Memoria della Carta Costituzionale. 1° Gennaio 1948 – 1° Gennaio 2024

La nostra Costituzione è in splendida forma, ovvero: “76 e non sentirli”

“Presentata il 23 corrente, è avvenuta oggi a palazzo Giustiniani, la firma dell’atto di promulgazione della nuova Carta Costituzionale della Repubblica Italiana. Il testo sarà pubblicato domani 28 dicembre in un numero speciale della “Gazzetta Ufficiale” ed entrerà in vigore il 1° gennaio 1948.” (Agenzia Ansa, lancio del 27 Dicembre 1947, ore 18.40).

Quando la Costituzione della Repubblica Italiana vede la luce, il 1° Gennaio del 1948, ovvero oggi, 76 anni fa, Alcide De Gasperi, leader del Partito della Democrazia Cristiana, assume la presidenza del Consiglio dei Ministri, divenendo così il primo Capo del Governo della Repubblica Italiana. In Inghilterra, nasce il National Health Service, il Servizio Sanitario Nazionale, mentre in India viene assassinato, a Nuova Delhi, il Mahatma Gandi, Leader del Movimento per l’indipendenza del suo Paese.

Dunque, in quel Gennaio di 76 anni fa, la promulgazione della nostra Carta Costituzionale trova spazio tra gli avvenimenti importanti, assumendo una rilevanza internazionale. L’Italia è da poco uscita dalla Seconda Guerra Mondiale è impegnata nella ricostruzione del Paese, mentre a San Francisco, il 26 Giugno del 1945, era stata approvata la Carta delle Nazioni Unite. (*)

Nota: va ricordato che lo Statuto (o Carta) delle Nazioni Unite, ovvero l’Accordo istitutivo dell’ONU è un Trattato Internazionale e quindi, secondo le normative di Diritto Internazionale, è vincolante per tutti gli Stati che lo hanno ratificato e lo ratificano, al momento del loro ingresso nell’Organizzazione delle Nazioni Unite. 

Si trattava dello Statuto di un Consesso Internazionale di cui l’Italia non farà parte fino al Dicembre del 1955 – per il suo passato fascista e per la guerra condotta al fianco della Germania hitleriana fino ai primi di Settembre del 1943 – per la decisa opposizione dell’Unione Sovietica e di alcuni altri Paesi del blocco comunista. I Paesi riuniti nell’Organizzazione delle Nazioni Unite avevano, in quella sede americana, pronunciato il famoso “MAI PIU!”, ma ancora non lo avevano concretizzato con un Documento ufficiale che sancisse i diritti universali che già allora si proclamavano propri e dovuti di e ad ogni essere umano, per il solo fatto di essere venuto al mondo. Quel Documento si chiamerà Dichiarazione Universale Dei Diritti Umani (nota anche come DUDU) e vedrà la luce però, solo il 10 Dicembre del 1948, ben 11 mesi dopo la nostra Costituzione.

Dunque, per la nostra Carta una primogenitura importante che denoterà – quando anche la DUDU vedrà la luce – come vi fosse stata una sintonia certamente non studiata a tavolino, ma che indicava come in quel momento storico aleggiasse per il mondo ancora ferito dalla guerra mondiale, un idem sentire sulla questione dei diritti umani. La nostra Carta Costituzionale fu al tempo – ed è tutt’ora – un Documento importante e come ricorderà, sette anni dopo la sua promulgazione, Piero Calamandrei, nel suo ormai famoso “Discorso sulla Costituzione” del 26 Gennaio 1955 agli studenti milanesi, non si trattava assolutamente di una “Carta morta”.

Piero Calamandrei,

Dirà, infatti, Calamandrei, concludendo il suo discorso: “Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.https://formazione.indire.it/paths/piero-calamandrei-discorso-sulla-costituzione-26-gennaio-1955

Per accertarci di questa sintonia basta rileggere gli Articoli 2 e 3 della nostra Carta. Ci troviamo il riconoscimento e la garanzia dei i diritti umani inviolabili mentre l’uguaglianza e la pari dignità sono garantite senza distinzioni di alcun tipo (sesso, religione, razza, lingua, condizione sociale e politica). Le stesse affermazioni, con un diverso linguaggio, saranno presenti nell’Articolo 2 della DUDU, relative e da garantire “ad ogni individuo” e non solo ai “cittadini” come è previsto, inevitabilmente, nella Costituzione italiana. 

Oggi, a tanti anni di distanza dalla nascita di quei due Documenti, questa universalità dei diritti sembra una cosa ovvia, oltre che scontata. Ma al tempo della stesura e dell’uscita di quei due Atti non lo era affatto. I diritti, infatti, come la loro garanzia, erano stati dimenticati, rimossi e ripetutamente violati, senza che la comunità internazionale volesse e riuscisse ad impedirlo. Ecco allora che quell’affermazione di universalità rappresentava una vera e propria rivoluzione – che si potrebbe definire “copernicana” – nell’ambito della cultura dei diritti,

La vittoria degli Alleati nella Seconda guerra mondiale aprì la strada ad una riflessione nuova e coraggiosa sulla materia dei diritti; riflessione che il Presidente statunitense F. D. Roosevelt aveva già anticipato nel suo famoso discorso sulle “Quattro libertà”, del Gennaio 1941 (libertà di parola ed espressione, libertà religiosa, libertà dal bisogno e libertà dalla paura) che in Italia erano state le forze antifasciste, impegnate nella Resistenza al nazifascismo, a porre al centro della propria riflessione sul futuro, non solo del nostro Paese, avendole non soltanto affermate teoricamente ma anche messe in pratica, quando ancora si combatteva, nella breve ma feconda stagione delle Repubbliche Partigiane e delle Zone Libere. Era il 1944.

