

Un quartiere costruito con il sangue, il sudore e le lotte di operai, artigiani, scaricatori di merci, e le cui storie hanno ispirato poeti, narratori, cantautori
Sferzati da un vento freddo di tramontana, che non ha smesso un attimo di scompigliarci le chiome ma che ha avuto il merito di allontanare l’incombente minaccia di pioggia, abbiamo iniziato, in piazza di Santa Maria Liberatrice, con ragguagli sulla storia del quartiere, costruito a partire dall’annessione di Roma all’Italia, sul suo insediamento sociale (proletario e socialista, anarchico e libertario), sui caratteri urbanistico-edilizi dei suoi principali edifici abitativi, sulle sue fabbriche, sull’imponente e bella chiesa davanti alla quale ci eravamo dati appuntamento.
Abbiamo poi proceduto in direzione dell’altra importante e bella piazza (intitolata al quartiere Testaccio), al cui centro è situata la spettacolare Fontana delle anfore, in ricordo dell’antica vocazione ceramistica del sito. Abbiamo ammirato, lungo il passaggio, il cosiddetto Porticus Aemilia, cioè i resti dell’Emporium, il porto di attracco di tutte le navi che, in epoca repubblicana e imperiale, portavano quotidianamente tonnellate di merci alimentari destinate a sfamare una città di un milione di abitanti (da ciò il significativo nomignolo di “ventre di Roma” dato al quartiere).
La visita non poteva non concludersi davanti al luogo e all’impianto che, fino ad una trentina d’anni fa, era il luogo simbolo del quartiere per la sua altissima concentrazione di manodopera: il Mattatoio o, in dialetto romanesco, l’Ammazzatora, dal quale sembra ancora emanare l’eco dei muggiti e dei grugniti degli animali da macellare, nonché l’olezzo del sangue disperso nell’aria.Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.