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Memoria delle donne, mai abbastanza ricordate

La prima storia da ricordare è quella di Ipazia da Alessandria d’Egitto: linciata, smembrata e bruciata perché donna, intelligente e libera…

Il fatto che le donne fatichino a farsi strada nella società in cui la vita le ha catapultate è questione antica ma ancora, diremmo così, in auge ai nostri giorni. Nella Storia dell’umanità molti sono, infatti, gli esempi di questa fatica che si potrebbero portare ad una discussone non viziata dal genere a cui si appartiene. Se ci si riflette solo un attimo però, conoscendone la storia, il primo nome che viene alla mente è quello di Ipazia di Alessandria, Matematica, Filosofa neoplatonica, inventrice e astronoma greca, nata nel V secolo della nostra era (355-415 d.c.), appunto ad Alessandria D’Egitto, qualche decennio, prima che la città venisse inglobata nell’Impero Romano d’Oriente.

Ipazia fu indirizzata agli studi matematici da suo padre, Teone – Filosofo e componente del Museo che, diversamente da come lo pensiamo noi oggi, era all’epoca la massima Istituzione culturale ellenistica dedicata alle Muse, cioè le figure divine dell’epoca, collegate all’arte e alla conoscenza. – Del Padre Teone, la giovane Ipazia divenne ben presto l’assistente. La giovane era intelligente, curiosa e molto presto i suoi interessi non si limitarono alla sola matematica, ma andarono oltre, dirigendosi verso le scienze filosofiche e l’astronomia. Dunque, si trattava di una donna estremamente intelligente e – si dice – assai attraente, ma anche molto coraggiosa nel difendere le sue idee. Doti, l’intelligenza, la bellezza ed il coraggio di esercitare e difendere il suo libero pensiero, che le scatenarono contro invidie o vero e proprio odio, rendendola vittima dei pregiudizi e della crudeltà di una società che negava l’importanza della cultura e del sapere. Resistendo alle calunnie ed al confronto, a volte duro, con gli avversari, Ipazia fu aggredita a tradimento, una sera che rientrava a casa; trascinata nella Cattedrale; spogliata nuda, linciata (e mentre era ancora viva le furono cavati gli occhi) poi smembrata e bruciata, perché di quella donna “scomoda e pericolosa” sparisse ogni traccia non solo del suo corpo, ma della sua intelligenza.

Di lei, si racconta che fosse una persona molto generosa e che introdusse molti allo studio delle Scienze matematiche, tramandando pubblicamente il suo sapere, diventando così un punto di riferimento nello scenario culturale dell’epoca. Questo scatenò ancor più l’invidia e l’odio di molti fanatici cristiani che – era quello il tempo dell’affermazione del cristianesimo che proibiva ogni e qualsiasi manifestazione da esso ritenuta pagana – appunto la linciarono e ne fecero scomparire ogni traccia terrena.

Scrivo qui di lei perché con un nuovo libro Silvia Ronchey, saggista e bizantinista romana (“Ipazia, la vera storia”, nuova edizione aggiornata e arricchita con un repertorio fotografico, edito dalla BUR di Rizzoli) torna a raccontarci la sua storia, La Ronkey, che della filosofa e scienziata greca aveva già scritto, ripercorre in questo suo nuovo lavoro la vita, l’azione e la tragica fine. La vita tribolata e la fine di una donna a cui tutti dobbiamo, certo, un pezzetto del nostro sapere e forse molto di più.

Ecco un paio delle sue invenzioni:

  • l’astrolabio piatto, ovvero uno strumento astronomico composto da due dischi di metallo che ruotavano l’uno sull’altro con cui era possibile calcolare la posizione di astri, satelliti, pianeti, ma anche il tempo. Sembrerebbe che Ipazia abbia usato l’astrolabio per studi astronomici che mettevano in discussione la teoria tolemaica, vigente al tempo.
  • l’aerometro, ovvero uno strumento cilindrico con un galleggiante atto a stabilire il peso specifico dei liquidi.

