Ricordiamo il genocidio degli Armeni del 1915-1916

I pogrom contro gli Armeni della fine dell’Ottocento

Nella seconda metà dell’Ottocento esplodono i nazionalismi e le minoranze etniche (soprattutto quelle dell’Impero asburgico ed ottomano) chiedono l’indipendenza. I popoli del Caucaso, compresi agli Armeni, si ribellano ai Turchi.  Ne approfitta la Russia zarista che dopo una breve guerra occupa parte dell’Armenia Orientale.

Intanto, nell’Armenia Occidentale nasce un forte Movimento indipendentista, sostenuto dall’Impero zarista. Pertanto, il Sultano Abdul Hamid II, salito al potere nel 1876, temendo che gli Armeni, aiutati non solo dai Russi, ma anche dalla Francia e dalla Gran Bretagna, possano ottenere l’indipendenza, come è accaduto con la Grecia con il Trattato di Londra del 1830, attua una politica discriminatoria  nei loro confronti, per cui  molti lasciano il loro Paese.

Nell’estate 1894 gli Armeni, esasperati, si ribellano. Il Governo ottomano fa intervenire l’Esercito, che attua una feroce repressione, bruciando molti villaggi e massacrando migliaia di persone.

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Nel 1895 e nel 1896 esplodono vari pogrom antiarmeni, anche da parte di milizie paramilitari curde, denominate Hamidiès, che causano la morte di almeno 50.000 persone (secondo alcuni storici oltre 200.000).

Questo è il Primo Genocidio Armeno, documentato dal missionario protestante e storico tedesco Johannes Lepsius nel libro Armenien und Europa (Armeni e Europa), pubblicato nel 1897 a Berlino.  Ciononostante, le Potenze Europee, in primo luogo la Francia, la Gran Bretagna e la Russia, tradizionalmente sostenitori della “causa armena”, non intervengono nei confronti della Turchia.

In seguito al Primo Genocidio c’è una forte emigrazione di Armeni verso i Paesi europei (soprattutto la Francia) e l’America del Nord.

La politica nazionalista dei Giovani Turchi

All’inizio del Novecento si diffonde in Turchia il Partito nazionalista Ittihad ve Terakki (Unione e Progresso), che propugna idee liberali e laiche. Per questo motivo, gli Armeni  lo appoggiano.

Quando il  Partito Unione e Progresso prende il potere nel 1908, destituendo con un colpo di stato il Sultano, sono costituite nell’Armenia Occidentale sei Regioni autonome. Però, ben presto la situazione degli Armeni peggiora. Infatti, prende il potere l’ala ultra nazionalista del Partito, rappresentata dai Giovani Turchi, che sono sostenitori del Panturchismo  (l’unione nella Grande Turchia dei popoli di lingua turca, che vivono nell’Asia Centrale: Tartari, Usbeki, Kazaki..) e del Turanismo (l’unione dei popoli di lingua turca abitanti nell’altopiano turanico, nell’Asia Centrale).

Per il raggiungimento del Panturchismo ci sono due ostacoli: il primo è rappresentato dai Curdi, che però sono mussulmani e non hanno una forte cultura nazionale per cui si possono facilmente assimilare. Il secondo, e più importante, ostacolo è rappresentato dagli Armeni, che non solo sono cristiani, ma hanno anche una cultura millenaria, con proprie tradizioni, ed una propria lingua. Quindi non si possono assimilare e pertanto devono essere “eliminati” nel Paese.

I nazionalisti turchi, rifiutando la secolare tradizione ottomana di tolleranza, che aveva garantito un’ampia autonomia alle minoranze etniche e religiose, come gli Armeni, gli Ebrei ed i Cristiani Ortodossi, e rigettando anche i principi della loro ideologia laica, considerano nemici tutti i “diversi” per cultura e religione.

Nell’aprile 1909 nella zona di Adanà c’è un nuovo violento pogrom contro gli Armeni, che il Governo tacitamente sostiene. In pochi giorni vengono uccisi circa 30.000 Armeni.

Nel 1913, si costituisce la Dittatura militare retta da un Triumvirato composto da Diemel Pascià (Ministro  della Marina), Enver Pascià (Ministro della Guerra) e Mehmed Talaat Pascià (Ministro dell’Interno).

