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Memoria genovese: una data da ricordare, il 16 giugno del 1944

80 anni fa la deportazione degli operai di Genova

Sotto trovate una storia di Resistenza operaia, scolpita nella Memoria della città di Genova. Le righe che seguono raccontano, invece, un’altra storia operaia in salsa torinese.

Si tratta dell’incidente mortale sul lavoro in cui, il 30 Agosto del 2023,  cinque operai, impegnati in lavori di manutenzione della strada ferrata nei pressi del Comune di Brandizzo (Torino) sono morti, investiti da un treno che viaggiava alla velocità di 100 chilometri l’ora. Da quel giorno – raccontano gli operai – poco o niente è cambiato, per quanto riguarda le norme di sicurezza mentre, di converso, è aumentata la pressione sui lavoratori impegnati su quel tratto di strada ferrata, che continuano a lavorare in subappalto.

Ma oltre al danno (leggi cinque vite spezzate) c’è la beffa. Infatti, le cronache raccontano che la Ditta per la quale i cinque operai morti lavoravano e i cui vertici sono indagati per “disastro colposo” – cambiato il nome da Si.gi.fer. a Star.Fer – è tornata a lavorare su quello stesso tratto di ferrovia, collaborando con la Società CLF che aveva l’appalto del lavoro per il quale quei cinque operai sono morti.

Una volta li chiamavano “padroni”, oggi il termine in uso è “imprenditori”, ma la “razza padrona” che fa profitto sulla pelle dei lavoratori è sempre la stessa e nulla sembra essere cambiato, solo le parole per definirli, alcune delle quali – per decenza – non possono essere scritte, ma possono essere pensate e scolpite nella nostra Memoria.

Certo, la scoperta dovuta ai Giudici genovesi del “Sistema Toti”, con successivo sconquasso degli assetti politici a Genova (e non solo) è la storia che occupa, da giorni, le cronache e non solo quelle cittadine.

Ma Genova non merita certo di finire sui giornali per questo genere di storiacce. La Città della Lanterna”, ha alle spalle una lunga Storia fatta di tanti tasselli che hanno contribuito a farla diventare una delle città più importanti del nostro Paese, non solo per la sua antica vocazione marinara e per il Porto commerciale, ma anche per la metallurgia, in auge nel tempo in cui la città con le sue Fabbriche era un Polo importante di quel Settore industriale.

Oggi, di quella Memoria operaia resta solo un’enorme pressa da 12mila tonnellate (anche se una targhetta di metallo dice “15mila tonnellate” e ci ricorda la “furbizia” commerciale degli antichi “padroni del vapore”),

Quella pressa staziona, imponente, nel Quartiere cittadino di Campi, davanti all’ennesimo Centro Commerciale che ha sostituito l’antica Fabbrica siderurgica SIAC delle lotte operaie, ma anche della Resistenza antinazifascista: la globalizzazione ha spazzato via il ricordo delle prime (insieme agli operai) l’oblio melmoso del “è storia vecchia” ha cancellato la seconda, che non è solo la Memoria dell’insurrezione – pure gloriosa – della Genova del 23-26 Aprile 1945 che costrinse alla resa i nazisti del Generale Gunther Mainhold e gli assassini fascisti della famigerata Decima MAS, di Junio Valerio Borghese, ma anche storia del prezzo pagato dalla popolazione genovese per la sua libertà.

Genova, 23-26 Aprile 1945 – La resa del Generale Meinhold, Comandante in capo delle truppe tedesco in Liguria

Sono le 19,30 del 25 Aprile 1945 quando il Generale tedesco Gunther Meinhold, Comandante in capo delle truppe tedesche in Liguria, firma la resa nelle mani dei partigiani, nella Sala di Villa Migone a Genova. Ma ancora una volta non c’è il tempo di festeggiare, perché la guerra non è finita, perché ci sarà ancora una “coda” di quarantott’ore piene di tensione e di scontri armati. Alla fine, i partigiani genovesi l’avranno vinta: la “Città della Lanterna” sarà libera e librata dal suo popolo. Artefici di quella vittoria il popolo di Genova, l’Operaio comunista Remo Scappini, il Professore azionista Carmine Alfredo Romanzi e il democristiano Palo Emilio Taviani.                                                      

Un documento storico: la prima minuta dell’atto di resa con tutte le correzioni portate a mano

Così finivano i “giorni neri” dei genovesi che avevano visto non solo l’occupazione nazista, ma le ripetute e feroci violenze dei fascisti e dei nazisti insieme, alla “Casa dello Studente” di Corso Gastaldi, la “Villa Triste” della città, che era stata la base del criminale Friedrich Engel, il nazista conosciuto come “il boia di Genova“. Il 23 Aprile 1945, i nazisti, prossimi alla sconfitta, abbandonarono l’edificio, bruciando la documentazione custodita: da questo gesto però scaturì un vero e proprio incendio incontrollato, che bruciò gran parte dell’edificio.

