Omaggio da Roma a Joseph Tusiani nel suo 90° anniversario

Il popolare poeta italoamericano fu onorato nel 2004 in Campidoglio, all’università di Tor Vergata e nel quartiere di Tor Tre Teste. Un profilo biobibliografico a cura di C. Siani
di E. L. - 13 Gennaio 2014

Martedì 14 gennaio 2014 Joseph Tusiani, poeta in quattro lingue (italiano, inglese, latino, dialetto garganico di San Marco in Lamis) compie 90 anni.

Amico della città di Roma, Tusiani vi fu onorato in Campidoglio nel 2004 durante una tre giorni a lui dedicata e che vide altre tappe presso l’Università di Tor Vergata e nel quartiere di Tor Tre Teste presso la chiesa di Meier e presso la biblioteca Gianni Rodari, come molti suoi amici ed ammiratori ricordano ancora.

Desideriamo augurare buon compleanno al nostro eminente connazionale d’America ricordandolo attraverso la riproposizione di alcuni video degli appuntamenti letterari avvenuti nel quartiere di Tor Tre Teste.

Tusiani a Tor Tre Teste legge poesia dialettale (Poceide)

Tusiani a Tor Tre Teste – Tusiani parla di Padre Pio e legge poesia dialettale Padre Pio

Tusiani a Tor Tre Teste Achille Serrao canta Fenesta Vascia e Era de Maggio

Tusiani a Tor Tre Teste – Vincenzo Luciani legge poesia per Tusiani

 

PROFILO BIOBIBLIOGRAFICO DI JOSEPH TUSIANI di Cosma Siani

L’emigrazione era iscritta nel destino di Joseph Tusiani. Già i nonni ebbero esperienze emigratorie; e quando egli nacque, nel 1924 a San Marco in Lamis nel Gargano, il padre, calzolaio, era partito da sei mesi per il Nordamerica. Non sarebbe mai più tornato. Per ventitré anni padre e figlio si conobbero soltanto per lettera e qualche rara foto. Tusiani visse la propria infanzia con la sola madre, in una condizione sociale di povertà. Dopo le scuole elementari, frequentate in paese, abbracciò la vocazione religiosa ed entrò nel seminario comboniano di Troia, presso Foggia. Vi frequentò le prime due classi di “ginnasio”, continuò con la terza, quarta e quinta presso l’Istituto comboniano di Brescia, e fece l’anno di noviziato in quello di Venegono Superiore, Varese. Poi la vocazione venne meno, e fece ritorno a casa. Completò gli studi nei propri luoghi con il triennio di liceo classico, e si iscrisse all’università di Napoli, dove conseguì la laurea in lettere nel luglio del 1947. Ai primi di settembre partiva per il viaggio irreversibile verso New York.

A New York, dove la famiglia ricongiunta l’anno seguente si accrebbe di un rampollo, Tusiani si mise subito alla ricerca di lavoro come docente. In una università privata e cattolica, il College of Mount Saint Vincent, nel Bronx, si stabilizzerà insegnando ininterrottamente dal 1948 al 1971, per poi trasferirsi al Herbert H. Lehman College della City University of New York, sempre nel Bronx. Qui resterà fino al 1983, anno in cui ritirandosi dall’insegnamento diviene emeritus. Da questo punto in poi i dati esteriori dell’attività di Tusiani coincidono con la stesura e la pubblicazione dei suoi lavori. È tuttavia da registrare il trasferimento dal Bronx, dove ha sempre abitato, a Manhattan nel 1997, evento dettato da ragioni familiari, ma vissuto come un’altra migrazione nell’animo irrisolto di chi per cinquant’anni ha dimorato nel cuore antico dell’etnia italiana. Altro dato notevole, l’infoltirsi dei viaggi in Italia e al paese d’origine dai primi anni Novanta in poi, in un emigrato complessivamente restio al viaggio e ai ritorni nella madrepatria.

Fin dall’inizio la personalità di Joseph Tusiani appare come un magma di fermenti anche disordinati, di aspirazioni forti, perfino ingenuità, serviti da una velocità di apprendimento e capacità di lavoro non comuni. Le sue letture giovanili non furono sistematiche ma casuali. Al ginnasio aveva letto tutti i libri di D’Annunzio a cui potesse accedere, malgrado fossero proibiti a un seminarista. Certi suoi appunti di lettura dell’epoca confermano il predominio dannunziano e la scarsa esposizione a tendenze letterarie novecentesche. Influenze seguenti e forti furono Pascoli, Carducci, i crepuscolari, e più duratura, quella del poeta inglese oggetto della sua tesi di laurea (“La natura nella poesia di William Wordsworth”), che ebbe relatore Cesare Foligno. Fu questi, nella prefazione a una raccolta poetica giovanile (Peccato e Luce, 1949), a individuare come “serietà dolorante” un carattere permanente della produzione creativa di Tusiani.

