A spasso per Roma (10). Angelo Colapicchioni, l’antico forno pasticceria del Rione Prati

Patrizia Artemisio - 21 Maggio 2022

Era il 1888 quando fu posta la prima pietra del Palazzo di Giustizia, ma questa data, si sa, conta poco. Circa un anno dopo, ecco che escono fuori, proprio da lì sotto, due sarcofagi del 150-170 d.C., uno era di una donna morta giovanissima. Diciott’anni, dissero.  Insieme a lei, là sotto, la sua bambola. Commosse tutta Roma. Insomma il cantiere fu ingombrante e ritardò la sistemazione della statua che gli sta davanti, dedicata al grande statista Camillo Benso conte di Cavour. Tra le figure allegoriche in bronzo che ornano il basamento della statua ci sono l’Italia e Roma. Roma se ne sta seduta sul suo trono, ben dritta, va detto, e con lo sguardo vaga lontano. L’Italia è in piedi al suo fianco, le poggia una mano sul ginocchio, come a rassicurarla, mentre guarda attenta un lato della piazza o del Palazzaccio, chissà. Non sappiamo se lo scultore, Stefano Galletti, sul finire dell’Ottocento, prevedesse già questo modo che ha Roma di passarci sopra, a tutto quello che non va, che non si addice a ciò che fu e che dovrebbe essere ora.

Sembra comunque fosse chiaro fin da allora, che l’Italia guarda altrove, fa la sua strada, e poi, quando si ricorda, magari le dà una pacca rassicurante sul ginocchio. Il popolo romano è giustamente rappresentato dal leone sul retro ed è lui che ci indica la strada per raggiungere il luogo che gli sta più a cuore. In via Tacito 76-78 c’è l’Antico Forno e pasticceria Angelo Colapicchioni. Dentro, lui: classe 1936, mente e anima dell’azienda che aprì i battenti nel 1933. Lì per lì, non si capisce bene chi fa le domande, ci chiede se sappiamo qual è il dolce tipico romano. Diamo la risposta sbagliata e ci resta male. Noi ancora peggio. “È il pangiallo. – dice – In occasione del solstizio d’inverno, prima dell’avvento del cristianesimo, e in seguito per il Natale, qui si mangiava e si mangia il pangiallo”. Per toglierci d’impaccio, in un via vai di teglie di pizza bianca e biscotti, gli chiediamo subito di raccontarci la storia del negozio.

Lo ha aperto mio padre, Marco Colapicchioni. – racconta Angelo – Aprì in via Vitelleschi una drogheria, vendevamo pane ma anche pasta, detersivi, un po’ di tutto. Ma la mia passione è stata sempre il pane. Da piccolo andavo in vacanza da mia nonna che era fornaia in un piccolo paese dell’Umbria. Aveva un forno in cui cuoceva il pane per tutti gli abitanti e dava lei le indicazioni alle persone sui tempi della produzione, così che, arrivata l’ultima fase, il pane era pronto per essere infornato e nel frattempo il forno era arrivato alla giusta temperatura. Io rimasi affascinato dal mestiere di mia nonna. Oggi è quasi disprezzato il pane, ma il pane è la base della vita e della cultura cristiana.

Lei frequentava il negozio già da piccolo?

Io sono nato nel negozio, io sono l’azienda, mia madre mi portava in grembo in negozio e sono cresciuto qui dentro.  Mio padre è morto giovane, a 58 anni, e sono il più grande di tre fratelli, di cui uno ebbe un brutto incidente. Sono partito a fare il militare come marconista perché avevo queste capacità, ma, considerato il periodo di guerra fredda, avevo paura di essere poi richiamato in quanto specializzato, e invece era necessaria la mia presenza qui, per la mia famiglia. Nel 1963 feci fare a mio padre diversi milioni di cambiali e comprai il negozio in via Properzio, tu entravi e avevi il pane e i cornetti fatti da me e tutti prodotti laziali, inclusa la mozzarella di bufala: era un tempio. Ero un bravo venditore, un ragazzo sveglio, probabilmente perché ho vissuto il dolore e le difficoltà. Quella bilancia lì – ci indica una Berket rossa – papà la comprò. Bilance così oggi non ci sono più, è storica, i calcoli li facevamo a mente, facevamo conti che oggi facciamo solo con la calcolatrice.

C’è qualcosa che ricorda in particolare della sua infanzia in negozio?

Ho un ricordo di quando ero bambino: c’era sulla strada del negozio uno scopino che ramazzava, proprio in via Vitelleschi, io avrò avuto otto o dieci anni, aveva una signorilità, un modo di fare così distinto. Non l’ho mai dimenticato. Ho avuto a che fare poi negli anni con personaggi importanti che non avevano la sua classe.

Avete clienti famosi?

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Guardi sono tanti, ogni tanto mentre sto qui i ragazzi mi dicono: ‘Angelo ma lo sai chi è quello?’ Un tempo con Andreotti, ci siamo fatti anche una foto… la signora Fendi è una mia cliente. Poi guarda qui – apre un libro – questo mica l’ho stampato io, questo me lo hanno mandato, è uno che scrive di storia – in una pagina leggiamo “dopo i discorsi e le strette di mano, salatini e pizzette di Colapicchioni”!

Lei lavora qui con sua moglie, è difficile per una coppia lavorare insieme?

No, io quando vado a casa, le do un bacetto come se non l’avessi vista durante tutto il giorno. Mia moglie è una donna raffinata ma si è adattata perfettamente a questo ambiente, questa è una caserma! Ho trovato proprio la moglie adatta a me!

Quali sono stati i periodi più difficili per l’azienda?

I periodi più fortunati per l’azienda sono quelli più difficili.

Perché?

Perché ti stimolano, ti spronano. Vale per qualunque cosa nella vita, riesci a fare qualcosa di buono quando c’è la difficoltà. Qui le mura non sono mie ma io qui ho speso due miliardi di vecchie lire, qui c’era il grande forno, ho vinto tanti premi per il pane. Il pane con le verdure che andava di moda vent’anni fa l’ho inventato io e sai perché? Perché dovevo pagare le cambiali!

Nei prodotti che cosa è cambiato?

Io ho cambiato la panificazione, la famosa pasta madre, la biga, l’ho riportata io a Roma. Se tu prendi una rosetta mia e stasera la scaldi e non la mangi subito, non diventa dura, sentirai che buona, sa di grano.

Il pangiallo, i romani lo comprano? Si vende bene?

Beh, ad esempio ho venduto migliaia di pezzi a Farinetti.

Lei ha fornito Eataly?

Si, Farinetti lo metteva anche nei pacchi di Natale in cui lui mette un prodotto di ogni regione d’Italia. Per quattro anni nei pacchi c’è stato il mio pangiallo e il mio panpepato imperiale. Il panpepato imperiale è unico, l’ho brevettato, ho creato io la ricetta ed è riconosciuto dai degustatori di Luigi Odello.

Qual è il suo sogno?

Vorrei che rimanesse, come ricchezza per i miei figli e per i miei nipoti, il panpepato imperiale, perché è un prodotto unico e di grande qualità. Devono essere fedeli alla mia ricetta chiaramente.

 

“Va, mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto, perché Dio ha già gradito le tue opere”. Ecclesiaste 9:7

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