Su e giù per via delle Messi d’Oro, aspettando la Fase 2

V. L. - 1 Maggio 2020

Via delle Messi d’Oro un tempo si snodava dalla via Tiburtina a via di Pietralata. Attualmente è divisa in due tronconi. Un tratto quello che sale dalla via Tiburtina subito dopo la stazione di Santa Maria del Soccorso ha cambiato il suo nome in via di Pescosolido fino all’incrocio con via Castel Boverano.

Da qui via delle Messi d’Oro per un tratto (nel 2017 proliferò una discarica – vedi nostro articolo https://abitarearoma.it/via-delle-messi-doro-degrado/)

va verso la stazione di Ponte Mammolo biforcandosi con via Cassino (che a sua volta termina in viale Togliatti) ed è interrotta da un’alta muraglia dalla quale via delle Messi d’Oro, quella interrotta, si diparte in direzione di via di Pietralata, fino all’incrocio di quest’ultima con via dell’Acqua Vergine, quest’ultimo un tratto ben asfaltato di 1100 metri esatti (misurati da podisti locali che utilizzano la via come luogo di allenamento e l’hanno contrassegnata con cartelli ogni 100 metri).

Ebbene tutto questo ‘spiegone’ per dirvi che oggi, 1° maggio 2020, in compagnia del mio fedele Argo, ho percorso in andata e ritorno questo tratto di un km e 100 metri. Un tratto di strada che io trovo affascinante e sorprendente per la sua varietà e per quanto si incontra passo passo. Specialmente ora con la primavera imperante e imperversante.

Del resto il toponimo della via rientra nella zona dedicata alla flora ed è un termine propiziatorio di buon raccolto, soprattutto del grano. Questa pianta simboleggia il ciclo delle rinascite. Poiché il cereale prima di nascere in primavera resta sepolto sotto terra, rappresenta l’analogia del passaggio dell’anima dall’ombra alla luce. È  inoltre, il simbolo della fecondità. Infatti nella mitologia Greca, Demetra  (in quella latina Cerere) la dea dei cereali e delle messi, è rappresentata con la fronte cinta da una corona di spighe.

Demetra era l’iniziatrice dei misteri di Eleusi (questi misteri erano divisi in grandi e piccoli. I piccoli misteri erano una preparazione ai grandi misteri e si celebravano presso Atene. I misteri eleusini conferivano una sorta di noviziato.
Dopo un certo lasso di tempo il novizio era iniziato ai grandi misteri, che erano tenuti di notte. In questi misteri le cerimonie erano collegate con l’evoluzione degli astri e il susseguirsi delle stagioni), illustrando l’alternarsi delle stagioni.

Questa divagazione mitologica non sembri senza costrutto infatti la via presenta affascinanti e arcani anfratti e grotte ricche di mistero.

Un mistero alimentato da cartelli che invocano il PERICOLO DI MORTE per l’incauto e curioso viandante che abbia l’avventatezza di inoltrarsi nel terreno vietato.

Ed ecco cosa annotava su La Repubblica del 30 ottobre 2005 lo scrittore Marco Lodoli a proposito di questa via del quartiere di Pietralata:

Messi d’ Oro la via del ritorno al passato

Via delle Messi d’ Oro, che raccolto straordinario di immagini e di emozioni! Non credo che a Parigi o New York, o in qualsiasi altra capitale dell’Occidente possano esistere luoghi come questo, dove il tempo si è rifiutato di avanzare e travolgere ogni cosa. In questa segreta traversa di via di Pietralata sembra di potere ancora incontrare una Seicento o una Lambretta, di perdersi tra i fogli di un calendario di tanti anni fa: basta svoltare per un vicolo e appare l’inverosimile.

L’omologazione vincerà, forse ha già vinto, ma nella nostra città ci sono poetiche sacche di resistenza. Si gira per caso tra i palazzi, seguendo la musica di un nome, l’ispirazione di un attimo, e si viaggia a bocca aperta, quasi commossi da tanta minima meraviglia.

Dopo un campo dove sono poggiate rotonde balle di fieno – e non sono sculture di qualche artista concettuale! – si vede il pastificio abbandonato che porta il nome della strada.

Ora ospita un supermercato che forse sarebbe più giusto definire un ipomercato: pacchi di pasta, bottiglie di pomodoro, saponi e poca altra merce sugli scaffali persi in uno spazio immenso: il consumismo dal volto umano.

Più avanti c’è un borghetto che pare un film neorealista o un sogno, un pugno di casette e di cortili dove tutti si conoscono, e ancora più avanti officine artigianali, carrozzieri e zincatori, norcini e maestri degli infissi.

Ma il meglio deve ancora arrivare. Dopo qualche centinaio di metri di strada dissestata e qualche cane randagio, ci ritroviamo in aperta campagna, nel verde più smagliante, eppure siamo in mezzo alla periferia, a un tiro di sasso dal traffico e dall’ira della Tiburtina!

Case coloniche, animali, ettari di campi coltivati dove un trattore procede lentamente avanti e indietro, sullo sfondo lontano e vicino di palazzoni popolari.

Qui vorremmo portare l’amico americano o parigino, per fargli capire cos’è Roma: la miracolosa compresenza di tutto, lo smog e la pecora, la boutique e il cavolo, il caos e la pace, oggi ieri e domani.

 

Tutto perfetto! E, 15 anni dopo Lodoli, il vostro pedestre cronista non trova differenze sostanziali con quanto descritto da Lodoli.