E’ molto probabile che il mandante del suo omicidio fosse il Vescovo cristiano di Alessandria d’Egitto Cirillo. Non sono chiare le motivazioni dell’odio provato da Cirillo verso Ipazia che, semplicemente, aveva deciso di non convertirsi al cristianesimo, ma spesso aveva insegnato ai suoi discepoli proprio di religione cristiana. Una ipotesi per questo astio del Vescovo verso la donna sembra doversi ricercare nel fatto che Cirillo l’aveva vista tenere delle lezioni a numerosi uomini, cosa che non era tollerata al tempo.

La Ronkey, nel suo nuovo lavoro sulla scienziata greca, avanza anche l’ipotesi che a condurre Ipazia alla sua tremenda fine, fosse stata anche la sua difesa della comunità ebraica della città nella lotta (economica) per il commercio del grano, lotta  scatenatasi con i cristiani guidati dal Vescovo Cirillo. Dunque, Ipazia non era solita stare a guardare, ma nelle dispute – non solo filosofiche, ma anche politiche – prendeva parte e questo suo essere partigiana di tesi che oggi definiremmo libertarie, non le venne perdonato. Il suo destino, dunque, è stato comune a quello delle molte donne che – anche ai nostri tempi – hanno, in qualche modo, riaffermato il loro diritto di esercitare il libero pensiero e di essere padrone delle loro scelte di vita. La Storia – come è noto – spesso si ripete, anche se non nelle stesse forme.

 

La seconda storia riguarda una memoria della guerra al femminile; la “Fabbrica delle Donne” saltata in aria il 7 Giugno 1918,.

Se andate oggi a Castellazzo di Bollate (Milano) troverete una Villa molto bella, Villa Arconati – Villa storica del ‘700, nota anche come Villa dello Stato, oggi sotto tutela del FAI (il Fondo per l’Ambiente Italiano) – ma non troverete più traccia di un insediamento industriale assai più recente, una Fabbrica di esplosivi, lo Stabilimento Sutter & Thèvenèt, noto anche come la “Fabbrica delle Donne”. Quella Fabbrica è stato il teatro della storia e per ricordare la quale leggete questa Nota.

Lo Stabilimento – il cui Sito si trovava all’interno dell’attuale Parco delle Grovane, situato alla periferia di Milano – entrò in attività il 6 Novembre del 1916, stante la necessità dell’Esercito Regio italiano – che da 18 mesi in quella Guerra mondiale era schierato al fianco delle Potenza dell’Intesa – di rifornirsi di esplosivi. Per questo venne utilizzata la Società svizzera Sutter (con Sede a Zurigo) che lavorava materiale esplodente su brevetto della francese F. Thévenét e fils. La Società mista che venne così a crearsi presentò al Comune di Castellazzo di Bollate domanda di attività in data 23 Ottobre 1916.

L’insediamento industriale, dapprima costituito da baraccamenti costruiti dal Genio Militare Italiano, andò via via trasformandosi in un vero e proprio Stabilimento sempre più esteso, fino a comprendere 40 edifici in muratura.

La Fabbrica della Morte – La Fabbrica Sutter & Thevenét sorge in località Fornace Bonelli a Castellazzo di Bollate, a poca distanza da Milano. Isolata dai campi ma ben servita dalla linea ferroviaria Saronno-Milano, produceva munizioni, bombe, granate e “petardi” incendiari. Nel 1917 i reparti di produzione arrivano a contare 40 edifici e 1300 operai. Lo stabilimento comprendeva reparti di lavorazione, capannoni d’innesto, depositi di stoccaggio, uffici, essiccatoi, polveriere, l’officina meccanica, il laboratorio chimico, una falegnameria, gli uffici della commissione d’Artiglieria collaudo esplosivi, il refettorio e la lavanderia. Capannoni miserabili dominati dalle ciminiere e attraversati dalla ferrovia.

Alle operazioni di paraffinatura, innesco, caricamento e smaltatura delle bombe e delle granate provvedono le donne dei paesi vicini. Necessità, dal momento che la maggioranza degli uomini si trova al fronte. Vengono da Castellazzo, da Bollate, da Garbagnate. Le più giovani hanno solo 13 anni. Accanto a loro qualche ragazzino. Ma i sorveglianti e i dirigenti quelli no, quelli sono tutti uomini. […].