Le quattro fasi del genocidio

Nel febbraio 1915 il Governo turco decide la eliminazione degli Armeni, attraverso la costituzione di una struttura paramilitare, denominata Organizzazione Speciale (Techkilat Mashsudè), che dipende dal Ministero della Guerra e dal Ministero dell’Interno, formata da Battaglioni speciali, detti tchètè, formati in gran parte da circa 30.000 criminali liberati dalle carceri, diretta da Nazim e Behaeddine Chakir.

Il genocidio è realizzato in quattro fasi,  pianificate dal Governo turco.

La prima fase inizia la notte tra il venerdi 23 ed il sabato 24 aprile 1915 a Costantinopoli, quando vengono arrestate circa 2.500 persone, che rappresentano l’elite culturale e religiosa della Comunità armena (politici, professionisti, giornalisti, avvocati, medici, scrittori, sacerdoti ..), che sono deportati nelle zone interne della Turchia ed eliminati perché rappresentano una “minaccia” per lo Stato turco.

La seconda fase  del genocidio  comporta  la eliminazione dei militari armeni, che  sono disarmati ed inseriti in reparti del Genio, mandati nelle Regioni di confine, dove vengono progressivamente eliminati. Si procede inoltre ad una vera e propria “pulizia etnica” in tutti i settori della Pubblica Amministrazione.

La terza fase del genocidio inizia nel maggio 1915 con l’approvazione di un Decreto provvisorio che stabilisce il “trasferimento” nelle regioni meridionali dell’Impero ottomano, per motivi di sicurezza nazionale, degli Armeni delle Provincie orientali vicine al confine russo, perché sospettati di tradimento a favore della Russia.

Il “trasferimento” è una vera e propria “deportazione forzata”, che avviene a piedi ed in condizioni molto estenuanti fisicamente, a causa delle condizioni climatiche, della fame e della sete. Pertanto la maggior parte dei deportati muoiono durante il “trasferimento” nei Centri di raccolta e nei Campi di internamento, creati nelle zone desertiche della Siria e della Mesopotamia.

Con un altro Decreto provvisorio del giugno 1915 i beni immobili degli Armeni sono dichiarati “abbandonati” e quindi sono confiscati e venduti dal Governo, con la giustificazione che il ricavato serve per coprire le spese per il loro “reinsediamento” in Siria e Mesopotamia. Molti notabili e Comandanti militari locali turchi e curdi si arricchiscono con la vendita dei beni confiscati.

Nello stesso periodo sono eliminati nei villaggi i notabili armeni e tutti gli uomini in età di prestare il servizio militare. I pochi che scampano ai massacri, organizzano la resistenza sulle montagne.

I Decreti provvisori per il “trasferimento” degli Armeni e per la confisca dei loro beni immobili non sono mai ratificati dal Parlamento turco. Inoltre, le disposizioni del Governo relative al genocidio degli Armeni sono “tenute segrete”. Infatti si inviano ai Governatori locali ed Comandanti della Gendarmeria locale dei messaggi nei quali si chiede di proteggere gli Armeni durante i “trasferimenti”. Contemporaneamente, però, si inviano alle Autorità locali “messaggi cifrati” nei quali si ordina di uccidere gli Armeni. Naturalmente, questi ultimi messaggi devono essere distrutti dopo essere stati letti, ma alcuni Governatori e Comandanti della Gendarmeria li conservano, pensando di poterli esibire, in caso di necessità (come in effetti avvenne nel 1919, nel corso dei Processi ai responsabili del genocidio, celebrati a Costantinopoli ed in altre città), per dimostrare che “avevano ubbidito agli ordini superiori”.

La deportazione della popolazione armena avviene sotto il controllo dell’Esercito turco, che però delega alcune funzioni a milizie di Curdi e di Ceceni, i quali, essendo mussulmani, nutrono un particolare risentimento nei confronti degli Armeni, che pertanto sono sottoposti ad angherie ed a violenze, soprattutto le donne.  Per questo motivo migliaia di persone (specie le donne) si suicidano, gettandosi nei dirupi o nei fiumi.

La quarta fase del genocidio riguarda gli Armeni (circa 900.000) trasferiti in Siria e in Mesopotamia, dove sono allestiti vari Campi di raccolta e decine di Campi di internamento, in luoghi isolati.

