerebbe qualcuno dei suoi strani accordi per la classe?” E lui rispose: “Cosa intende con strani? Sono accordi perfettamente logici”. E concluse: “Il Jazz è libertà”.

Ecco, il jazz e la libertà sono le parole chiave della storia di cui tra breve  leggerete. Questa storia la racconta Demian Lienhard, affermato scrittore svizzero-tedesco, nel suo “Mr. Goebbles jazz band”, Bollati Boringhieri, con la traduzione di Cristina Vezzaro, 2024, che è il libro di cui oggi vi propongo la lettura. Si tratta di un Romanzo basato su di una storia vera, la storia della Jazz Band Charlie and His Orchestra, nota anche come «Mr. Goebbels Jazz Band», «Templin Band» e «Bruno and His Swinging Tigers», un ensemble di eccellenti musicisti jazz, composta anche da ebrei, gay e altri perseguitati stranieri, la cui ottima musica sarà destinata a viaggiare sulle onde corte dalla Stazione radio nazista di propaganda anti-inglese e americana, nota come Germany Calling. 

Il Direttore di questa emittente radio nazista, Adolf Raskin – pioniere della radio in Germania e responsabile delle trasmissioni segrete di propaganda nazista rivolte, con appositi programmi, a Francia e Gran Bretagna – sosteneva che gli inglesi e gli americani fossero degli alcolizzati, non all’altezza di gustare e apprezzare la musica “alta” di  Beethoven e Vagner, ma solo capaci di entusiasmarsi al jazz, la musica “negroide e degenerata”, odiata e messa all’indice, nel 1935, dal nazismo e dal fascismo, che lo farà nel 1926 (anche se poi, in casa Mussolini nella romana Villa Torlonia, il jazz era una musica ascoltata, soprattutto dal quarto dei cinque figli del duce, Romano, in seguito divenuto un apprezzato pianista e compositore jazz. Ma anche i tedeschi, nelle città italiane occupate, ascoltavano il jazz, magari camuffato – come raccontava il fisarmonicista e noto direttore d’Orchestra, Gorni Kramer – da musica italiana. Così, in quelle serate musicali particolari, Duke Ellington, diventava “Del Duca” e, ad esempio, il suo brano “Solitude”, “Solitudine”). 

Paradossi nazisti e musica jazz

Il paradosso, se di paradosso si può parlare, stava nel fatto che il jazz, arte «degenerata», era proibito in Germania e nei Paesi occupati, come nell’Italia fascista, anche se non esplicitamente con un Legge (in Italia c’era stata solo una Delibera del Consiglio dei Ministri, nel 1926) e naturalmente era bandito da tutte le emittenti radiofoniche e dall’industria discografica. Nonostante il divieto, però quella musica “negroide” si insinuò comunque nei cabaret della Berlino in guerra, frequentati dagli alti esponenti nazisti, quasi si trattasse di un culto esoterico che comportava si qualche rischio, va da sé, e molta paura, per eventuali richiami alle armi o deportazioni, cambiamenti d’umore del Fuhrer o lotte intestine all’interno del potere; ma era intanto una ‘zona franca’ dalla guerra che era assai piacevole frequentare. (*)

La guida del Complesso jazz creato dai nazisti fu affidata a Ludwig “Lutz” Templin, violinista e sassofonista, non iscritto al partito nazista, che coinvolse, tra gli altri, il batterista Fritz “Freddie” Bocksieper, il clarinettista Kurt Abraham e il trombonista Willy Berking. Al Gruppo fu aggregato come frontman il cantante Karl “Charlie” Schwedler, un impiegato del Ministero della Propaganda. Si trattava di un ensemble di tutto rispetto. La Band realizzò cover di brani swing americani, i cui testi venivano sostituiti con altri, redatti dal Ministero nazista, che si riferivano al complotto ebraico, al pericolo comunista e mettevano alla berlina Churchill e Roosevelt.

L’idea di “bombardare” gli inglesi e gli americani con quella musica piacque al Ministro dell’Educazione Popolare e della Propaganda nazista, Paul Joseph Goebbles, che quel canale radio aveva fondato e così, nell’Aprile del 1940, le trasmissioni musicali della Charlie and His Orchestra, ebbero inizio. Al Gruppo jazz erano affidati il sottofondo e gli intermezzi musical di “Germany calling”. Quel canale di propaganda nazista aveva un posto di primo piano tra le emissioni tedesche in onde corte, che erano seguitissime oltremanica. Secondo un’inchiesta condotta, dopo la guerra, dalla BBC addirittura da circa un quarto degli ascoltatori britannici. La propaganda si diresse dapprima all’Isola britannica, poi – dopo l’entrata in guerra dell’America nel 1941- anche oltreoceano. 

