“I quartieri Don Bosco e Appio Claudio a Roma”

Storia e memorie tra Cecafumo e Cinecittà. Un libro di Sandro Iazzetti da non perdere

A volte basta poco per accendere la scintilla di una passione, l’urgenza di una ricerca, la voglia di andare a riscoprire le proprie radici.

chiesa don boscoA Sandro Iazzetti è bastato il ritrovamento, tra le tante della sua famiglia, di una vecchia foto della chiesa di Don Bosco, appena costruita, nel vuoto degli spazi circostanti.

Quella scintilla ha acceso un fuoco che evidentemente covava da tempo, magari inconsapevolmente, nell’animo di Sandro.

don bosco all'inizioIl risultato di tutto ciò è un bellissimo libro autoprodotto: “I quartieri Don Bosco e Appio Claudio a Roma. Storia e memorie tra Cecafumo e Cinecittà”.

La pubblicazione è stata presentata sabato 9 aprile 2016 nella Torretta di Piazza dei Consoli con il patrocinio del C.S.A. Molta gente ha affollato la sala, troppo piccola per contenerla tutta.

copertinalibroL’autore ha illustrato la sua fatica con l’ausilio di un computer che ha proiettato su uno schermo grande molte delle foto e dei documenti che corredano il testo. Alcuni, di grande valore storico, risalenti ai secoli XVI, XVII e XVIII.

Era palpabile l’emozione da parte dei convenuti di vedere le parti di una campagna romana segnata dalle torri medievali e dai casali, e di rivederla sepolta dall’edificazione dei quartieri Ina Case, Don Bosco e Appio Claudio. Gli edifici che hanno accompagnato la loro vita nel settantennio trascorso.

alterminedelledificazioneTutti sanno e convengono che Don Bosco e Appio Claudio, come bene illustrato nel libro di Iazzetti, sono stati un esempio di scuola di quella speculazione edilizia che ha stravolto l’agro romano cantato da poeti come Goethe e Stendhal, tappa obbligata nel Gran Tour dei figli dell’aristocrazia e della borghesia europea.

“Il paesaggio è magnifico: non è una pianura piatta, la vegetazione è rigogliosa, e il panorama è qui e là dominato dal rudere di un acquedotto o di antiche tombe, che imprimono alla campagna romana un carattere di grandezza veramente incomparabile”. (Stendhal). Era l’occhio del turista.

campagna romanaPer l’occhio di un romano come Giuseppe Gioacchino Belli l’impressione era diversa: “… Fà ddiesci mijja e nun vedé una fronna!/Imbatte ammalappena in quarche scojjo!/Dapertutto un zilenzio com’un ojjo,/Che ssi strilli nun c’è cchi tt’arisponna!/Dove te vorti una campaggna rasa/Come sce sii passata la pianozza…”

Dentro i casermoni e alle palazzine di cemento che hanno soppiantato la “campaggna rasa”, c’è stata un’umanità che in questi sette decenni ha vissuto e spesso lottato per migliorare i quartieri “dormitorio”, per conquistare i servizi che mancavano. Qui sono nati tanti ragazzi, ormai anziani, che hanno piantato le loro radici; e i rami di un vissuto umano, privato e pubblico, intessuto di gioie e dolori, di amori e di amicizie, hanno avviluppato, come un’edera invisibile, il cemento dei palazzoni, a poco a poco umanizzandolo. I luoghi sono rimasti urbanisticamente non belli, ma sono diventati i nostri luoghi, le nostre radici.

Il libro parte da lontano, segue la storia della nascita dei due toponimi fondamentali: Quadraro e Cecafumo.

Il primo di origine certa: un certo Guatralis cui viene data in locazione, il 2 gennaio 1164, da parte del Monastero di sant’Alessio sull’Aventino una tenuta fuori Porta Maggiore. Cambierà parecchie volte di proprietà nel corso dei secoli. Nel XIII secolo vi fu edificata la torretta omonima.

Il secondo toponimo si è spostato nel tempo, peregrinando dai pressi della Casilina per fermarsi dove oggi è il quartiere Ina Case.  E poi i toponimi di Roma Vecchia, Porta Furba, Arco di Travertino, Torre Spaccata, Sette Bassi. Tutti luoghi che ancora oggi contrassegnano località e grandi quartieri del nostro territorio.

