

Prosegue l'itinerario berniniano. Il trionfo dell'immaginazione, del sogno, della metamorfosi tecnica
Scrive G. Carlo Argan che, per Gian Lorenzo Bernini, il mondo prodotto dall’immaginazione, attraverso una tecnica artistica raffinatissima, risulta essere l’antidoto, il contraltare, di una realtà che, come ben aveva intuito e rappresentato Caravaggio, è mistero, morte, nulla. Solo l’immaginazione produce la vita e la bellezza, la gioia e il ritmo, il movimento che tutto cambia, capace di trasformare persino il sogno in realtà (cioè in oggetti artistici).
Bernini è uno dei più grandi interpreti di questa nuova concezione dell’arte. L’abbiamo constatato nel nostro primo itinerario; anche questa nuova puntata del nostro percorso berniniano (la visita alla Galleria Borghese di questa mattina, con ingresso alle 10,00) non fa altro che confermare questa idea della poetica e della visione del mondo che caratterizzano, in misura del tutto particolare, tanto lo stile barocco quanto, a maggior ragione, il suo massimo rappresentante. Questa nuova puntata si svolge in un interno, un luogo e una costruzione famosi in tutto il mondo, e cioè la Villa Borghese (intesa come Palazzina, o “casino” di campagna, situato all’interno dell’esteso omonimo parco e raggiungibile dalle fermate Spagna e Flaminio della Metro A, aggiungendovi una buona e salutare passeggiata a piedi); quella Palazzina meglio conosciuta come Museo o Galleria Borghese, fortemente voluta e fatta erigere, su progetto degli architetti Flaminio Ponzio e Andrea Vasanzio, dal cardinale Scipione Borghese all’inizio del ‘600 al fine di raccogliervi e esporvi, al pubblico dei numerosissimi amici, la foltissima collezione di dipinti e di statue che, ingrossatasi come un fiume in piena, non poteva più essere contenuta nel Palazzo di città e, pertanto, reclamava un luogo apposito e architettonicamente degno ad ospitare così tanti e mirabili tesori. Tra questi innumerevoli prodotti artistici non potevano mancare le opere di un artista tra i preferiti dalla famiglia Borghese: Gian Lorenzo Bernini, il quale, non ancora ventenne quando entrò nelle grazie del cardinal Scipione, era già uno degli scultori più noti e pagati dell’Urbe.
E fu così che il cardinale divenne, per alcuni anni e finché visse il potente zio papa Paolo V, il principale committente di Gian Lorenzo, il quale ripagò la sua fiducia con alcune tra le più straordinarie statue (o gruppi statuari) che mai siano state realizzate dall’antichità ai giorni nostri. La prima delle sue opere “borghesiane” la troviamo al centro della Sala II (nella quale entriamo dopo essere stati per breve tempo nella Sala I e solo per dare una furtiva occhiata alla “Paolina Borghese” del Canova, opera nella quale è possibile scorgere chiare influenze berniniane nella levigatezza e nel sottile erotismo delle forme) ci si imbatte nel David (1624), un David in torsione, con il corpo teso, lo sguardo accigliato, le labbra strette per lo sforzo, i capelli scarmigliati (qualcuno vi vide, in quel volto, un autoritratto del giovane scultore) colto nell’istante immediatamente precedente il lancio con la fionda che avrebbe abbattuto Golia, e quindi ben diverso dall’immobile e assorto David michelangiolesco. Cambia la concezione del bello: dalla “nobile semplicità e serena grandezza” rinascimentale si passa al dinamismo e alla tensione, tipiche del barocco, di figure che agiscono sotto l’incombere e l’incalzare del tempo.
Concezione che ritroviamo, accentuata e portata al massimo livello, nell’Apollo e Dafne situato nella Sala III. L’opera, iniziata nel 1622, è ispirata dal racconto tratto dalle Metamorfosi di Ovidio: Apollo, innamorato nella ninfa Dafne ma da lei respinto, la insegue dappertutto fino al momento in cui, avendola raggiunta in un bosco, la vede con sua grande delusione trasformarsi in un albero di alloro. E’ proprio questo momento, quello in cui i capelli e le membra di Dafne cominciano a diventare foglie rami e radici, che Bernini coglie e rende con grande maestria: il terrore di Dafne, il desiderio di Apollo che si trasforma in frustrazione, il movimento (quasi una danza convulsa) concitato dei corpi; lo scultore domina la pietra imprimendo su di essa una varietà di emozioni profondamente umane e, nel contempo, riesce a dare l’illusione che il marmo non sia marmo, ma carne e, in Dafne, essenza arborea. Nel basamento che sorregge il gruppo statuario è possibile leggere, da un lato, i versi ovidiani che descrivono la metamorfosi di Dafne e, sul lato opposto, un distico in latino, creazione del cardinale Maffeo Barberini (amico di Scipione Borghese e futuro papa Urbano VIII), che recita: “Quisquis amans sequitur fugitivae gaudia formae/ Fronde manus implet, baccas seu carpita maras” (L’amante che insegue le gioie dell’effimera bellezza, alla fine si trova foglie e amare bacche in mano).
Nella Sala successiva, sempre in posizione centrale, ritroviamo un altro celebre gruppo, di qualche anno più giovane (fu completato nel 1622): il Ratto di Proserpina da parte di Plutone; in realtà è presente una terza figura, seminascosta dietro le gambe di Plutone: è il cane Cerbero, guardiano degli Inferi, il mostro dalle tre spaventevoli teste, rappresentato in tutta la sua terribilità. Nella Proserpina che, sollevata dalle possenti braccia del dio, urla e recalcitra, ritroviamo lo stesso terrore provato da Dafne nonché il medesimo disperato tentativo di sfuggire allo stupro, ma nello sguardo di Plutone (bello pur nella sua bruttezza), non appare l’amara delusione che abbiamo visto prima in Apollo, bensì la beffarda ironia e il perverso godimento per l’imminente, non più procrastinabile, realizzazione del suo desiderio di possesso. Plutone sembra quasi divertirsi di fronte alla paura e alle grida della giovane donna, da lui perversamente interpretate quali “preliminari” in vista dell’inevitabile amplesso.
Nella V Sala non troviamo opere di Bernini, ma non possiamo fare a meno di sostare e di ammirare il bellissimo Ermafrodito dormiente, copia romana di originale greco del II secolo d. Cr.; di quest’opera il giovanissimo Bernini, su richiesta del cardinal Scipione, fece una copia che, a detta degli esperti, risulta essere migliore dell’originale, tant’è che Napoleone, nel 1807, la volle acquistare dal cognato Camillo Borghese e trasferirla al Louvre, dove è tutt’ora possibile ammirarla. Questo ermafrodito, un bellissimo corpo femminile dormiente ripreso di schiena, è il massimo monumento all’ambiguità, elemento molto amato dagli artisti del periodo barocco.
Al secondo piano, infine, nella sala XIV, troviamo altre opere berniniane: un bozzetto per il monumento equestre dedicato a Luigi XIV, due busti del cardinal Scipione Borghese, un busto (anzi: una testa) di Papa Paolo V, il piccolo gruppo intitolato “La capra Amaltea” (eseguito all’età di nove anni), e ben tre dipinti. Accanto ad un ritratto di bambino troviamo un autoritratto in età giovanile e un autoritratto in età matura.Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.