Memoria della legalità: Giuseppe Fava

Storia (e Memoria) di un uomo che si è sempre ricordato di esserlo ed è stato ammazzato per delle parole a cui non voleva rinunciare

“Nel mondo l’uomo è vivo solo a un patto se può scordar che a guisa d’uomo è fatto” (Bertolt Brecht – L’Opera da Tre Soldi) 

 “Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di verità frena la violenza, la corruzione, la criminalità. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le corruzioni che avrebbe potuto combattere.” (Giuseppe Fava, 1981)

 

La frase brechtiana che avete letto, la scrittrice calabrese Rosella Postorino la piazza prima dell’inizio del suo “Le Assaggiatrici” (Feltrinelli) Romanzo di cui, di nuovo, consiglio una lettura non distratta, trattandosi sì di un Romanzo, ma basato su di una storia veramente accaduta durante la Seconda guerra mondiale. E’ evidente come quella battuta, presa in prestito dal Drammaturgo (e non solo) di Augusta, si riferisse all’idea nazista di “uomo” (che però bene rappresenta l’idea che – ogni dittatura – ha (e propaganda) dell’essere umano “nuovo” che ha intenzione di generare, con esclusione, s’intende, degli umani “indegni di vivere” che devono, invece, essere eliminati per il bene (leggi il potere) di quelli che restano, cioè dei carnefici.

Io ritengo però che di quella battuta si possa avere anche un’altra interpretazione, in positivo, apportando una leggera aggiunta al testo (lo permette la lingua italiana che – come è noto – è dinamica e non statica). Dunque, la riscrivo aggiungendo, in rosso, la mia proposta di modifica:

“Nel mondo l’uomo è vivo solo a un patto se può [non] scordar che a guisa d’uomo è fatto.” Così modificata la battuta di Brecht si addice pienamente a ricordarci il protagonista di questa storia, Giuseppe Enzo Domenico (detto Pippo) Fava (1925-1984). Le altre parole che avete letto all’inizio di questa Nota le ha scritte l’uomo (nel senso migliore del termine) a cui questa Nota è dedicata a 40 anni dal suo omicidio per mano mafiosa, ovvero a Giuseppe Fava (Palazzolo Acreide, 15 Settembre 1925 – Catania, 5 Gennaio 1984).

La storia: Il 5 Gennaio 1984, esattamente quarant’anni fa, era un Giovedì. A Catania, verso le nove di sera, un giornalista esce dalla redazione della Rivista che ha fondato. La rivista si chiama «I Siciliani». Lui si chiama Giuseppe Enzo Domenico Fava, detto Pippo. La sua Rivista, un mensile, nata due anni prima, è già un caso giornalistico e politico. «I Siciliani» attacca la presenza delle basi missilistiche americane in Sicilia, ma soprattutto denuncia la presenza della mafia nella vita della società. Fa nomi e cognomi: di imprenditori collusi e di mafiosi.

Fava sta andando al Teatro Stabile di Catania, per prendere la nipotina, che recita in «Pensaci, Giacomino!». Non fa in tempo a scendere dalla sua auto: cinque proiettili calibro 7,65 vengono sparati contro di lui. Uno lo colpisce alla nuca, altri al torace. Giuseppe Fava muore poco dopo. Non aveva neanche sessant’anni. Fava muore assassinato per avere tenuto la schiena dritta e avere lottato contro il malaffare. 

Nota mia: come lui e prima di lui avevano fatto la stessa fine Peppino Impastato, ucciso dalla mafia a Cinisi il 9 Maggio 1978 (lo stesso giorno in cui, a Roma, le Brigate Rosse assassinavano il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro) e Mauro Rostagno, assassinato dalla mafia il 26 Settembre del 1988 a Valderice.

Il suo giornalismo: si può morire perché si sanno le cose, perché si ha il coraggio di dirle. Perché si fa il mestiere del giornalista in modo serio. “Io ho un concetto etico del giornalismo – scriveva Giuseppe Fava sul «Giornale del Sud» l’11 ottobre 1981 – Un giornalismo fatto di verità frena la violenza, la corruzione, la criminalità. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le corruzioni che avrebbe potuto combattere”.

Appena una settimana prima, Fava era stato ospite di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, per un’intervista andata in onda sulla tv della Svizzera italiana. Ha una giacca di pelle nera, una barba riccioluta. Assomiglia agli eroi greci, nelle illustrazioni dell’Iliade o dell’Odissea: Agamennone, Achille, Ulisse.

La lotta alla mafia

Nel corso di quell’intervista Giuseppe Fava dice: “I mafiosi veri non sono i piccoli criminali, quelli che intimidiscono chi ha un’attività commerciale per chiederti il pizzo. I mafiosi veri stanno in Parlamento. Sono ai vertici della società, e portano alla rovina e al decadimento morale dell’Italia”. In quei minuti, Fava parla di una mafia che gestisce l’enorme mercato mondiale del traffico di stupefacenti, che gestisce il commercio delle armi. Di banche che riciclano quantità enormi di denaro. Di denaro che riesce a spostare enormi masse di voti. Di criminalità che si fa politica, insomma, dice: “Ho assistito a molti funerali di Stato di vittime della mafia. Posso dire che in molti casi gli assassini erano sul palco delle autorità.”.

Morire per delle parole: “l’hanno ucciso perché era intollerabile che un uomo rimanesse vivo, continuando a esercitare il proprio diritto alla parola e alla verità. Doveva pagare il prezzo più alto”, dice oggi suo figlio, Claudio Fava, uomo politico e giornalista.

Enzo Biagi, che lo aveva invitato in trasmissione una settimana prima della sua esecuzione, di fronte alla sua morte sembra quasi non trovare le parole. E, cosa rarissima per un giornalista composto e “freddo” come era Biagi, sembra inciampare nelle parole. “Sento in me quasi un senso di colpa. Lo avevamo invitato perché venisse a raccontare la mafia, perché sapevamo della passione che metteva nell’indagare sui fatti, per cercarvi la verità. Ma ormai, qualche volta, anche la parola in Italia è diventata una colpa. Si può morire perché si sa o perché si parla”.

Su Giuseppe Fava e la sua storia è stato girato un film, da Daniele Vicari. Il giornalista è interpretato dall’attore Fabrizio Gifuni. Il film si chiama «Prima che la notte». Fava rivive magistralmente nelle due ore del film – adesso disponibile su Raiplay – che racconta, riannodando memoria e storia, la vicenda di un uomo che combatté con intelligenza e coraggio la mafia e il suo radicarsi fra le istituzioni politiche ed economiche, ben oltre l’isola.

E sempre in tema di cinema, c’è un film che, invece, è stato scritto da Giuseppe Fava, che si è ispirato al proprio Romanzo «Passione di Michele». Il film si chiama «Palermo oder Wolfsburg» e ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino nel 1980.

Precisazione finale: devo le righe della storia di Pippo Fava che avete letto fin qui alla penna di Giovanni Bogani che le ha messe in fila per un pezzo pubblicato, il 5 Gennaio 2024, sul Sito web “Luce!” https://luce.lanazione.it/attualita/giuseppe-fava-mafia/

Se poi volete ancora ascoltare questa storia, ne trovate la traccia audio su Rai Play Sound in un podcast intitolato “Prima che lo uccidanohttps://raiplaysound.it/programmi/primachelouccidano-lastoriadipippofava

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

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