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Confessioni, riflessioni, nostalgie, rimpianti nel “tempo ritrovato” di un medico amante dell’arte e della politica

“SOCRATE: … Esiste qualche cosa che chiami corpo e qualche cosa che chiami anima? – GORGIA: E come no? – SOCRATE: E per ciascuno di questi credi tu che ci sia uno stato di salute? –  GORGIA: Io si. – SOCRATE: E ammetti anche che ci sia uno stato di salute puramente apparente e non effettivo? … molti, in apparenza, sembrano essere sani di corpo e non è facile che qualcuno si accorga che, in effetti, non sono sani, tranne il medico e l’esperto di ginnastica. – GORGIA: E’ giusto quello che dici. – SOCRATE: … dal momento che corpo e anima sono due cose distinte, dico che due sono anche le arti: quella che riguarda l’anima la chiamo politica, quella che riguarda il corpo, … pur essendo una la cura del corpo, dico che ci sono due parti di essa: l’una è la ginnastica, l’altra la medicina. Nella politica, poi, il corrispettivo della ginnastica è l’arte della legislazione, il corrispettivo della medicina è la giustizia. Le arti che formano le due coppie hanno fra di loro uno stretto rapporto, in quanto riguardano il medesimo oggetto … con le loro cure tendono a procurare il bene maggiore, le une per il corpo, le altre per l’anima” (PLATONE, Dialogo Gorgia, XVIII-XIX).

La notte più buia, Edizioni Mimesis 2022, è l’ultimo dei numerosi libri scritti e pubblicati da Roberto Gramiccia, medico, scrittore, giornalista, critico d’arte nonché curatore di molte mostre di arte contemporanea dedicate, di volta in volta, ad artisti o a gruppi di artisti di notevole livello e con una lunga e luminosa carriera al loro attivo; inoltre, tra le molteplici attività e passioni dell’autore del libro, non si può passare sotto silenzio la politica, da lui praticata con impegno e disinteresse fin dagli anni della scuola media superiore e dell’università. Questa ultima sua fatica letteraria, ponderosa dal punto di vista delle dimensioni (290 pagine, da me lette tutte d’un fiato), si distingue dalle precedenti per la sua singolarità. Essa, infatti, è innanzitutto frutto del “tempo sospeso” provocato dalla pandemia, un tempo che, per Gramiccia e per molti suoi coetanei (tra i quali, non ultimo, chi scrive, quasi coetaneo dell’autore), ha avuto, come primo effetto, quello di dedicarsi a ripercorrere con la memoria l’intera propria esistenza, a partire dalla prima infanzia. In secondo luogo perché questo libro costituisce una sorta di testamento spirituale, come un mettere ordine nei mucchi e nelle pile di documenti accumulatisi sulla scrivania e lungo le pareti dello studio nel corso di decenni, togliendo la polvere dalle carte che conservano ancora valore ed eliminando il superfluo.

Un tempo sospeso, quello della pandemia, che, per Gramiccia, si è trasformato, proustianamente, nel “tempo ritrovato” che ha consentito di fare i conti (e di tracciare un bilancio) con le passioni, i convincimenti, le scelte di vita, gli amori sbocciati vissuti e sfioriti, e le relazioni, le azioni e/o le omissioni che hanno provocato piacevoli soddisfazioni, o che sono state causa di delusioni e di rimpianti. Occorre precisare, cosa che fa anche l’autore nelle brevi avvertenze premesse alla narrazione, che non si tratta di un vero e proprio romanzo autobiografico, sebbene la più parte dei capitoli siano racconti e riflessioni su fatti ed eventi situabili nel tempo (l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, la maturità dell’io narrante) e nello spazio (il quartiere di Torpignattara, il centro storico della Capitale, la provincia, il litorale laziale, altre varie regioni d’Italia, con qualche puntata in paesi d’oltre frontiera); un fluire narrativo, stilisticamente pregevole ed avvincente, che lascia spazio tuttavia ad ampie e approfondite riflessioni di carattere filosofico, estetico, socio-antropologico, politico, economico.

Interessantissime e stimolanti sono le idee e le osservazioni che – da un punto di vista squisitamente marxista (la vecchia talpa non si è ancora stancata di scavare negli oscuri meandri dei meccanismi, e delle contraddizioni, di un capitalismo dal volto sempre più disumano e distruttore degli antichi rapporti ed equilibri tra uomo e uomo e tra uomo e natura), e da un osservatorio privilegiato (quello di medico e ex dirigente di strutture sanitarie, ma anche di critico e conoscitore esperto del mondo dell’arte) – l’autore aveva già avuto modo di teorizzare ed esporre in precedenti pubblicazioni, in particolare Elogio della fragilità e Se tutto è arte.