F. D. Roosevelt, Il Discorso sulle “Quattro Libertà”, 6-1-1941

Ecco uno stralcio del discorso di Roosevelt che prefigura già alcuni temi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani:

  • “[…] Nei giorni a venire, che noi cerchiamo di rendere sicuri, attendiamo con impazienza un mondo fondato su quattro essenziali libertà umane. La prima è la libertà di parola e di espressione – ovunque nel mondo. La seconda è la libertà di ogni persona di rivolgersi a Dio a suo modo – ovunque nel mondo. La terza è la libertà dal bisogno, che tradotto in parole semplici, significa, conoscenze economiche che assicurino ad ogni nazione una vita sana e pacifica per i propri abitanti – ovunque nel mondo. La quarta è la libertà dalla paura, che significa prevedere una riduzione mondiale degli armamenti ad un livello tale e così profondo che nessuna nazione possa trovarsi nella posizione di commettere un atto di aggressione fisica nei confronti di altri – ovunque nel mondo. Questa non è la visione di un lontano millennio. Si tratta di un preciso piano per un mondo possibile raggiungibile nel nostro tempo e dalla nostra generazione. Questo mondo possibile è la vera negazione del cosiddetto nuovo ordine di tirannia che i dittatori cercano di creare con lo scoppio di una bomba. A questo nuovo ordine, noi opponiamo un più grande concetto – l’ordine morale”.

Fonte: www.sdstoriafilosofia.it/download/2016%20VB/05%20Discorso%20di%20Roosevelt%20del%201941%20sulle%20quattro%20libert%C3%A0.pdf

Dopo la fase di transizione (diversa nelle regioni già liberate e in quelle ancora occupate dal nazifascismo) tra il 1943 e il 1945, furono le Elezioni per l’Assemblea Costituente del 2 Giugno 1946 – insieme al Referendum, indetto nello stesso giorno per scegliere la forma di governo dello Stato italiano, che sancì la vittoria della Repubblica – a creare le condizioni perché l’Italia si allineasse al pensiero più avanzato in tema di diritti.

Ciò avvenne – scrive Marcello Flores nel ricordare i 75 anni della Carta Costituzionale 

– “trovando una sintesi, come era avvenuto a livello internazionale nella stesura della DUDU, tra diverse culture politiche e giuridiche: quella cattolica, quella marxista e quella liberale, tutte concordi nel superare la propria ottica parziale per trovare, in questo nuovo universalismo, il fondamento alla convivenza pacifica tra i popoli nel rispetto di principi e valori condivisi da tutti.”.

Quando entrava in vigore la Costituzione italiana e quando veniva approvata la DUDU (a inizio e fine del 1948), era da poco iniziata la guerra fredda, che avrebbe rappresentato un freno e, per almeno un decennio, ma anche più, a promuovere e rendere concreta quella cultura dei diritti che era stata incarnata così bene da quei due Documenti di valore al tempo stesso politico e giuridico, uno sul piano nazionale e l’altro a livello internazionale. Proprio la lungimiranza dei Valori espressi in quei Documenti, ha reso possibile la loro permanenza nel tempo e la loro progressiva condivisione in forme sempre più ampie, dalla popolazione italiana nel primo caso e dall’opinione pubblica internazionale nel secondo. Si trattava di Principi e Valori che, una volta resi espliciti, non potevano che essere considerati e ritenuti giusti e veritieri, anche se la loro applicazione avrebbe conosciuto ritardi, rimozioni e vere e proprie violazioni.

I Principi fondamentali che la Costituzione italiana ha reso permanenti, e che non sono, infatti, soggetti a possibili modifiche come le altre parti del testo costituzionale, si sono intrecciati con quelli espressi nella DUDU e più tardi nella Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali (CEDU) firmata a Roma, il 4 Novembre del 1950, dai rappresentanti degli Stati-parte del Consiglio D’Europa. È questo cammino comune ad avere permesso che la cultura dei diritti umani diventasse parte integrante dei Valori che hanno guidato – pure a volte tra incertezze e difficoltà – la vita pubblica del nostro Paese. Ed è a quei Valori, ma anche al loro sviluppo e percorso successivo, che dobbiamo ri-andare (e sempre appellarci), nel momento in cui ricordiamo i 76 anni dal giorno in cui la Costituzione italiana è diventata la Legge Fondamentale per tutti gli italiani.

(*) I tre originali della Costituzione Italiana si trovano custoditi presso l’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica, presso l’Archivio Storico della Camera dei Deputati e presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma. I tre originali della Carta portano le firme – apposte il 27 Dicembre del 1947 – del Capo Provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, del Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, del Presidente dell’Assemblea Costituente, Umberto Terracini e del Ministro di Grazia e Giustizia (Guardasigilli), Giuseppe Grassi.

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

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