Passeggiate Romane. Testaccio: il ventre di Roma

Un quartiere costruito con il sangue, il sudore e le lotte di operai, artigiani, scaricatori di merci, e le cui storie hanno ispirato poeti, narratori, cantautori
Passeggiata al Testaccio, questa mattina, 2 dicembre 2023, patrocinata dal Touring Club Italiano e con l’eccezionale e preziosa guida di Marina Giustini e di Alessandro Dall’Oglio, autori di “Vivere Roma”, la cui seconda e ampliata ristampa, è stata data in copia (compresa nel ticket) ai numerosi partecipanti.
Sferzati da un vento freddo di tramontana, che non ha smesso un attimo di scompigliarci le chiome ma che ha avuto il merito di allontanare l’incombente minaccia di pioggia, abbiamo iniziato, in piazza di Santa Maria Liberatrice, con ragguagli sulla storia del quartiere, costruito a partire dall’annessione di Roma all’Italia, sul suo insediamento sociale (proletario e socialista, anarchico e libertario), sui caratteri urbanistico-edilizi dei suoi principali edifici abitativi, sulle sue fabbriche, sull’imponente e bella chiesa davanti alla quale ci eravamo dati appuntamento.
Abbiamo poi proceduto in direzione dell’altra importante e bella piazza (intitolata al quartiere Testaccio), al cui centro è situata la spettacolare Fontana delle anfore, in ricordo dell’antica vocazione ceramistica del sito. Abbiamo ammirato, lungo il passaggio, il cosiddetto Porticus Aemilia, cioè i resti dell’Emporium, il porto di attracco di tutte le navi che, in epoca repubblicana e imperiale, portavano quotidianamente tonnellate di merci alimentari destinate a sfamare una città di un milione di abitanti (da ciò il significativo nomignolo di “ventre di Roma” dato al quartiere).
Abbiamo poi fatto visita ad alcuni condomini popolari, costruiti durante l’epoca d’oro dell’edilizia pubblica romana (il periodo dell’amministrazione di Ernesto Nathan), molti dei quali portano la firma del grande architetto Quadrio Pirani. Ci siamo soffermati davanti alle targhe che ricordano i nomi di Gabriella Ferri, Elsa Morante, Eduardo Talamo, Orazio Giustiniani, celebri “testaccini”, e per l’occasione abbiamo letto brani poetici e teatrali.
Importante e istruttiva la visione delle varie stratificazioni di cocci che hanno dato vita alla collina alberata che sorge esattamente al centro del quartiere, il Monte dei Cocci, per l’appunto, nato dall’ordinata sovrapposizione degli scarti di anfore che, anticamente, venivano prodotte dalle centinaia di botteghe di ceramisti e marmorari che caratterizzavano questa periferia popolare e operaia (una vocazione riscoperta in epoca moderna dopo il lungo abbandono medievale).
Non poteva mancare la visita all’esteso e caratteristico mercato rionale: bellissimo nella sua architettura e attraente per i profumi, i colori delle merci esposte e i sapori dei suoi molti appetitosi articoli di street food (tradizionale cucina romana in primis).
La visita non poteva non concludersi davanti al luogo e all’impianto che, fino ad una trentina d’anni fa, era il luogo simbolo del quartiere per la sua altissima concentrazione di manodopera: il Mattatoio o, in dialetto romanesco, l’Ammazzatora, dal quale sembra ancora emanare l’eco dei muggiti e dei grugniti degli animali da macellare, nonché l’olezzo del sangue disperso nell’aria.
Dopo essermi congedato dal gruppo e incamminatomi in direzione del luogo dove avevo parcheggiato l’auto, ho creduto opportuno avvicinarmi all’ingresso del Cimitero Acattolico, un sacrario di memorie culturali per le numerose tombe di grandi personaggi che vi sono sepolti: i poeti Keats e Shelley, il figlio di Goethe, Antonio Gramsci, Carlo Emilio Gadda. È il cimitero nel quale Pier Paolo Pasolini ha ideato uno dei suoi più famosi poemi: “Le ceneri di Gramsci”.
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