Insieme ai toponimi, Iazzetti segue anche la proprietà dei terreni. Viene avanti così la famiglia Torlonia, di umili origini contadine proveniente dalla Francia, che acquista in breve tempo grazie a Giovanni e al figlio Alessandro un posto di primo piano nel possesso delle ricchezze e delle tenute fondiarie. Nel 1830 è seconda, per ricchezze, solo ai Borghese, vantando la proprietà di ben 23.000 ettari divisi in 40 tenute nell’agro romano. Qui da noi acquista la proprietà di Roma Vecchia, un latifondo di circa 1.750 ettari che va dall’Alessandrino al Quadraro, da Torre Spaccata all’Acqua santa, dalla villa dei Quintili a Lucrezia Romana.

I Torlonia si assiedono così fra i Gerini e i Caetani, le altre due grandi famiglie latifondiste di questa parte dell’Agro romano.

Altro filo conduttore del racconto sono le osterie che punteggiavano le due strade principali che portavano ai Castelli: la Tuscolana-Anagnina e l’Appia. Erano i luoghi dove viandanti e “barozzari”, carrettieri che per lo più trasportavano vino, facevano tappa per ristorarsi col vinello dei castelli e mangiare.  L’ “Osteria del Tavolato” sull’Appia nuova, detta anche “Due pini”; sulla Tuscolana quella di Cecafumo, all’altezza di via del Quadraro; di “Giggetto”, angolo con l’odierna via Calpurnio Fiamma e l’ “Osteria del Curato”, prima del bivio con l’Anagnina.

Prima delle osterie, però, ci sono i casali contadini, dove le famiglie di mezzadri e fittavoli faticavano la vita per sbarcare il lunario e rallegrare quella dei proprietari Quei pochi rimasti, come quello famoso di “Roma vecchia”, ci sembrano luoghi ameni, ma bisogna sempre ricordarsi che là dentro hanno penato l’esistenza intere generazioni di contadini che lavoravano dall’alba al tramonto per sopravvivere.

Imperiale3.jpegIazzetti nel suo libro assegna un posto particolare all’ “Osteria di Giggetto”, una palazzina di due piani costruita nel 1925 in aperta campagna, a poca distanza dalla fermata di Cecafumo del tram dei Castelli. Qui il 10 aprile del ’44 ci fu uno scontro a fuoco fra partigiani della banda del Gobbo del Quarticciolo e tedeschi. Tre di questi rimasero uccisi. Fu il pretesto che i nazisti presero per organizzare, una settimana dopo al Quadraro, l’”Operazione balena” il più grande rastrellamento fatto a Roma, dopo quello degli ebrei al ghetto, per debellare quel “nido di vespe” dove attiva era la resistenza armata all’occupazione nazista e al fascismo repubblichino. Ma la trattoria era anche il luogo dove, come racconta il figlio di Gigetto, Armando, venivano a mangiare attori e registi come Fellini che lavoravano agli studi di Cinecittà, o gli edili che, verso sera, si spartivano la paga guadagnata nei cantieri che si andavano infittendo attorno a quel luogo di ameno e familiare ristoro.

Altro motivo conduttore del libro è il Cinema. E’ l’arrivo del toponimo moderno che contraddistingue il territorio. E allora scopri, anche attraverso le foto pubblicate, che il luogo per costruire nel ’36 gli stabilimenti di Cinecittà e, a seguire, l’Istituto Luce e il Centro sperimentale di Cinematografia non fu scelto a caso.

incendio quo vadisRimani esterrefatto nel vedere la foto dell’incendio di Roma nel Quo Vadis di Enrico Guazzoni con lo sfondo dei ruderi di Villa Settebassi. Il film girato nel 1912 che ebbe un enorme successo di pubblico. E poi scorgere dall’alto le tracce della ricostruzione del Circo romano per il Ben Hur di Fred Niblo girato nel 1924. Gli americani, colpiti dal successo del Quo Vadis, vennero qui ad imparare l’arte della cinematografia. Negli anni cinquanta venne di moda parlare degli stabilimenti di Cinecittà come della Hollywood sul Tevere, ma sarebbe più giusto il contrario: parlare di Hollywood come de la Cinecittà sul Pacifico. Dalla storia del film americano Iazzetti fa emergere anche un episodio che ci restituisce il clima politico dell’epoca: l’aggressione, avvenuta il 20 agosto, di squadracce fasciste contro i lavoratori, circa seicento, che il giorno prima avevano partecipato compatti, col consenso della direzione della produzione cinematografica, al funerale di Giacomo Matteotti.

Frascati-CampitelliPrima del Cinema a preparare lo sviluppo urbanistico del territorio ci sono le ferrovie e il tram. La più antica è la “ferrovia del Papa” inaugurata il 7 luglio del 1856 regnante Pio IX. Partiva da Porta Maggiore per arrivare a tre chilometri da Frascati. Perciò una pasquinata la chiamava “er treno lumaca che nun parte da Roma e nun ariva a Frascati”.