Per i musicisti partecipare al Gruppo era non solo un lavoro ben pagato, per suonare oltretutto la musica preferita, ma anche un modo per evitare di finire al fronte. Esenzione che per alcuni di loro non durò però a lungo. Così, per sostituire quelli arruolati nella Wehrmacht vennero ingaggiati musicisti belgi, olandesi e italiani, come il pianista Primo Angeli, il contrabbassista Cesare Cavaion, i trombettisti Giuseppe Impallomeni, Nino Impallomeni e Alfredo Marzaroli, il sassofonista Mario Balbo. I 78 giri del Complesso, divenuto ormai una big band, erano destinati ai territori occupati e ai Campi di concentramento per i prigionieri di guerra. Ne furono prodotti oltre 250, in gran parte andati perduti.

Ma nella storia di questa Jazz Band e del Romanzo di Lienhard, entrano altri due personaggi, uno reale, l’altro inventato. Il primo, reale, è l’annunciatore radiofonico soprannominato “Lord Haw-Haw”, che presentava anche il Programma di jazz. Lui era la “voce inglese” della Germania nazista dietro cui si celava il nazionalista William Joyce, un irlandese nato in America e fuggito prima in Inghilterra e poi in Germania, dove il suo cognome sarà Froehlich. Tra i suoi compiti – nel Romanzo di Lienhard – c’è anche quello di individuare uno scrittore, il personaggio che possa narrare «con neutralità ben ponderata» dell’Orchestra jazz, perché ciò che non è documentato, com’è noto, non è mai successo, per questo, un testo che raccontasse della Band era assolutamente necessario. Ecco allora entrare in scena il secondo personaggio della storia, quello inventato. 

Si tratta dello svizzero zurighese Fritz Mahler, uno scrittore non affermato che intravede in questa offerta una possibilità per fare carriera. In un’atmosfera di estrema diffidenza, a poco a poco familiarizza con i musicisti della Band e comprende che non solo il loro lavoro, ma la loro stessa vita dipende dalla sopravvivenza dell’Orchestra. Mentre fatica a trovare il filo conduttore per narrare i loro destini (alcune domande: come si infila una Jazz Band in un Romanzo? E come ci metti l’amore?), la situazione bellica precipita e tutti si ritroveranno a dover fare i conti con la sconfitta tedesca. Mahler è la voce narrante del Romanzo che Lienhard costruisce come se si trattasse di un vecchio manoscritto ritrovato. Nel Romanzo, le storie di William Joyce e di Fritz Mahler s’incrociano con quelle di musicisti, i quali, nella realtà, suonarono fino alla fine del regime nazista e, nell’Aprile del 1945, molti di loro presero strumenti e custodie e passarono a suonare per gli Alleati. 

Nel dopoguerra, i destini dei protagonisti di “Germany calling” si separarono con esiti molto diversi, Lienhard li ricorda uno per uno nelle considerazioni finali. La maggior parte dei musicisti, con alterne fortune, continuò a muoversi nell’ambiente artistico. “Lord Haw Haw”, che nella narrazione ha un ruolo e uno spazio notevole, fu, invece, impiccato, nel 1946 a Londra, per alto tradimento. La storia che Demian Lienhard, ricostruisce – coinvolgente e a tratti ironica, ma con punte di cinismo – sembra a lieto fine anche se evidentemente non per tutti, vista l’impiccagione di “Lord Haw-Haw”. Ma questo non deve farci dimenticare l’uso che i nazisti fecero della musica in generale, un uso tetro e violento, ad esempio con le orchestre di deportati, organizzate nei Campi di sterminio per accompagnare altri deportati alla morte, magari per un vezzo dei carcerieri o per non aver abbassato velocemente il berretto, al comando secco degli aguzzini: “Mutzen runter!” (“Berretto Giù!”). Dunque, prima di arrivare a conclusioni affrettate, occorre leggere il Romanzo qui proposto. 

(*) In quei locali berlinesi, i nazisti ascoltavano certamente anche la musica dello “zingaro” belga Jean Baptiste Reinhardt, detto Django “tre dita”, che aveva iniziato a suonare il banjo nel 1922 per poi passare alla chitarra che suonava in un modo particolare e fantastico insieme – un modo che nessun altro saprà riprodurre – esibendosi con i suoi compagni del Quintetto Hot Club De France, il violinista Stephan Grappelli in testa, in brani diventati memorabili, come il loro Minor Swing, del 1937. Suoi i pezzi che compongono la colonna sonora del Film di Louis Malle, “Cognome e Nome Lacombe Lucien” (1974). Musica da ascoltare e film da vedere o ri-vedere.

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

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