In questi Campi non ci sono né recinzioni né sorveglianza armata. La loro funzione è quella di causare la morte per fame, per sete e per malattia degli internati, che sono continuamente trasferiti da un Campo all’altro, proprio allo scopo di causarne la morte. Inoltre le autorità dei Campi non fanno nulla per assicurare la sopravvivenza dei deportati, che devono procurarsi direttamente il cibo per poter sopravvivere, comprandolo a caro prezzo dalle popolazioni arabe locali. Solo pochissimi deportati riescono a fuggire, corrompendo i vigilanti.

Nel gennaio 1916, è ordinato il “trasferimento” verso la Mesopotamia di tutti gli Armeni che si trovano nei Campi allestiti nel Nord del Paese e nella Regione di Aleppo, dove molti sono riusciti a rifugiarsi, corrompendo le autorità locali. A questo provvedimento tentano di opporsi proprio le popolazioni locali, che hanno negli Armeni la loro fonte principale di guadagno. Nei mesi di febbraio-maggio 1916 si procede al trasferimento di questi Armeni verso i Campi della Mesopotamia, ma la maggior parte muore durante le marce forzate, a causa degli stenti. Inoltre, molti sono trucidati durante il trasferimento dalle milizie turche, curde e cecene e dai beduini locali. Molto spesso, i cadaveri sono lasciati insepolti.

Le donne armene, per salvarsi, hanno una sola possibilità: convertirsi all’Islam, sposare un turco ed affidare i propri figli a famiglie turche. In questo modo circa 100.000 bambini armeni, in tenera età, sono affidati a famiglie turche e curde che li allevano nella religione mussulmana e nella lingua e cultura turca.

Nel 1918 il genocidio prosegue nelle Regioni dell’Impero zarista occupate dai Turchi dopo il disfacimento dell’Esercito russo in seguito alla rivoluzione bolscevica del novembre 1917.

Lo storico e missionario protestante tedesco Johannes Lepsius, che nel 1897 aveva documentato in un libro il Primo Genocidio, si reca in Turchia per documentare il Secondo Genocidio ed raccoglie moltissime prove, grazie alla collaborazione dei missionari americani, svizzeri e tedeschi. Redige un Rapporto di oltre 300 pagine, pubblicato nel 1919 con il titolo Deuschland und Armenien (Germania e Armenia), che invia ai membri del Parlamento tedesco ed a molte Autorità civili e religiose allo scopo di fare pressioni sul Governo di Berlino. Però, in seguito alla protesta dell’Ambasciatore turco, le copie del libro vengono tolte dalla circolazione.

Un altro importante testimone oculare del genocidio è l’infermiere militare tedesco Armin T. Wegner, che si trova nei luoghi delle deportazioni, essendo aggregato al reparto militare tedesco dislocato lungo la Ferrovia per Baghdad, tra la Siria e la Mesopotamia. Su richiesta dei Comando turco è rinviato in Germania.

Nel 1919 scrive una lettera aperta, pubblicata dal Berliner Tageblatt, al Presidente statunitense Woodrow Wilson alla Conferenza di pace, che crea un movimento di opinione favorevole alla creazione di uno Stato Armeno indipendente. Inoltre pubblica Der Weg ohne Heimkehr (La Strada del Non Ritorno), una raccolta di lettere scritte nel 1915-1916 per documentare il “martirio” degli Armeni.

Nel 1933 il genocidio degli Armeni sale alla ribalta mondiale con la pubblicazione del romanzo I quaranta giorni del Mussa Dagh, dell’ebreo tedesco  Franz Werfel.

Il genocidio culturale degli Armeni

Il genocidio degli Armeni è stato anche un genocidio culturale perché il Governo turco ha turchizzato” le Regioni Orientali, abitate fino al 1915 prevalentemente da Armeni e da altre minoranze cristiane, cercando di cancellare ogni traccia della loro presenza e della loro cultura. A molte località armene è “turchizzato” il nome. Al riguardo il Monte Ararat (dove si è fermata l’Arca di Noè, dopo il Diluvio Universale) si chiama Agri Dagi.

Anche il patrimonio culturale armeno è stato in gran parte distrutto. Infatti, nel 1915 c’erano oltre 3.500 monumenti armeni (monasteri, chiese, scuole, biblioteche…), di cui nel 1916 ne rimanevano appena 500 (molti peraltro gravemente danneggiati).