L’antico tracciato del percorso seguiva l’attuale via Lemonia per poi attraversare l’attuale Parco degli Acquedotti, dove il Casale del Sellaro, dopo quello di Roma Vecchia, fungeva da casello ferroviario, per poi dirigersi verso Ciampino. Dismessa quella linea, arrivarono in seguito le attuali ferrovie Fl4-6-7 che, insieme alla linea degli Acquedotti e alle consolari Latina e Appia, segnavano la vocazione di questa parte dell’agro romano a canale di collegamento dell’urbe antica verso i Castelli e la Campania felix.

Viadotto Tram per Grottaferrata
Viadotto Tram per Grottaferrata

Ma l’avvenimento più significativo fu, nel 1906, l’apertura della linea tranviaria Stefer da San Giovanni a Grottaferrata, che sfioccava poi verso Frascati, da una parte, e verso Albano dall’altra. Per i romani, cultori della scampagnata ai Castelli e del vino di quelle vigne, fu una vera gioia. Dette luogo anche a un modo di dire, quel “chiuso Frascati” che era il grido che il personale addetto al tram lanciava, di fronte al premere della folla, per avvertire che le carrozze erano piene. Fu adottato nel gergo quotidiano dai romani per significare, nei diverbi, che la discussione era chiusa. In seguito anche sull’Appia fu realizzata una linea tranviaria fino ad Albano.

Il “tranvetto” – la tratta verso i Castelli fu poi chiusa nel 1965 – è stato il mezzo di trasporto principale, fino alla sua dismissione con l’apertura della metropolitana, che ha accompagnato la trasformazione urbanistica di Cecafumo e la nascita dei quartieri Don Bosco e Appio Claudio. Ricordo che nelle prime ore del mattino era sempre pieno di un’umanità sonnolenta che dalla periferia tentava di raggiungere il centro, per andare a lavorare. Ci si saliva a stento, subito investiti dall’invito insistito, burbero o disincantato, del bigliettaio: “Avanti c’è posto”.  Alle facce assonnate e silenziose dei lavoratori e degli impiegati diretti agli uffici nel centro storico di Roma, facevano da contrappunto quelle allegre e chiassose degli studenti delle scuole superiori che, da poco passati i tempi eroici di quando si aggrappavano ai timoni posteriori dei tram per un viaggio “a sbafo”, cercavano quasi sempre di rimanere sul fondo per non pagare il biglietto. Le poche lire sottratte alla Stefer sarebbero poi servite per il cinemetto di terza visione, per il gelato, per il juke box, il flipper o per la partita a bigliardino con gli amici.

Da quel fondo del tram rigurgitante giovinezza arrivavano frizzi e lazzi, battute sugli insegnanti, commenti e sfottò, soprattutto il lunedì, sulle partite e le squadre del cuore: Roma e Lazio ovviamente la facevano da padrone. Il tifo era ancora buono, occasione di scherzo e di prese in giro. Qualche persona più anziana cercava nella calca di ritagliarsi un piccolo spazio per leggere un giornale tutto piegato, idem lo studente ritardatario che s’immergeva nel libro per ripassare una lezione in vista di una probabile interrogazione. Le ragazze stavano attente alle mani degli uomini vicini. Le donne più mature, in particolare le popolane, a volte svergognavano l’incauto molestatore con battute al fulmicotone. A tratti si accendeva qualche discussione di breve durata o qualche battibecco dovuto alla calca. Quando il tram arrancava sulla salita del Quadraro verso Porta Furba, si potevano vedere dai finestrini le interminabili baracche addossate all’Acquedotto Felice, rifugio di tanti lavoratori immigrati dalle regioni meridionali e di un sottoproletariato che viveva di espedienti. Spesso si sentiva il commento del “benpensante” di turno sulla vergogna, non delle baracche, ma delle antenne delle TV che svettavano su quei miseri tuguri. Segno, secondo lui, di un’opulenza e di un finto bisogno di case decenti.