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Nella Storia resistente di Genova c’è però anche un’altra data importante. Mi riferisco al 16 Giugno del 1944, il giorno in cui 1.488 operai genovesi furono deportati dai nazifascisti nel KL di  Mauthausen, Campo di concentramento e sterminio, situato in Austria.

Nota: “Nel marzo del 1938, subito dopo l’occupazione e l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, il Reichführer delle SS, Heinrich Himmler e Oswald Pohl , capo dell’Ufficio Amministrativo delle SS, accompagnati da alti ufficiali delle SS, si recarono a Mauthausen e Gusen per ispezionare le cave di pietra in attività in quelle cittadine. In particolare, per prendere atto della possibilità di allestirvi nuovi Campi di concentramento. Seguirono altre ispezioni e il 7 aprile 1938 la municipalità di Vienna venne informata che le SS intendevano costruire un Campo di concentramento in cui fosse possibile imprigionare da 3.000 a 5.000 detenuti. Per questo motivo le SS intendevano comperare – o almeno affittare – le cave di pietra. Per risolvere positivamente aspetti legali e amministrativi il 29 aprile 1938, venne fondata a Berlino una apposita società, la DEST – Deutsche Erd – und Steinwerke GmbH – (Imprese tedesche dello sfruttamento della terra e delle pietre), con un capitale inziale di 10.000 marchi. Fu la DEST ad acquistare le cave di Mauthausen e di Gusen. Riferimento per i luoghi in cui costruire i due lager furono quattro cave di granito che, sotto la direzione dell’architetto di Hitler, Albert Speer, fornirono materiale da costruzione a molte grandi città, in particolare Berlino ma anche Linz, scelta da Hitler come “Führer- Stadt” (città del Führer), che quindi dovevano essere impreziosite con imponenti e fastosi edifici di rappresentanza. Nel 1938, Albert Speer e la DEST sottoscrissero un contratto della durata di 10 anni per il riforn imento di materiale da costruzione. Proveniente dal KL Mauthausen ma anche da altri lager, situati ove esistevano cave e grandi fornaci, appositamente costruite. Fu sempre Speer che fece avere alla DEST un prestito, senza alcun aggravio di interessi, di milioni di marchi. Nel 1943 il giro di affari della DEST era pari a 14.882.000 marchi. Importante il contributo dato dal lavoro dei prigionieri di Mauthausen e di Gusen. I cui prigionieri producevano milioni di pietre quadrate, gradini per marciapiedi, e altri prodotti simili.”. (Fonte: ANED, Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti)

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Nota mia: nel KL di Mauthausen gli italiani iniziarono ad essere deportati dal Settembre-Ottobre del 1943. In totale si trattò di 6.615 deportati, per morivi politici, tra cui i 1.488 operai delle Fabbriche di Genova. In deportazione, ne morirà il 45%.

Quella pagina di Storia genovese è spesso dimenticata. Allora credo sia giuso ricordarla perché noi tutti si tenga dritta la schiena e attiva la Memoria in un momento difficile per l’attacco revisionista portato alla Storia della Resistenza antinazifascista ed alla Costituzione, di quella Storta il frutto più prezioso dopo la libertà, dall’attuale maggioranza di governo.

Sotto trovate allora una rievocazione di quel 16 Giugno del 1944, tratta dal Sito web “Storie Dimenticate”.

Genova la deportazione degli operai 16 giugno 1944

Il Giugno del 1944, 1.488 operai genovesi furono deportati a Mauthausen.
Nella tarda mattinata di una giornata caldissima, scattò la rappresaglia contro gli scioperi che si erano tenuti all’inizio del mese, guidata dalle forze di occupazione tedesca con la partecipazione di polizia e brigate nere. L’azione fu condotta con tecnica militare. Innanzitutto nella scelta degli obiettivi.

Furono colpite quattro tra le fabbriche più combattive nelle agitazioni dei mesi precedenti, a partire dagli scioperi di dicembre 1943: la Siac di Campi, il Cantiere, la San Giorgio e la Piaggio di Sestri. I lavoratori furono radunati nei piazzali, selezionati, caricati a centinaia su autobus e camion così come si trovavano, in tuta, con gli zoccoli, molti in canottiera.