La furia distruttiva della cultura armena si è estesa anche ai Paesi vicini alla Turchia ed è continuata fino ai nostri giorni. Infatti, nella Regione del Nakichevan, nell’attuale Azerbaigian, un tempo abitata dagli Armeni, nel 2005 è stato distrutto il cimitero dell’antica città di Julfa, dichiarato dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”, dove c’erano circa 10.000 Katchkar (croci di pietra).

Nel Distretto siriano di Deir al-Zor, dove sono state uccise circa 190.000 persone nel 2016, era stato costruito un mausoleo, che è stato distrutto nell’autunno 2014 dalle milizie dell’ISIS.

I processi

Dopo la fine della Grande Guerra i dirigenti del Movimento dei Giovani Turchi e del Partito Unione e Progresso sono arrestati dagli Inglesi ed internati a Malta.

Nel 1919, su pressione soprattutto degli Inglesi, si celebra a Costantinopoli, davanti ad un Tribunale militare turco, il processo ai responsabili del genocidio, molti dei quali, però, sono “contumaci”, essendosi rifugiati in altri Paesi, soprattutto in Germania.

Nel corso del processo vengono raccolte moltissime testimonianze (di Diplomatici stranieri, di missionari, di sopravvissuti…) che consentono di documentare in modo preciso le fasi e le modalità del genocidio.

Il processo si conclude con molte condanne a morte, tra le quali, in contumacia, quelle del Ministro della Guerra Enver Pascià e di Nazim Chakir, uno dei Capi dell’Organizzazione Speciale. Le condanne però non sono eseguite perché il Governo turco non presenta la richiesta di estradizione ai Governi dei Paesi nei quali si trovano i responsabili del genocidio. In particolare Enver Pascià si è rifugiato nella regione russa di etnia turca di Bukhara, dove organizza una rivolta per ottenere l’indipendenza, ma il 4 luglio 1922 rimane ucciso in uno scontro armato con i russi.

Altri processi vengono celebrati in altre città, per punire i responsabili di fatti specifici, che in genere sono i Governatori locali, i quali però si difendono dichiarando di aver “eseguito gli ordini superiori”.

Poiché le sentenze di condanna non sono eseguite, e molte sono addirittura annullate, il Partito rivoluzionario armeno Dasnag costituisce una formazione di “giustizieri”, con l’incarico di eliminare i principali responsabili del genocidio. Così vengono uccisi Djemal Pascià (uno dei Triumviri dei Giovani Turchi), Behaeddine Chakir ed il Ministro dell’Interno Mehmed Talaat (ucciso a Berlino il 15 marzo 1921), il cui assassino, il giovane studente Solomon Tehlirian, viene assolto perché nel processo viene ampiamente accertata la responsabilità nel genocidio dell’ex Ministro.

Mappa del riconoscimento del genocidio nel mondo. In verde scuro gli Stati che riconoscono il genocidio, in verde chiaro gli Stati dove il genocidio è riconosciuto da divisioni amministrative, città o partiti politici, ma non dal governo centrale. In rosso gli stati che negano il genocidio.

Il negazionismo del genocidio da parte della Turchia

Il genocidio degli Armeni è stato il primo genocidio di massa del XX secolo. Ancora oggi il numero delle vittime non si conosce con precisione. Gli storici parlano di almeno un milione e cinquecentomila persone trucidate (peraltro in un periodo relativamente breve, dall’aprile 1915 al luglio 1916), che sono i due terzi della popolazione armena, che nel 1914 viveva in Turchia (circa due milioni).

Gli Armeni chiamano il loro genocidio il “Grande Male” (Medz Yeghern) e lo ricordano con cerimonie che si tengono il 24 aprile di ogni anno in tutti i Paesi nei quali ci sono comunità armene. In ricordo del genocidio, sono state poste, in molti Paesi, anche in Italia, migliaia di Khatchkar (croci di pietra, che sono il simbolo della religiosità degli armeni).

Il memoriale più importante, che ricorda il genocidio, è la Fortezza delle rondini (Tzitzernakaberd), realizzata su una collina nella capitale dell’Armenia Erevan.

Il Governo turco rifiuta ancora oggi di ammettere l’esistenza del genocidio e riconosce l’esistenza di appena 300.000 vittime, per “cause naturali”, in seguito alle epidemie ed alle carestie verificatesi in conseguenza della Prima Guerra Mondiale.

Il Codice Penale turco prevede la reclusione per coloro (giornalisti, scrittori, intellettuali…) che affermano il genocidio degli Armeni.

 

Immagini da wikipedia

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