

Prosciugate le casse di società indebitate per finanziare la bella vita. Nei guai genitori e figli
Un impero del gioco d’azzardo costruito sulle sabbie mobili della frode fiscale e del riciclaggio. La Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Roma ha dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo nei confronti di un nucleo familiare della zona Est della Capitale, accusato di aver gestito per anni un circuito di sale slot attraverso un sofisticato sistema di società “usa e getta”.
Al centro dell’indagine, coordinata dalla Procura di Tivoli, ci sono i due coniugi e i loro figli maggiorenni, registi occulti di un crack finanziario programmato.
Le indagini condotte dai finanzieri del Gruppo di Frascati hanno svelato un modus operandi ciclico e spregiudicato. La famiglia, titolare effettiva del gruppo, utilizzava sistematicamente dei prestanome (le cosiddette “teste di legno”) a cui intestare formalmente le società. Il piano seguiva tappe precise:
Accumulo dei debiti: Le società operavano regolarmente ma omettevano sistematicamente il versamento delle tasse, accumulando passività mostruose verso l’Erario.
Depauperamento: Una volta sature di debiti, le casse societarie venivano svuotate. I capitali venivano distratti per scopi personali o reinvestiti in altre attività finanziarie.
Il fallimento pilotato: Le aziende venivano lasciate fallire, ma non prima di aver occultato o distrutto le scritture contabili per impedire ai curatori fallimentari di ricostruire i flussi di denaro.
Non si trattava solo di fuggire dal Fisco. I proventi illeciti ottenuti dalla liquidazione delle società venivano “ripuliti” attraverso operazioni di autoriciclaggio, dissimulando l’origine delittuosa dei fondi per farli rientrare nel circuito legale.
I gravi indizi raccolti hanno convinto il G.I.P. del Tribunale di Tivoli a emettere un provvedimento cautelare reale che ha colpito duramente il patrimonio della famiglia: i sigilli sono scattati su immobili e disponibilità finanziarie riconducibili agli indagati, garantendo così una prima forma di ristoro per i creditori e lo Stato.
Il castello di accuse è pesante: bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, unita al reato di autoriciclaggio.
Nel registro degli indagati non figurano solo i membri del nucleo familiare (i reali dominus del gruppo), ma anche i prestanome che hanno prestato il fianco all’operazione, accettando di figurare come legali rappresentanti di scatole cinesi ormai vuote.
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