Nella rete caddero in circa 1500, successivamente portati ai punti di concentramento a Campi e a Rivarolo, stipati come bestie su carri ferroviari con destinazione Mauthausen, brutalmente sottratti alle loro famiglie e al loro lavoro.

Il comando militare tedesco presente a Genova valutò in 12.000 il numero dei lavoratori di molte grandi aziende della città che avevano preso parte allo sciopero del 9 giugno, attribuito a sobillatori.

Seguì la chiusura delle fabbriche e la ripresa del lavoro il 14 giugno. Fu a questo punto che si scatenò la feroce azione punitiva, un’autentica caccia all’uomo, lo stesso comando tedesco nei propri documenti confermava che l’azione di rastrellamento era in relazione allo sciopero del 9 giugno.

Vi fu in quei giorni una vera escalation delle deportazioni, ogni infrazione agli ordini tedeschi o fascisti, ogni atto di contestazione o di opposizione provocava l’immediata rappresaglia della deportazione. Gli storici hanno rilevato l’esistenza di un rapporto di connessione pressoché regolare fra gli episodi di rivolta e resistenza contro i tedeschi e la data di partenza dei convogli per la Germania.

Questa misura repressiva era mirata, anche, a rastrellare circa 500 operai siderurgici e metallurgici che interessavano l’azienda tedesca Mitteldeutsche Stahlwerke, e 500 lavoratori dell’industria pesante da destinare alle fabbriche gestite dalle SS nell’area di Mathausen.
I rastrellamenti di Genova stavano dentro un grandioso piano di deportazioni di manodopera e al tempo stesso di lotta antipartigiana.

Giovanni Agosti è stato, suo malgrado, protagonista di quei giorni di infamia e di dolore.

«Nei primi mesi del 1944, il prefetto di Genova, Basile, aveva emanato un ordine che chiedeva ai giovani di rispondere alla leva e intimava agli operai del ponente genovese di non azzardarsi
a scendere in sciopero».

In fabbrica era il partito comunista ad avere l’iniziativa?

«Prevalentemente sì. In ogni fabbrica agiva il comitato clandestino che aveva organizzato gli scioperi del marzo 1943. Io lavoravo a Sestri, nel cantiere navale. Qualche giorno prima del rastrellamento era salito a bordo il direttore generale dell’Ansaldo e ci aveva avvertiti: “Non scioperate più o vengono i tedeschi e vi portano tutti in Germania”»

Quali erano i poli industriali genovesi?

«Le acciaierie di Campi, i cantieri di Sestri, la San Giorgio, l’Ansaldo Fossati e altre fabbriche minori. Il numero dei deportati fu calcolato attorno a 1.400».

Lei era un ex militare?

«Sì. L’8 settembre ero a Santa Marinella, nei pressi di Roma, fante di marina del Battaglione San Marco. Ci avevano trasferiti da Tirrenia per fare da guardia del corpo al governo Badoglio, a dirlo mi scappa da ridere. Quando la radio annunciò l’armistizio noi esplodemmo di gioia. “La guerra è finita!”, gridavamo. Il nostro tenente, un piemontese, ci radunò in piazza e ci parlò: “Ragazzi, la guerra non è affatto finita. Abbiamo i tedeschi in casa e non vi lasceranno neanche gli occhi per piangere”»

Prima della guerra che cosa faceva?

«A 17 anni, sono del ’23, ero garzone in porto, per un’mipresa di sbarco e imbarco. Con la guerra, il lavoro è mancato e il principale ci ha lasciati tutti a casa, io tra i primi. Allora mi sono rivolto all’industria, avevo fatto la scuola da saldatore elettrico. Un giorno un mio zio mi portò a calata Mandraccio e mi fece assumere da una ditta. Da garzone prendevo 30 lire la settimana, in busta trovai 70 lire. Non volevo crederci. Corsi a casa, in Campo Pisano: “Mamma mamma, mia c’a l’è anaeta ben!”. Mio fratello ha fatto 26 mesi di Grecia, e anche lui è finito in Germania ed è tornato solo a luglio del 1946. Sei anni senza venire a casa».

Tornato a Genova dopo 1*8 settembre trovò lavoro nei cantieri dì Sestri?

«Proprio così. E il 16 giugno del ’44, arrivarono tedeschi, ci radunarono e ci caricarono sui mezzi dell’Uite, l’Amt dell’epoca, e ci trasportarono alla stazione ferroviaria di Campi. Caricati sui vagoni iniziò il nostro calvario. Nessuno era riuscito ad avvertire i familiari, nessuno sapeva che cosa ci aspettava Ma capivamo che si metteva male e che non avremmo rivisto i nostri cari per molto tempo, forse mai».

