

Il provvedimento scatta dal primo gennaio 2018 con costi per i clienti che potrebbero variare da 2 a 10 centesimi a busta
Da oggi, 1° gennaio 2018, le buste di plastica monouso (ovvero quelle usate per frutta, verdura e gastronomia) dovranno rispondere a nuovi standard di biodegradabilità e compostaggio, oltre ad avere un contenuto minimo di materia prima rinnovabile (almeno 40% per l’anno 2018, che salirà nel 2020 al 50%), come previsto dalle normative europee volte a ridimensionare nettamente l’inquinamento provocato da plastiche e responsabilizzare i consumatori nei confronti dello spreco di sacchetti. L’iniziativa è sicuramente lodevole, un po’ meno i costi che andranno a carico dei consumatori. Un bene per l’ambiente, negli intenti della direttiva europea redatta per spingere i consumatori ad un uso più responsabile dei sacchetti di plastica. L’Italia, però, per adeguarsi a quanto prescritto dall’Ue, si è mossa con un metodo piuttosto discutibile.
Il decreto legge n. 91 del 2017 (convertito con la legge n123 del 2017), contenente la normativa sui sacchetti di plastica, riguarda, infatti, il piano dello sviluppo del Mezzogiorno.
Sorge spontaneo chiedersi perché nel piano per lo sviluppo del mezzogiorno sia stata proposta una norma di carattere totalmente differente. A pensar male si potrebbe dire che, attraverso questo escamotage, associazioni dei consumatori e venditori sono stati tagliati fuori dal processo decisionale; in questo modo i diretti interessati non hanno potuto trovare una soluzione in grado di salvare l’ambiente e accontentare i consumatori.
La legge, infatti, prevede che il costo del bioshopper (sacchetto) sia presente nello scontrino, rendendo impossibile per i commercianti fornire le buste gratuitamente (va specificato che la direttiva europea 2015/720 prevede l’esonero dal pagamento proprio per i sacchetti monouso con spessore inferiore a 15 micron per singola parete). Inoltre, per il rispetto delle norme igienico-sanitarie, non sarà possibile utilizzare sacchetti monouso personali.
Quanto pagheremo in più i consumatori sullo scontrino? Le cifre oscilleranno da 2 a 10 centesimi a busta a seconda del prezzo fissato dal produttore: in media ogni spesa ci costerà circa 20/30 centesimi in più.
Anche chi cercherà di abbattere i costi portandosi i sacchetti da casa o applicando l’etichetta dell’ortofrutta direttamente sul prodotto dovrà desistere; tali comportamenti violano le norme igieniche e pertanto sono banditi.
Ufficialmente il costo extra previsto dalla norma italiana dovrebbe aiutare a scongiurare lo spreco; in realtà il rischio è che tale iniziativa spinga i consumatori ad acquistare prodotti preconfezionati.
Marco Rollero
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