Punti di vista e opinioni “obsolete”, qualcuno potrebbe obiettare: forse, ma sono opinioni che gli sviluppi (ma sarebbe meglio dire: le involuzioni e gli sconvolgimenti) intervenuti nel sistema sanitario pubblico e nel mercato delle opere d’arte – ambedue sottoposti alle esigenze e agli interessi di società e gruppi finanziari aventi, come unico obiettivo, quello di massimizzare i profitti attraverso meccanismi atti a ridurre a merce beni primari come la salute e la bellezza artistica – si sono incaricati di attualizzare e di corroborare con dovizia di “prove documentali”: disastri che hanno lasciato sul campo morti e feriti, oltre ad accrescere la forbice tra detentori della ricchezza e una sterminata massa di vecchi e nuovi poveri.

Ora non è mia intenzione soffermarmi troppo sui fondamenti teorici, importanti e, senza dubbio alcuno, di notevole spessore anche filosofico, che sono alla base dei ragionamenti di Roberto Gramiccia; vorrei però soltanto segnalare come la sua analisi della “fragilità” quale condizione costitutiva, ontologica, dell’essere umano, e delle opportunità che essa offre sul piano della creatività, dell’impegno, dello sforzo, in direzione dell’altro e della trascendenza,  che caratterizzano tutti gli uomini (ma in particolare coloro che si dedicano all’assistenza e alla cura del prossimo, nonché ai poeti, ai filosofi, agli scienziati, agli artisti in genere), corrisponda, sul piano strettamente filosofico, a quella ontologia esistenziale delineata da Martin Heidegger (il primo Heidegger, non ancora iscritto al partito nazista, quello ancora attualissimo per quanto concerne il cosiddetto essere-esposto-al-nulla-e-alla-morte dell’Esserci, vale a dire dell’uomo ancorato e condizionato dal suo essere-nel-mondo, qui e ora) nel suo capolavoro del 1927 Essere e tempo. In questo fondamentale testo acquista il massimo valore il concetto di Cura (questa parola è musica, immagino, alle orecchie di un qualsiasi bravo medico che abbia fatto della sua professione la ragione più elevata della sua stessa vita), intesa come (continuando ad esprimerci nell’enigmatico-schematico linguaggio heideggeriano) “senso dell’essere dell’Esserci”, in altri termini quale significato più autentico dell’esistenza umana. A tale proposito, mi corre l’obbligo chiarire che il richiamo al controverso filosofo tedesco, il più grande ma anche il più discusso del XX secolo, è quasi necessitato, obbligato, dai numerosi riferimenti alle sue molte fonti filosofiche (da Aristotele a Cartesio, da Spinoza a Marx, da Gramsci a Lukacs), riferimenti nei quali mi sono imbattuto durante la lettura de La notte più buia. Ma, assolto e archiviato questo doveroso cenno (per il quale mi attendo una benevola indulgenza da parte dell’autore), vengo ora a ciò che io considero la parte più emozionante e commovente del testo, quella nella quale colui che scrive queste note si sente in qualche modo coinvolto.

Mi riferisco al racconto, e ai ritratti umani, relativi agli anni della “formazione” (fine degli anni sessanta, prima metà degli anni settanta); racconto e ritratti che consentono di poter leggere, e interpretare, questa parte del libro (articolata e dispiegata in vari capitoli, quali, ad esempio, “La stazione dei carabinieri”, “Il collettivo di medicina”, “Il Sindaco” ecc.) quasi come una sorta di Bildugsroman (o “Romanzo di formazione”, per dirla in deutsche Sprache). E, in effetti, per Gramiccia, e per molti altri giovanotti di Torpignattara (tra questi, ripeto, anche il recensore del romanzo di cui trattasi), costituirono, quegli anni e quei luoghi, e quelle attività – e quegli amori che nascevano come improvvise fiamme (e, sempre come fiamme non più alimentate, svanivano nel nulla per poi essere rievocate, con struggente nostalgia o con affettuoso tenue rimpianto, nella memoria) – un vero e proprio collettivo romanzo di formazione; nella quale formazione una parte preponderante era giocata dall’impegno politico, dalle assemblee, dall’attacchinaggio dei manifesti, dai comizi organizzati nelle brevi e intense campagne elettorali, dalla dura fatica e dalle notti di guardiania profuse durante le Feste dell’Unità di quartiere che si svolgevano a via Filarete, dagli scontri e dalle schermaglie con i giovani neofascisti locali, dalle obbligatorie e gratificanti attività culturali realizzate all’interno delle due sezioni di Via Bordoni e “Nino Franchellucci” in via Torpignattara.

