Sindacato di strada

A proposito dell'intervista di Luciana Castellina a Maurizio Landini
Aldo Pirone - 7 Aprile 2021

Ieri Luciana Castellina ha intervistato Maurizio Landini su “il manifesto”. Lettura interessante. Tra molti propositi di rinnovamento espressi dal segretario della Cgil, ce n’è uno di particolare importanza: “il sindacato di strada”. In sostanza, dice Landini, se vogliamo intercettare e organizzare i lavoratori frammentati e dispersi sul territorio bisogna investire di più sull’organizzazione territoriale del sindacato. Il tema non è nuovo. Questa esigenza fu presente anche negli anni dal ’69 ai ’70 fino agli anni ’80 per poi declinare ed essere abbandonata. La Castellina ricorda i “consigli di zona” che furono una proiezione esterna dei consigli di fabbrica appena assunti dai sindacati confederali a struttura portante nei luoghi di lavoro, in particolar modo dalla Flm la Federazione unitaria dei lavoratori metalmeccanici. Eravamo ancora in piena epoca fordista, quando a dare il là al sindacato e all’intero movimento dei lavoratori erano le grandi concentrazioni operaie. Poi vennero le zone sindacali della Cgil che cercarono di dare una proiezione confederale e territoriale stabile al sindacato, con l’intento non solo di organizzare i lavoratori delle piccole unità produttive ma anche di interessare il movimento sindacale alle problematiche del territorio (sanità, trasporti, scuola, casa) che riguardavano da vicino la vita del cittadino-lavoratore. Luciana Castellina fa di queste battaglie dei Consigli di zona e dei risultati ottenuti un elenco puntiglioso. L’emblema di questo sforzo organizzativo esterno alla fabbrica furono le famose riforme oggetto fra il ’68-’69 e i primi anni ’70 di grandi scioperi generali e di mobilitazioni sindacali di non secondaria importanza. Portarono alla conquista di alcuni pilastri del welfare italiano come il Servizio sanitario nazionale.

La rivoluzione tecnologica messa in campo e utilizzata dal padronato imprenditoriale per mettere all’angolo la vecchia classe operaia, con tutto quel che ne è seguito di cambiamenti nei metodi e negli strumenti della produzione e della comunicazione, nella frantumazione del lavoro dipendente, nella diffusione del precariato ecc., ha fatto arretrare, fino alla sua scomparsa, l’organizzazione sindacale dal territorio negli ultimi decenni, proprio nel momento in cui si sarebbe dovuto raddoppiare quello sforzo che oggi Landini e Castellina chiamano “sindacato di strada”.

Ricordo che un segretario generale della Cgil, Antonio Pizzinato, eletto dopo Lama, iniziò il suo breve mandato proprio su questa necessità. Diceva che bisognava tenere aperte le Camere del lavoro e le zone sindacali fino a sera tardi per essere punto di riferimento organizzativo e anche vertenziale per questi nuovi lavoratori, anche immigrati, che iniziavano a popolare il lavoro frammentato, occasionale e precario. E che da tutto ciò emergeva l’esigenza di una “rifondazione” della Cgil. Non fu ascoltato, anzi fu contestato e, dopo 32 mesi, sfiduciato.

Che oggi Landini senta la necessità di ritornare al “sindacato di strada” è un fatto sicuramente positivo. Insieme a tanti altri propositi rinnovatori, anche epocali, che espone nell’intervista insieme alla Castellina che non sto qui ad elencare per brevità. Raccomanderei solo molta concretezza nelle proposte in grado di partire sempre dalle necessità più sentite dai lavoratori per agganciarle alle problematiche e obiettivi più generali.

Vedremo se alle parole seguiranno i fatti. Intanto ricordiamoci del compagno Pizzinato.


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