La formazione degli anni giovanili si radicò ancor di più per via dell’emigrazione e del suo portato di tempesta affettiva, memoria, persistente mal du pays, intellettualizzazione del nostos. Ma i caratteri di fondo della personalità restano quelli plasmati negli anni italiani. Infatti, arrivando nella sua terra promessa, l’America di New York, Joseph Tusiani portava con sé i tratti già impiantati nella sua personalità: un sentimento di distinzione attribuito agli studi letterari, un forte senso dei legami familiari, una dimensione latamente religiosa della vita. Gli scritti giovanili anteriori alla partenza e quelli immediatamente posteriori, tutti in italiano, hanno valore per la storia della sua formazione. Le opere maggiori sarebbero venute dopo, e principalmente in lingua inglese.

Il giovane ambizioso di scrittura era alla ricerca di contatti e occasioni per esprimersi e promuoversi. Trovò gli uni e le altre nella “Leonardo da Vinci Art School”, a Manhattan, dove Onorio Ruotolo aveva il suo studio di scultura, e il sabato pomeriggio teneva un circolo letterario frequentato da italoamericani. Attraverso il circolo di Ruotolo, nei primi anni Cinquanta Tusiani venne in contatto con varie personalità: G. A. Borgese, prossimo a ritornare in Italia dopo l’esilio americano; Arturo Giovannitti, l’emigrato molisano, minatore, attivista socialista, imprigionato poi prosciolto in seguito allo sciopero di Lawrence, Massachusetts, nel 1912; e soprattutto la persona che avrebbe impresso alla sua vita una svolta determinante, Frances Winwar (1900-1985), scrittrice oggi dimenticata dall’ufficialità letteraria, ma affermata e pubblicata da grossi editori americani fra le due guerre. Costei persuase Tusiani a staccarsi dall’ambiente italoamericano e impadronirsi della lingua inglese.

Tusiani mise a buon frutto l’esempio e l’insegnamento della scrittrice. Appena dieci anni dopo l’arrivo in America, vinceva un notevole premio di poesia inglese, il Greenwood Prize della Poetry Society of England, nel 1956, per il poemetto “The Return” (in italiano, M’ascolti tu mia terra?). Fu l’inizio del suo periodo aureo, che si estenderà per tutti gli anni ’60. Introdotto dalla sua maestra e guida Frances Winwar, frequentò gli ambienti letterari di New York, ed entrò in due importanti associazioni, la Poetry Society of America e la Catholic Poetry Society of America. Della prima arrivò ad essere vicepresidente. E quando nei primi anni ’60 la Society stipulò un accordo con l’industria d’arte vetraria Steuben Glass per una mostra di poesie associate a sculture in cristallo, Tusiani, con la lirica “Standstill”, fu uno dei poeti i cui versi furono “esposti” con annessa scultura, unitamente a nomi del gotha poetico d’oltreoceano quali Conrad Aiken e W.H. Auden, Denise Levertov e William Carlos Williams. La sua seconda raccolta di poesia inglese, The Fifth Season (1964) fu ben accolta nell’ambito della Society, la quale quattro anni dopo gli assegnava un premio per il dramma in versi inedito e in corso d’opera If Gold Should Rust.

Ma l’inglese fu anche la lingua in cui Tusiani svolse un lavoro di portata impensabile per una sola persona e una sola vita: la traduzione di poesia italiana in versi inglesi, opera che gli dà rinomanza nel mondo accademico anglosassone, e oggi comincia a emergere anche in madrepatria (Tusiani è fra le personalità a cui nel 2004 viene conferito il “Premio Italiani nel Mondo”, del Ministero per gli Italiani nel Mondo; nello stesso anno l’Università di Foggia gli conferisce la laurea honoris causa in lettere e filosofia; e nel 2007 il Comune di Firenze gli assegna il Giglio d’Argento per aver divulgato la cultura toscana e italiana nel mondo). A partire dal 1960, il regesto delle sue traduzioni include: un’antologia in tre volumi che presenta 113 poeti e 581 composizioni da San Francesco al futurismo; una serie di opere integrali in volume: le liriche di Dante, il Ninfale fiesolano del Boccaccio, il Morgante del Pulci, tutti i versi di Machiavelli, le Rime di Michelangelo, la Liberata e il Mondo creato del Tasso, le cinque odi all’America libera dell’Alfieri, i Canti del Leopardi, L’Autunno di Lalla Romano; e un blocco rilevante di traduzioni sparse in rivista o in volumi antologici: dieci sonetti del Boccaccio, i poemetti Le lagrime di Maria Vergine e di Giesù Cristo e Il rogo amoroso del Tasso, una selezione di lirici del Settecento, Le Grazie del Foscolo, gli Inni sacri e Il cinque maggio del Manzoni, i poemetti Italy e Paulo Ucello del Pascoli, Finisterre di Montale, numerosi poeti dialettali antichi e moderni.