Dopo?

«Abbiamo fatto tappa al confine, poi a Linz, in Austria, e infine a Mauthausen. Scesi dal treno, dopo un po’ di cammino abbiamo visto i tedeschi disarmare le Brigate Nere che lì avevano aiutati nel rastrellare le fabbriche. “Cianzeivan comme di figgeu piccin”. Si vede che non si fidavano di loro. A Mauthausen li hanno messi da una parte, certo non potevano rinchiuderli con noi. Non so che fine hanno fatto. Noi siamo rimasti più di tre mesi a Mauthausen a lavorare duro, dodici ore, giorno e notte. Da mangiare ci davano una sbobba schifosa. Mi feci animo: se volevo sopravvivere, dovevo ingoiarla. Trascorsi tre mesi, hanno cominciato ad assegnarci ai nostri lavori di specializzazione. Smistati in diversi campi – io finii nei pressi di Linz – ogni mattina eravamo condotti in fabbrica. Si facevano i turni, una settimana di notte e una di giorno, dieci ore a turno. Ricordo dei prigionieri spagnoli, gonfi in faccia per la fame. I tedeschi erano aguzzini».

Quanti di voi non ce l’ha fatta?

«Tanti ma nessuno è riuscito a contarli. Alcuni sono tornati prima. Ricordo un tizio, con una gamba rigida, lo hanno rispedito in Italia. C’erano delle famiglie ucraine, dicevano che erano volontarie ma era una balla. Le donne servivano per manovrare le gru. Mi ero fatto amico un prigioniero russo che lavorava con me. Ci si capiva a gesti, qualche parola: Spassiba, kartoffeln. E dei romeni. C’erano degli italiani andati volontariamente a lavorare. Ce n’era uno che aveva più di 50 anni, di notte non ce la faceva più e tante volte io ho fatto il mio e il suo, anche se essendo andato volontario…».
La sua era una famiglia antifascista?

«Le racconto un episodio. Un giorno torno a casa con la divisa da Balilla, con tanto di fez. Mio padre vede quella roba e fa: “Cos’è quella roba?” Ha preso tutto quanto e l’ha scaraventato sotto il guardaroba. “Sta a sentire”, era emiliano e mi parlava in italiano. “Tu sei minorenne e fai quello che ti dico di fare. Quando sarai maggiorenne allora farai di testa tua”.
C’era l’obbligo del premarinaro, io ero di Marina, e il sabato pomeriggio si doveva marciare al molo Cagni, dove c’è la sede dello Yacht Club. Andai due o tre volte e poi piantai lì. Mi mandarono a chiamare e un capoccia fascista mi fece la ramanzina. “Ho famiglia, un fratello soldato, sono a casa con mia mamma e mia sorella”, replicai. Ma quello insisteva. Un giorno, ero già a militare, ricevo una lettera di mia madre che mi informa che a casa era arrivata una multa da 50 lire perché avevo saltato il premilitare…
Abitavamo sotto il ponte di Carignano, una zona operaia. Ricordo le squadracce fasciste andare di casa in casa bastonando i comunisti, qualche volta ci scappava anche il morto, ma cosa potevamo fare? Ho conosciuti due o tre militanti che vivevano nella clandestinità. Finirono fucilati al Forte di San Martino, nel ’45»,

Quando si è iscrìtto al Pci?

«Appena tornato dalla Germania. Sono entrato nel consiglio di amministrazione della Culmv nel 1953, sono stato vicecapo e poi capo della sezione più grossa, la San Giorgio, quella dei giornalieri che lavoravano in stiva. I camalli lavoravano a terra, i cassai riparavano le casse rotte, gli imballatori che cucivano i sacchi rotti, i portabagagli, le sezioni erano sette. Nel 1966 ero diventato console».

E difficile parlare ai giovani di quelle lontane vicende?

«Ha fatto bene Obama ad andare a Buchenwald e a dire quello che ha detto ad Ahmadinejad, che nega l’esistenza dei campi di sterminio. Purtroppo nei libri di storia si parla poco o niente delle deportazioni in Germania».

Come tramandare la memoria, allora?

«Dopo tanti anni alla presidenza dell’associazione 16 giugno, ho passato la mano al senatore Aleandro Longhi, figlio di un deportato. Sto per compiere 86 anni, tocca ai giovani tenere vivo il ricordo».

Intervista rilasciata al Secolo XIX il 15 giugno 2009

Fonte:https://storiedimenticate.wordpress.com/2012/06/16/genova-la-deportazione-degli-operai-16-giugno-1944/


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