Chi va a cena alla mensa della Comunità di Sant’Egidio?

I volti e le storie che non puoi dimenticare
di Patrizia Artemisio - 2 Dicembre 2019

Dalle 17 alle 19 di ogni mercoledì, venerdì e sabato, in via Dandolo 10 a Trastevere, proprio davanti al portone, ci sono i volontari della Comunità di Sant’Egidio che distribuiscono i “numeretti” a chi entra per un pasto caldo o per ritirare la posta.

Il volto di chi attraversa quella porta non te lo scordi più. L’espressione è di fatto altera, come arrivata da molto lontano, forse da un insondabile isolamento dell’anima che, in quel momento, alla necessità si piega e nello sguardo si perde.

Questa sera sei tu ad elemosinare un minuto, giusto il tempo di un paio di domande, e nel cercare il loro sguardo ti accorgi che, sebbene abbiano fame, quella vera, non ti ignorano.
Molti dicono “no”, alcuni non parlano italiano, una donna africana ti spalanca un sorriso, ti prende la mano nelle sue e poi capisci che è muta.

C’è Anatolii che arriva dalla Moldavia

Arriva un ragazzo, si chiama Anatolii e viene dalla Moldavia.

Perché sei venuto in Italia? – chiediamo. “Avevo 17 anni, mia madre era a Bologna ed ha fatto il ricongiungimento familiare”.

Come ti sei trovato? “All’inizio bene perché sono stato in una famiglia. La signora era senza una gamba e mia madre ogni giorno la doveva spostare da un posto all’altro. Faceva fatica e allora la prendevamo in due, poi la signora si è abituata con me, la prendevo e la portavo in giro”.

Quanti anni hai adesso? “Oggi è il mio compleanno, ho 31 anni!”.

Sei senza lavoro? “Si, dovevo sostituire una persona sempre come badante ma poi questo vecchietto è deceduto”.

Dove dormi? “A Roma ci sono tanti dormitori, ogni tanto, quando bisogna lasciare spazio per gli altri si cambia. Al dormitorio puoi stare un mese, poi sei preoccupato, pensi che finirai per la strada…”

Com’è questa mensa? “Fra tutte, questa è la migliore, anche dal punto di vista igienico, ma è solo per tre giorni a settimana”.

E Thomas che viene da Praga

Al suo fianco c’è Thomas, 30 anni, di Praga: “lavoravo in un albergo a Praga – dice – poi non mi hanno rinnovato il contratto e non c’era più lavoro per me perché sono diabetico e questo è un problema. Nel mio paese non ti aiutano, non ho i soldi per fare l’insulina. Lo Stato non dà nulla a chi è povero o sta male, solo agli zingari!”.

Cos’hai in tasca, un dizionario spagnolo, perchè? “Sto studiando perché… porque me gusta!”.

Sulla porta un uomo inondato di lacrime, cerca di distendere un foglio di carta, le mani tremano, balbetta una lingua straniera, i volontari lo portano a mangiare.

Silvia, inviece, è romana

Poi una signora romana, si chiama Silvia, vuole essere seguita in strada, la aspetta il suo compagno, spigliata e fiera viene qui soltanto per ritirare la posta.
“Nun è mica come a ‘na tavola calda – dice – io adesso vado a mangià due supplì che li fanno buoni verso Testaccio, che ‘ste cose qui non le danno”.

Dove dorme? “Io c’ho la residenza qua”.

Barberino sta scrivendo un libro

Seduto su una panca, appena dentro al portone c’è il signor Barberino, ha gli occhiali, la barba ormai bianca: “Me so’ ritrovato in mezzo alla strada” – dice.

Come è successo? “Me so’ morti tutti, papà, mi sorella, poi la mia compagna, e me so’ buttato giù, non volevo sape’ più niente de nessuno, più niente de niente”.

Come hai trovato questo posto? “Praticamente me parlavano de sto Sant’Egidio, dicono te danno ‘na mano, mangi.. Mo è tardi, oggi non ho mangiato a pranzo.”

Quanti anni hai? “Sessanta”.

Ti è passata un po’ la depressione? “Si sto meglio. Sto scrivendo un libro, so’ anni che lo scrivo”.

Su cosa? “Su un’apparizione che ho avuto”.

Davvero? “Si, ma se lo dico me pijano per il culo”.

Barberino non vuole che si pubblichi la sua foto perché si vergogna, dice.

Ma di colpo a vergognarti sei tu che lo intervisti pensando di poter descrivere la povertà con il flaconcino di Amuchina in tasca, sapendo che già nel 1745 Jean Jacques Rousseau scriveva: “Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!”.

Patrizia Artemisio


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