Quando si dice: “Dare  i numeri”

Aldo Pirone - 18 Luglio 2017

 

Matteo Renzi sabato 15 luglio 2017 si è subito tuffato a pesce sulle rivelazioni di Bankitalia riguardo all’incremento previsto del Pil che farebbe tornare il nostro paese, già nel 2019, ai livelli del 2011: “Se tutti i giornali oggi scrivono che i dati economici sono migliori delle (loro) previsioni – scrive su facebook l’ex capo del governo – è perché la strategia di crescita e di riforme che abbiamo fatto durante i #MilleGiorni sta dando i primi frutti”.

Domenica 16 lo ha seguito a ruota il ministro Padoan, di solito più sobrio e misurato ma non questa volta: “Siamo usciti dal tunnel della crisi, il sentiero si allarga”. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco il primo giugno dello scorso mese, durante l’annuale assemblea aveva constatato: “Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio”. E aggiungeva, a scanso di equivoci: “L’esigenza di superare la crisi ha sollecitato, sollecita ancora, uno sforzo eccezionale”.  Dunque si era ancora nel tunnel. Come sia potuto accadere il miracolo di essere, in un mese, “tornati a riveder le stelle”, almeno sulla carta delle previsioni, non si sa. Forse perché fra 2007 e 2011 ci sono di mezzo quattro anni che, nel raffronto, sono stati tagliati. In sostanza è come aver accorciato artificialmente la galleria. Un’operazione tutta cucinata dentro Bankitalia.

Del resto siamo ormai quotidianamente abituati agli annunci di bel tempo-cattivo tempo che ci vengono propinati dai vari Istituti economici e di statistica. In questa altalena è particolarmente allenato l’Istat. Con effetti anche un po’ comici sui TG. Quello della 7 per esempio all’ora di pranzo dà i dati buoni mentre Mentana lo stesso giorno, a cena, ci dà quelli funerei.

Ieri, su “la Repubblica”, Sergio Rizzo, quasi rispondendo sia a Renzi che, anticipatamente, a Padoan, faceva osservare quanto segue:

Il Pil potrà anche essere tornato ai livelli del 2011, ma oggi la situazione economica e sociale di gran parte del Paese non è affatto la stessa. Sostenere che sia migliore sarebbe decisamente un azzardo. Il numero dei poveri è aumentato e la forbice dei redditi si è ancora allargata, mettendo ulteriormente in difficoltà quel ceto medio che è sempre stato il motore dell’ascensore sociale. La qualità del lavoro è peggiorata, né l’Italia è riuscita ad affrancarsi dalla maledizione di essere il Paese sviluppato con le retribuzioni più basse in assoluto. Per di più, in discesa inarrestabile. Soprattutto, la frattura fra Nord e Sud si è ancora approfondita. Fatto 100 il Pil pro capite italiano, Svimez dice che fra il 2007 e il 2015 quello del Sud è sceso da 67,1 a 66,4: nello stesso periodo quello del Nord Est saliva da 117,2 a 119 e quello del Nord Ovest da 121,3 a 122,4. La disoccupazione giovanile tocca livelli stratosferici e l’emigrazione dal Mezzogiorno verso le Regioni settentrionali ha ripreso dimensioni bibliche. Fra il 2008 e il 2015, sono ancora dati Svimez, se ne sono andate dal Sud 653 mila persone, di cui 478 mila giovani e ben 133 mila laureati. Un problema gigantesco. E il fatto grave è che la nostra classe dirigente, impegnata a fare i conti sull’uno virgola per grattare ancora un po’ il fondo del barile, se ne mostra totalmente disinteressata”.

Poche righe prima, riguardo ai termini del confronto, aveva fatto osservare che il Pil del 2011 “Anno al quale la macchina del tempo della ripresina ci sta riportando, beneficiò di una rivalutazione di ben 59 miliardi grazie all’introduzione di aggiornamenti statistici e al ricalcolo dell’economia sommersa. A questa fu attribuito un peso dell’11,5 per cento, pari a 187 miliardi di euro, che superarono i 200 considerando anche il giro d’affari del traffico di droga (10 miliardi e mezzo), la prostituzione (3 miliardi e mezzo) e il contrabbando di sigarette (300 milioni). Mancava forse il pizzo, come pure le tangenti: ma a quello ci aveva già pensato, senza però riflessi statistici, il governo di Mario Monti misurando in un agghiacciante 40 per cento il sovrapprezzo delle opere pubbliche dovuto alla corruzione.

L’articolo di Rizzo mostra  la differenza che passa fra esaminare i numeri e “dare i numeri”.


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