Soltanto la via è molto bene asfaltata e le case e i giardini e gli orti più curate che convivono con parti più selvatiche. Il fiume Aniene è a poche centinaia di metri, ma inaccessibile perché il privato ha inglobato stradelli e viuzze pubbliche e quindi il fiume è laggiù oltre le canne, ma irraggiungibile.

Si riuscirà a renderlo accessibile in futuro? Sognare e sperare non costa.

Cercherò come sempre di seguire i miei appunti fotografici.

Proprio all’inizio della strada c’è una rivendita di prodotti biologici dove l’altro giorno ho acquistato della carne, molto buona e dove si vendono prodotti della terra a km zero. Mi hanno incuriosito molto un fico quadrirami e un gelso implorante che vi ripropongo in foto.

Uno sguardo a via dell’Acqua Marcia completamente deserta e silenziosa (la rimpiangeremo quando tutto tornerà ‘normale’?).

Ed eccomi nella via. Procedo respirando l’aria pulita, abbassando la mascherina (tanto non c’è anima viva e arrivo all’incrocio con via degli Erbaggi (tanto per rimanere in tema, una strada in salita con sullo sfondo l’impianto sportivo desertissimo del Fulvio Bernardini. Qualcuno darà un sostegno a questa benemerita struttura sportiva? Lo speriamo vivamente.

Sul lato sinistro della via si fa (si faceva) taekendoo, sull’altro c’è l’insegna di una tipografia (è, sarà operante?).

Nella via c’è un podista che fa la sua corsetta (lo invidio, ormai vado più solo al passo). Ed ecco degli ammassi tufacei che attirano e molto la mia attenzione. Mi piacerebbe penetrare oltre i cancelli.

Ma… mi accontento di fotografare e riportare per voi queste belle e suggestive immagini. Ce un cartello della riserva Valle dell’Aniene, ma al di là mi pare di scorgere attività private.

Ed eccomi a bocca aperta davanti a una congregazione di alberi soffocati da edere fitte con legna tagliata e ordinata al centro.

Mi fermo davanti al cancello di una bella villetta con un prato ordinato e rasato. Un cartello con indicato il numero nove di avverte che siamo al novecentesimo metro della via.

Poco più avanti un cartello mi ammonisce che c’è PERICOLO DI MORTE, nel caso mi venisse in mente di penetrare all’interno.

Il luogo, lo confesso mi attrae, come tutte le cose proibite, del resto. Ma dovrò accontentarmi di scattare più di una foto.

E siamo ai 900 metri esatti, come mi indica il cartello col numero 9, e guardate che scorci si aprono alla vista.

Sembra di essere in aperta campagna, eppure siamo a Roma.

Sul lato sinistro della via un cartello mi informa che lì si svolgono delle attività cinofile, ma non scorgo neppure un cane.

Sul lato destro ecco un cancello che sbarra l’ingresso di una grotta. La zona – mi è stato detto da persone che vivono da tanti anni nel quartiere è piena di cavità. Quanto mi piacerebbe avventurarmi in queste cavità.

 

km 10

Ma è tutto recintato e inaccessibile e in tutto questo percorso non ho incontrato nessun residente tranne uno con il quale ho scambiato qualche parola (mi ha detto che vive qui nella via da sette anni e che è originario del Brasile).

Sono giunto al termine della via delle Messi d’Oro, dove questa attraverso un fittissimo cancello, si affaccia sulla stazione della metro B Ponte Mammolo.

 

Tornando indietro butto l’occhio su una bella villetta e procedendo inquadro i diversi tratti della via, non senza soffermarmi su qualche cespuglio fiorito.

A un certo punto, mentre penso che stamattina non c’è nemmeno un cane ne incontro uno che mi abbaia contro e che io fotografo.

 

 

 

 

 

 

 

Poco più avanti un ciclista e subito dopo un cagnino e un gatto che per me e per i lettori si esibisce in moine e spulciamento a trippa all’aria.

Fotografo il Pastificio Messi d’Oro di cui parlava Marco Lodoli con la sua insegna arrugginita e il cancello chiuso.

Poco più avanti mi colpisce un bel cipresso. Un albero che a me è sempre piaciuto tanto.

Intanto sulla destra si affacciano le case popolari (quelle del Colosseo di Pietralata, tanto per intenderci e alcuni edifici di case per militari alle quali conduce uno stradello. Un sentiero davvero bello ed invitante.

Purtroppo anche qui il maleducato e incivile ha trovato un angolo dove sfogare la sua perversione che lo ha portato ad insozzare un bellissimo luogo.

Ecco un sambuco in fiore. Qui ne coglierò un mazzo (parte sarà trasformato in frittelle e parte adornerà un angolo della mia casa insieme con altri fiori che raccolgo per la felicità della mia signora e padrona).

Raggiungo un pistino nel verde nel quale due podisti si allenano.

Lo indicherò a mio figlio per le sue corse ripetute.

E qui termino e mi avvio verso casa con il mio mazzo di fiori e con del finocchietto selvatico, tenero e odorosissimo.

 

V. L.


Commenti

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  1. Bravo , preciso e documentato, grazie per notizie mitologiche e appunti di chi quel tratto di Roma l’aveva già vissuto, per me è strano; ma anche bello, capire, attraverso la tua cronaca quanto in quel determinato luogo poco o nulla sia mutato.
    Grazie

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