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Roma, l’ombra dei clan sulla torta dei re: il caso Cavalletti tra riciclaggio e boss

Secondo quanto ricostruito la direzione investigativa antimafia sta lavorando per ricostruire i presenti legami e interessi che gravitano attorno ai locali

Una storia che parte da lontano, da un nome che per anni ha rappresentato l’eccellenza dolciaria romana, e che oggi riemerge nelle cronache giudiziarie con contorni ben diversi.

Il marchio Cavalletti, celebre per la sua millefoglie artigianale e per una tradizione capace di conquistare anche tavole illustri fuori dall’Italia, finisce ora al centro di un’inchiesta che ipotizza scenari di riciclaggio aggravato dal metodo mafioso.

Tutto nasce da un controllo apparentemente ordinario: un’indagine per furto di energia elettrica, con tre persone finite agli arresti domiciliari per la presunta manomissione dei contatori e un danno stimato intorno ai 30mila euro.

Da lì, però, gli accertamenti della Squadra Mobile e della Direzione Investigativa Antimafia hanno aperto uno scenario più ampio, fatto di flussi di denaro opachi e movimenti societari sospetti.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, dietro la facciata di un’attività apparentemente regolare si sarebbe sviluppato un sistema in grado di mescolare capitali leciti e risorse di provenienza incerta, con l’effetto di alterare gli equilibri economici del settore e comprimere la concorrenza.

Al centro dell’inchiesta emerge la figura di un imprenditore (incensurato), indicato come Delle Fave, che avrebbe intrattenuto rapporti finanziari e organizzativi con ambienti criminali riconducibili a Guerino Primavera, esponente già arrestato e considerato vicino a dinamiche di traffico di stupefacenti tra Italia e Spagna.

Alcuni locali legati all’attività commerciale, in particolare in zona viale Adriatico, sarebbero stati utilizzati anche come punto d’incontro riservato, dove – secondo le ipotesi investigative – avrebbero avuto accesso anche soggetti appartenenti alle forze dell’ordine poi risultati infedeli.

Le indagini fanno inoltre emergere un quadro di possibili interferenze e pressioni esterne, in cui compare anche il nome di Massimo Carminati, figura già nota alle cronache giudiziarie legate all’inchiesta “Mondo di Mezzo”.

Un contesto che gli investigatori descrivono come un intreccio di relazioni opache e contiguità tra ambienti imprenditoriali e criminalità organizzata.

Nonostante il sequestro e la complessità del fascicolo, alcuni punti vendita del marchio hanno ripreso l’attività nelle settimane successive, compreso lo storico locale nei pressi di piazzale Clodio.

Una riapertura che si inserisce però in un quadro ancora completamente aperto sul piano giudiziario, mentre gli inquirenti continuano a ricostruire la rete di rapporti economici e personali al centro dell’indagine.

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