800px-Wright_-_Centocelle_1909Poco dopo il “tram dei Castelli” venne un altro segno della modernità: l’aeroporto di Centocelle, a pochi passi dalla Torretta di Piazza dei Consoli. Iazzetti documenta nel suo libro il primo volo dell’americano Wright in quello che è stato il primo aeroporto italiano poi ribattezzato Francesco Baracca, l’eroe volante della Prima guerra mondiale. L’aeroporto ebbe anche la non lodevole funzione di attirare, durante la guerra, i bombardamenti alleati che colpirono la borgata del Quadraro.

alleati sulla tuscolanaSulle pagine del libro scorre la storia del secolo con le foto dell’arrivo, il 4 giugno, degli alleati dal fronte di Anzio. Gli ultimi scontri con i tedeschi su via Tuscolana. Gli applausi festanti degli abitanti del Quadraro che ne accolgono il passaggio, la foto di un gruppo di loro insieme ai soldati americani con al centro don Gioacchino Rey parroco della Chiesa del Buonconsiglio che tanto si era adoperato per assistere le famiglie dei deportati.

Si arriva, così, alla soglia della grande urbanizzazione iniziata nel dopoguerra. Il paesaggio, documenta il libro, a parte il complesso degli stabilimenti cinematografici, sostanzialmente era ancora quello descritto da Stendhal e, con più pessimismo, dal Belli.

Nel quindicennio dal 1950 alla metà degli anni ’60 è il ciclone cemento a farla da padrone. L’autore rivela che quel destino di speculazione edilizia poteva essere evitato, la trasformazione poteva essere più dolce, più rispettosa dei luoghi e del paesaggio. Nel 1919, infatti, un ingegnere tale Curzio Gramiccia presenta il progetto per edificare 2.000 villini con 1.000 mq di giardino ciascuno a ridosso di via Tuscolana.

E’ una città giardino con tutti i servizi, servita da una nuova linea di tram. Acquista allo scopo 250 ettari dai Torlonia, ma non se ne farà niente. Nel 1950 a iniziare la danza dell’edificazione massiccia è la mano pubblica col Piano Fanfani Ina Case. E’ un piano innovativo per la formula delle case a riscatto, per le tipologie abitative variegate e sostanzialmente a misura umana. Ci mettono mano, non a caso, architetti come Saverio Muratori, Mario De Renzi, Alberto Libera. L’intervento pubblico, però, non serve solo a dare casa ai lavoratori, serve anche, e soprattutto, ad aprire la strada ai quartieri mostro. I terreni circostanti di Torlonia, Gerini, Caetani, documenta Iazzetti, passano, per effetto delle urbanizzazioni portate dal Comune, da 1.000 lire al mq a 18.000. La densità abitativa passa dai 350 residenti per ettaro dell’Ina Case ai 4.000 di Don Bosco e poco meno all’Appio Claudio. E non sono case regalate. Vi si pagano tra le 18 e le 25.000 lire di affitto.

cinecitta2I 600 ettari di rispetto che circondavano gli stabilimenti di Cinecittà si riducono ben presto ai 40 ettari circa del perimetro. E’ la cavalcata delle valchirie della speculazione, un pezzo di quel “sacco di Roma” che arriverà, in pochi anni, alle soglie del GRA. Attori, registi, lavoratori degli studios di Cinecittà vedono rapidamente avvicinarsi gli enormi casermoni di Don Bosco come un incubo: “Si avvicinano, si avvicinano” diceva Fellini.

Il libro, scritto con uno stile piano, asciutto, diretto, a tratti commovente, parla attraverso le sue fotografie e le sue mappe (193), le indagini del sottosuolo, le testimonianze degli abitanti, dei negozi e cinema scomparsi, le cronologie storiche anche dei fatti di cronaca nera e degli “anni di piombo”.

mamma romaPrezioso è l’elenco dei film girati nei luoghi indagati, dal lontano Quo Vadis fino alla Grande bellezza passando per La dolce vita, L’audace colpo dei soliti ignoti, Mamma Roma, Straziami ma di baci saziami e tantissimi altri che hanno fatto la storia gloriosa del cinema italiano. Dalle sue pagine non emergono solo i toponimi e la loro trasformazione, emerge, innanzitutto, l’umanità di chi in quei quartieri ha abitato e abita; di coloro che hanno penato la vita, hanno lottato, sofferto e gioito a Don Bosco, all’Appio Claudio a Cecafumo. La sua lettura spinge a essere vigili, a impegnarsi e a lottare per custodire le bellezze rimaste, i lacerti di campagna romana sopravvissuti e a migliorare la qualità della vita dei residenti nei quartieri intensivi.

Il libro di Iazzetti parla ai ragazzi e alle ragazze che qui sono nati, diventati adulti e anziani, ai giovani di oggi e a quelli di ieri. E’ un testo da far viaggiare nei quartieri, da tenere nella libreria di casa, possibilmente da far adottare nelle scuole del territorio. E’ il libro che tutti aspettavamo.

Grazie Sandro.


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