Insomma: il mondo del PCI, dei suoi militanti, dei suoi dirigenti locali, delle sue manifestazioni, il mondo delle “belle bandiere” (per dirla con Pasolini), il mondo della “meglio gioventù” (così ci sentivamo, secondo la comune percezione di noi stessi) del Paese. Un mondo che non esiste più, la cui assenza percorre, come un invisibile fil rouge o come un leitmotiv appena appena avvertibile in sottofondo, tutte le pagine che compongono il libro di Gramiccia e che, paradossalmente, ci inducono a pensare che “la notte più buia” non sia quella capitata all’autore ancora bambino all’età di quattro anni (l’angosciosa notte di abbandono e di solitudine descritta nel primo capitolo), bensì quella discesa sugli occhi e nelle menti di un’intera generazione di ormai ex giovani militanti che, di punto in bianco, in un lontano giorno di una trentina d’anni or sono, si sono ritrovati privi di un sistema di riferimento ideale, politico, umano e comunitario.

Una notte nella quale siamo tutt’ora avvolti, senza che si possa intravedere, sulla sfocata linea dell’orizzonte, il benché minimo tremulo biancore di un’agognata alba ancora di là da venire. Una notte che la pandemia ha contribuito a rendere ancora più buia e angosciante, ponendoci di fronte a ciò che costituisce la vera essenza degli esseri umani: la fragilità, sia individuale che collettività. Una notte che, però, ha anche tolto la maschera, rivelandone tutte le brutture e le contraddizioni, a quel turbocapitalismo che riduce tutto il reale – ivi comprese la salute e la ricerca della bellezza attraverso l’arte – a merce o valore di scambio.

E, tuttavia, più che l’alba di là da venire, ciò che appare ancora più tragico, in questa hegeliana notte nella quale tutti i gatti sembrano neri, è il venir meno, anche presso le giovani generazioni, della speranza non dico di una “rivoluzione” globale (quella da noi sognata, utopisticamente, in quei lontani anni settanta) ma, almeno, nell’inizio di un sia pur graduale cambiamento. La speranza sembra essere divenuta “un’abitudine”, così come in versi famosi di un cantante-poeta, Luigi Tenco, al quale Gramiccia, nel testo, rende omaggio citandone integralmente la canzone dai quali son tratti quei versi: Un giorno dopo l’altro. Luigi Tenco, un fragile eroe, alla pari di Cesare Pavese e del matematico napoletano Renato Caccioppoli, uno di quegli eroi tanto amati dall’autore de La notte più buia, eroi che, volontariamente, posero termine alla loro esistenza a causa dell’insostenibile assenza della speranza o di una speranza vuota di significato, trasmutata in abitudine.

Vorrei concludere con parole tratte dal testo, parole scritte dall’autore mesi fa e che, alla luce di ciò che sta avvenendo in questi giorni, in Italia e in Europa, acquistano un valore profetico: “ Quello che è certo è che se dovessimo uscire da quello che oggi appare un incubo, soprattutto per le sue conseguenze economiche e sociali, qualora il sistema dovesse reggere ricorrendo alle sue indubbie capacità metamorfiche, ciascuno nel giro di tre mesi tornerebbe a pensare e a comportarsi esattamente come in passato. Nessun ravvedimento ci salverebbe. Pagheremmo il prezzo della crisi e saremmo peggio di prima, ritornando magari a dare in escandescenze per l’arrivo di qualche centinaio di disperati che scappano dalla loro pandemia cronica che è la fame, la miseria e la disperazione. Noi oggi questa roba ce l’abbiamo dentro casa perché siamo parte di un “tutto” diseguale ma unico e interconnesso. L’augurio è che la fragilità di tutti: degli ultimi, dei penultimi e oggi anche dei terzultimi diventi una forza unica – una confederazione di fragili ribelli – capace di portarci fuori dal guado. Ma la strada è lunga e tortuosa e al momento non mi pare si possa essere ottimisti. L’unica sicurezza riguarda la vulnerabilità del nemico. Ma da sola temo che non basterà a farci uscire dalla notte più buia”.

La notte più buia, romanzo di Roberto Gramiccia, Edizioni Mimesis, 2022


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