Fonte: https://storiedicimiteri.wordpress.com/

Di quegli edifici oggi non c’è più traccia materiale. Ma della sua Memoria (e soprattutto della Memoria di chi ci lavorava) è rimasta, invece, traccia in alcune foto di una Mostra, scattate più di cento anni fa dal fotografo e cineasta Luca Comerio, e in alcuni altri Documenti. Quella Fabbrica ha una storia, una storia al femminile, una storia tremenda, che s’intreccia strettamente con quella, ancora più tremenda, della Prima guerra mondiale. Si tratta di una pagina di guerra ormai dimenticata tanto che, volendo, potremmo chiamare lo Stabilimento Sutter & Thèvenèt, la “Fabbrica Dimenticata”, ricordando il titolo della Mostra di cui ho scritto sopra.

Nota: per la nostra Memoria, occorre ricordare che nelle corti di Castellazzo di Bollate (MI) fu girato, nel 1945, il Film sulla Resistenza, “Il Sole Sorge Ancora” (1946), diretto da Aldo Vergano, Film voluto e finanziato dall’ANPI. Qui ho pensato allora di riproporvi questa storia di donne lavoratrici, riportandola alla luce perché nessuna parte di quella guerra vada dimenticata, a oltre cento anni dalla sua fine. Ma prima di immergerci in questa storiaccia è necessario inquadrarla nello scenario mortifero di quegli anni. E per farlo occorre cominciare scrivendo di donne

Durante gli anni della Prima guerra mondiale – che era cominciata il 28 Luglio del 1914, ma per noi italiani ebbe inizio il 24 Maggio del 1915 – le donne assunsero un ruolo fondamentale anche nel nostro Paese; ruolo che non avevano mai avuto sino ad allora.  Le donne – gioco forza, con gli uomini al Fronte (come sarà anche nel Secondo conflitto mondiale) via via che la guerra faceva i suoi morti, presero a riempire, nella società e nei posti di lavoro, i vuoti lasciati dagli uomini: 4mila donne si arruolarono come volontarie nella Croce Rossa, molte divennero postine, guidatrici di tram, entrarono negli Uffici come dattilografe e nelle Fabbriche come operaie. Così l’occupazione femminile passò, in quegli anni, dal 4 al 22 per cento del totale degli occupati.

Non che questa sostituzione fosse, per le donne, indolore. Infatti, sebbene il Governo avesse imposto l’assunzione di personale femminile in tutti i luoghi di lavoro, questa pratica andò a rilento per lo scetticismo (meglio, l’avversione) con la quale molti datori di lavoro (i “padroni del vapore” di allora) accolsero quell’obbligo al quale non si sottomisero di buon grado, ritenendo le donne scostanti, non affidabili e incapaci, ad esempio, di tenere il silenzio durante i lavori che lo richiedevano.

Ma entriamo nella storia della “Fabbrica delle Donne”.

Quanto avviene quel Venerdì 7 Giugno 1918, nella Fabbrica di Castellazzo di Bollate, lo sappiamo dal Chronicon della Parrocchia di San Guglielmo di Castellazzo, il Registro-Diario in cui i Parroci annotavano i principali avvenimenti che coinvolgevano la loro comunità. Quel giorno, alle ore 13,50, lo stabilimento di esplosivi franco-svizzero è scosso da una devastante esplosione che provoca, fra le operaie addette alla produzione, 59 vittime (ma altre fonti arriveranno a contrane oltre 70) e oltre 300 feriti. Non fu mai possibile stabilire il numero esatto delle vittime in quanto la violenza dello scoppio, avvenuto verosimilmente nel reparto spedizione dove vi era la massima concentrazione del materiale esplodente, disperse i resti di molti corpi e nulla si seppe, in seguito, della sorte di moltissimi feriti.

I giornali dell’epoca si limitarono a riproporre il Comunicato ufficiale dell’Agenzia di Stampa governativa Stefani (che sarà l’Agenzia di Stampa ufficiale anche del ventennio fascista, fino all’ultimo dei “600 giorni di Salò”) l’unica autorizzata, in quel tempo di guerra, a divulgare notizie: il Comunicato sarà tutto concentrato sui danni militari, definiti “insignificanti”, e sulla rapidissima ripresa del lavoro e il numero dei morti e dei feriti verrà, per così dire, “ridotto all’osso”. Ecco cosa scrisse la Stefani:

“È avvenuta ieri una esplosione nel polverificio di Castellazzo di Bollate in provincia di Milano. I danni, dal punto di vista militare, possono ritenersi pressoché insignificanti, essendo rimasto distrutto soltanto il capannone dove si eseguiva la spedizione delle bombe a mano. Anche alcuni capannoni adiacenti non subirono che lievi danni. Si debbono invece lamentare 35 morti e circa un centinaio di feriti. Il lavoro, interrotto per sole 24 ore, è già stato ripreso. Dall’inchiesta in corso sembra sia escluso che il tutto debba attribuirsi a dolo”. (Agenzia Stefani, 8 Giugno 1918)

Ernest Hemingway

Ben altra fu l’impressione riportata da uno dei soccorritori: un giovanissimo Ernest Hemingway, allo scoppio della guerra arruolatosi volontario nella Croce Rossa Americana come guidatore di ambulanze e arrivato in Italia. Hemingway, quel giorno in transito da Milano, così scriverà di quel fatto tragico e dell’impressione che gli fece, una ventina di anni dopo:

  • “Arrivammo sul luogo del disastro in autocarro, lungo strade ombreggiate da pioppi e fiancheggiate da fossi. Arrivando sul luogo dove sorgeva lo stabilimento, alcuni di noi furono messi a piantonare quei grossi depositi di munizioni che … non erano saltati in aria, mentre altri venivano mandati a spegnere un incendio divampato in mezzo all’erba di un campo adiacente; una volta conclusa tale operazione, ci ordinarono di perlustrare … i campi circostanti per vedere se ci fossero dei corpi. Ne trovammo parecchi e li portammo in una camera ardente improvvisata e, devo ammetterlo francamente, la sorpresa fu di scoprire che questi morti non erano uomini ma donne … Ricordo che dopo aver frugato molto attentamente dappertutto per trovare i corpi rimasti interi, ci mettemmo a raccogliere i brandelli …” (Ernest Hemingway, “Una storia naturale dei morti”, in “I Quarantanove Racconti”, 1938).

I funerali delle vittime, di cui erano stati recuperati e ricomposti i corpi, furono celebrati nel pomeriggio del 9 Giugno, sul piazzale antistante la Chiesa di Castellazzo. Le spoglie mortali vennero poste su carri militari infiorati e drappeggiati a lutto. Precedevano il corteo funebre la fanfara militare degli alpini, le Associazioni religiose locali e venti sacerdoti. Li seguiva una folla di oltre diecimila persone. Sulla facciata della Chiesa di Castellazzo verrà esposto un drappo con la seguente scritta:

  • “Alle lacrimate vittime / da improvviso turbine strappate / all’affetto della famiglia / nell’ore consacrate al lavoro / per la grandezza della patria/ preci e suffragi”.

Quel drappo era rimasto chiuso in un ripostiglio della Chiesa per quasi 100 anni, la sua riscoperta, nel 2010, avvenuta ad opera del Parroco Don Egidio Zoia e dello Storico locale Giordano Minora, ha permesso di riportare alla luce il ricordo di quella strage dimenticata. Così si chiuderà quella storia mortifera di guerra. Dopo il Novembre del 1918, la Fabbrica verrà smantellata e di quel fatto non si parlerà più per oltre cento anni, ovvero fino al 7 Giugno del 2019, quando verrà allestita la Mostra fotografica intitolata “La Fabbrica Dimenticata”, basata sulle fotografie scattate, nell’immediatezza di quel tremendo scoppio, da Luca Comerio.

NOTA – Alla fine di quella guerra le donne – nonostante avessero dato grande prova di sacrificio, capacità ed intelligenza – verranno “ricacciate” nel loro ruolo di “angeli del focolare”. Poi arriveranno il fascismo, la Seconda guerra mondiale e gli anni della Resistenza e saranno proprio questi ultimi a fare sì che le donne del nostro Paese si conquistino il posto che già spettava loro nella società.

Come sappiamo, però, il cammino verso la completa emancipazione sociale delle donne e verso la loro parità sociale e giuridica con gli uomini sarà ancora lungo, anche nell’Italia repubblicana e democratica. E oggi molta strada è ancora da fare, ma le donne hanno dimostrato, in ogni momento, di saperla percorrere a testa alta quella strada e di saper individuare, con precisione, gli obiettivi da raggiungere, armate della tenacia e della pazienza necessarie.

 


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