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“Su Muru Prinzu – Il Muro Incinto” al Gremio

Sabato 24 febbraio uno spettacolo imperdibile di Paolo Puppa,  liberamente tratto da “Memorie di Orani” di Costantino Nivola

Per i soci e gli amici del Gremio uno spettacolo da non perdere, sabato 24 febbraio 2024, ore 17,00, in via Aldrovandi 16: “Su Muru Prinzu – Il Muro Incinto” di Paolo Puppa,  liberamente tratto da “Memorie di Orani” di Costantino Nivola

Regia e interpretazione di Giovanni Carroni

Musiche di Battista Giordano / Scene e costumi di Marco Nateri

Associazione Culturale Bocheteatro

Introduce e coordina Antonio Maria Masia.

A conclusione il brindisi in sardo del Gremio. Ingresso libero e gratuito.

Occorre prenotare, telefonando: 3356960036 Antonio, 3921352478 Ivan, 3479621135 Franca

Costantino Nivola

ritorna per un’ora a raccontare la sua storia, sospesa tra gli umori dell’anticamera dell’Ade. Un viaggio della memoria che l’attore prova a far passare attraverso il suo corpo, le sue carni. Poiché la memoria non viene dalla mente, ma viene dalle mani, dai piedi, dal naso, dagli occhi. Il luogo/città dell’utopia, ideale antico in cui arte e architettura, ma anche pittura, scultura, decorazione, collage, grafica, si fondono in un fermento vitale, è ripreso da Antine Nivola come narrazione letteraria nell’opera autobiografica “Memorie di Orani” dalla quale è tratto l’adattamento drammaturgico di Carroni, con alcune traduzioni in nuorese. La poesia di Nivola è pari a una grande energia e, nonostante la “leggerezza” insita nel ritorno dall’Ade di Costantino, il testo è carico di movimento, densità pittorica e figurativa, di luce, di emozione. La sua vita e quella del paese di Orani acquistano un valore mitologico, e con loro tutta la Sardegna dei primi del secolo, povera e sofferta, in parte sconosciuta ai sardi stessi. Il suo, infatti, non è il materiale della “favola” ma materia del mito. Perché mito è il luogo della sua nascita, il grembo materno, è la pancia de “su muru prinzu”; opera emblematica, nella poetica di Costantino Nivola, “Figura femminile“ ricavata dalla superficie di marmo dolcemente concava: “il muro panciuto della casa nascondeva sempre un tesoro, il pane piatto e sottile che si gonfiava al calore del forno, promessa che la nostra fame sarebbe stata appagata per sempre. Allo stesso modo la donna incinta nasconde nel suo grembo il segreto d’un figlio meraviglioso”. La mancanza del pane crea ansietà e disperazione, poi con l’arrivo del grano la calma dopo la paura, il momento di bellezza nella tragedia. Il dramma della fame è bandito in uno stato di pace. Nivola racconta dunque la tragedia e la bellezza, la disperazione e la pace, così come nelle sue creazioni tra antico e moderno: forme nuragiche e mediterranee, la densità dentro le intricate linee di New York o di Orani

L’attore Nivola si racconta attraverso il ciclo vitale delle stagioni, e dei materiali della sua arte e del suo lavoro: l’acqua, la sabbia, il cemento, il gesso, il fuoco. Per un’ora ci regala una lezione di vita, di arte e di moralità, la stessa di cui è permeato il suo libro autobiografico. Lo spettacolo tocca una forma ontologica della memoria. La memoria della vita e dell’incontrare la morte, perché il corpo deve sapere cos’è la morte. La consapevolezza della morte, come per Nivola, ci consente di rinnovare noi stessi e i nostri sentimenti. Il momento di narrazione dunque è sospeso come in un limbo tra il regno dei vivi e il regno dei morti. Poiché la nostra vita in realtà è il percorso verso l’Ade, e questo “rito” teatrale vuole essere anche l’ampliamento di questo percorso. L’attore tenta di superare i limiti del suo corpo, dell’umano, per entrare nel metafisico della scena, per assecondare e svelare il significato profondo delle parole di Antine Nivola.

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