Con il decennio 1970-80, e con il consolidarsi degli studi etnici, anche la poesia inglese di Tusiani imboccò tale filone, ed egli prese a scrivere su episodi e personaggi dell’epopea italoamericana, figure umili della Little Italy, atti quotidiani e rituali, fino all’ambizione di cantare il bicentenario dell’indipendenza degli Stati Uniti in una sorta di carme secolare che celebrasse l’odissea di tutti gli emigrati – quel “Song of the Bicentennial” da cui sono tratti due versi molto citati: “Two languages, two lands, perhaps two souls… / am I a man or two strange halves of one?” [“Due lingue, due terre, forse due anime… / che sono io: un uomo o due metà d’uomo estranee l’una all’altra?”] –. Ne risultò un collezione intitolata Gente Mia and Other Poems. E pochi anni dopo una lunga autobiografia in lingua italiana.

Ma le lingue della poesia per Tusiani non sono solo l’italiano e l’inglese. Fin dall’inizio egli si è esercitato nella misura dell’antica Roma, ed oggi è fra i poeti accreditati nella comunità di autori neolatini. Questo aspetto della sua produzione è riunito in tre voluminose collezioni di Carmina latina. Ritornano nella poesia latina i temi dominanti di Tusiani: l’evocazione della terra d’origine trasfigurata a simbolo, l’interrogarsi sulla propria identità, la meditazione sul passare del tempo, l’appressarsi della morte, la propria vicenda familiare e le sue figure, la rappresentazione del mondo nuovo e delle sue contraddizioni.

Ugualmente, risalgono alla giovinezza le prime prove poetiche nel suo dialetto garganico, ma la piena della produzione vernacolare di Tusiani è venuta negli anni Novanta, in coincidenza con ritorni più frequenti alla terra d’origine. Un recente grosso volume, Storie dal Gargano, raccoglie i sedici titoli pubblicati in cinquant’anni, mentre è recentissima una collezione di sonetti, Sciusce de vente (2009). Se le prime composizioni erano liriche di ricordo e di nostalgia, bozzetti d’ambiente, sostanzialmente espressioni occasionali dettate da nostalgia, quando i ritorni divengono regolari la produzione dialettale cambia sostanza, e alla lirica soggettiva, ai bozzetti di paese, alla favola bestiaria si aggiungono veri e propri poemetti: ampie costruzioni narrative tese al restauro del suo mondo arcaico, di valori e leggende dell’immaginario collettivo nella comunità d’origine.

Non è tutto qui. Va ricordata l’attività saggistica e critica (su cui si è recentemente incentrato un grosso numero speciale della rivista Il Giannone del liceo di San Marco in Lamis). E non va dimenticata la prosa narrativa, una cui prova giovanile risale al romanzo Dante in licenza (rifatto poi in inglese sol titolo Envoy from Heaven), ma che ha trovato piena espressione in una trilogia autobiografica dai titoli sintomatici: La parola difficile, 1988, La parola nuova, 1991, La parola antica, 1992. Proprio quest’ultimo volume contiene i termini riassuntivi d’una esperienza di vita: “Timido per natura […] sono rimasto tale in tutti i miei anni d’America. Ho avuto la fortuna di incontrare illustri personaggi del mondo letterario e artistico, ho frequentato salotti eleganti, ho avuto la gioia di sentirmi benvoluto e stimato dai miei pari, ma sono rimasto condizionato, e quasi irrimediabilmente condannato, dal ricordo della solitudine dei miei giorni garganici”. E a bilancio quasi spietato, dietro la liricizzazione: “L’America non era affatto la terra delle mie delicate e anacronistiche trepidazioni ma il paese dell’avventura appassionata e violenta che solo ai suoi cittadini violenti e appassionati offriva un’amplitudine di sogno, detta futuro”. Il sofferto punto di equilibrio nella coscienza divisa dell’emigrato, infatti, sta nell’armonizzazione – lacerata e mai pacifica – fra coscienza «etnica» e americanizzazione.

 Cosma Siani

 

 

 

 

 

 


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