

Con il suo album d'esordio, In un giorno senza tempo (Juno Records), il cantautore, già assessore e attivista culturale, racconta eutanasia, sfruttamento, celibato ecclesiastico e amore filiale. Un'opera prima coraggiosa e profondamente umana
Danilo Grossi non è un cantautore nel senso convenzionale del termine. È un uomo che ha attraversato molte vite — politico, amministratore pubblico, operatore culturale — e che alla musica ha sempre tenuto accesa una fiamma, anche quando la vita sembrava portarlo altrove.
Il suo album d’esordio, In un giorno senza tempo, uscito per Juno Records e presentato il 25 marzo scorso al Monk di Roma, è il frutto di anni di scrittura lenta, interrotta e ripresa, fino a quando un brano — Di padre in figlio — ha riacceso tutto. L’abbiamo incontrato per capire cosa c’è davvero dentro questo disco.
Cristina Colaninno: Da dove nasce questo album?
Danilo Grossi: Ha una scrittura lunga, diciamo ampia. Le idee si sono accumulate nel corso degli anni e si sono finalizzate solo di recente, quando ho deciso di andare in studio. L’elemento scatenante è stato il brano Di padre in figlio, che in qualche modo ha dato l’avvio a tutto il resto e mi ha dato l’occasione di riprendere in mano il lavoro che avevo fatto nel corso del tempo per proporlo finalmente al pubblico.
C.C.: Uno dei brani che colpisce di più è Prigioniero di una vita, che parla di eutanasia. Come nasce?
D.G.: È una canzone che ho scritto qualche anno fa, dopo un fatto di cronaca che ha scosso l’opinione pubblica e alimentato un dibattito importante — parlo di Piergiorgio Welby. Da quel momento ho sentito il bisogno di mettere in musica quella riflessione. Penso che da quel dibattito non siamo ancora usciti con una posizione chiara: la legge non è cambiata, ci sono ancora tanti passi da fare. Ci sono persone che lottano ogni giorno perché venga riconosciuto il diritto a poter morire quando non esistono più le condizioni per vivere una vita serena e dignitosa. Marco Cappato e l’Associazione Luca Coscioni per esempio, insieme a tanti altri, fanno un lavoro straordinario in questo senso, spesso rischiando anche penalmente, per dare supporto a chi da solo non riesce ad averlo, ma non basta. Il pezzo vuole dare voce a tutto questo mondo spesso sommerso, ma fatto di solitudini e sofferenze.
C.C.: C’è anche un brano che parla delle sex worker. Una scelta coraggiosa.
D.G.: L’ipocrisia italiana — e non solo — ci porta a non vedere quello che accade nelle strade delle nostre città, ogni santa sera, a non voler guardare lo sfruttamento che si consuma quotidianamente. Donne che arrivano da altri paesi con la promessa di una vita migliore e che invece si trovano intrappolate in una vera e propria schiavitù. Nel pezzo La Maschera di Cera li chiamo «assassini d’amore», quelli che le sfruttano e che rendono quasi impossibile ogni via d’uscita. Ma la canzone lascia anche una speranza: la donna protagonista della canzone, Lara, che prova a girare pagina, che aspetta un raggio di sole che possa aiutarla a liberarsi. Volevo che ci fosse quella luce, anche in un tema così buio.
C.C.: E poi c’è La legge degli uomini di Dio, sul celibato ecclesiastico.
D.G.: Ho avuto la possibilità nel tempo di confrontarmi con molti sacerdoti, e ho sempre pensato che il celibato obbligatorio sia una grave mancanza nella loro vita. Amare Dio, mettersi a disposizione di ciò in cui si crede, è una scelta grande. Ma rinunciare per sempre alla dimensione dell’amore terreno è, secondo me, un impoverimento profondo rispetto alla propria umanità. Spero che nel corso del tempo le cose possano cambiare, perché sarebbe più bello e più sano per tutti, a partire proprio dagli uomini di Dio. Papa Francesco aveva iniziato ad aprire qualche spiraglio in questa direzione: chissà.
C.C.: Il brano più autobiografico sembra essere Di padre in figlio, il singolo che ha anticipato l’uscita del disco.
D.G.: È nato in una notte particolare, due anni dopo la morte di mio padre, in quella stessa notte. Racconta una fotografia — una fotografia vera, che esiste — scattata insieme a mio padre e a mio figlio. Per soli due mesi ho vissuto contemporaneamente entrambe le dimensioni: ero figlio e padre nello stesso momento. Poi non ho avuto più quella fortuna. Ho voluto celebrare quello scatto cercando di trasformarlo in qualcosa di positivo, che dia speranza sul proseguimento della vita attraverso le generazioni. L’immagine che uso è proprio quella della staffetta: tra le generazioni c’è un testimone che passa dall’uno all’altro, come in una gara. È quella canzone che mi ha dato la spinta definitiva per rimettere mano all’intero progetto e portarlo finalmente fuori all’ascolto di un pubblico più ampio. Non è stato facile, è stato un po’ mettersi a nudo con le proprie emozioni, ma sono soddisfatto di quanto sia stato accolto, in queste prime settimane.
C.C.: Nell’album c’è anche un tributo a Ivan Graziani. Come mai?
D.G.: Ivan Graziani è uno dei più grandi cantautori italiani, e uno dei meno valorizzati rispetto alle sue reali qualità, secondo me. Ho scelto un brano che pochissime persone conoscono e ho cercato di farlo mio, di costruirgli intorno un vestito tutto acustico. Lo amo molto, e spero che possa piacere anche a chi lo ascolta per la prima volta.
C.C.: Nella tua carriera hai anche ricoperto il ruolo di assessore al Comune di Cassino e hai contribuito alla riapertura del Castello di Santa Severa. C’è un filo che lega l’impegno culturale pubblico a questo disco?
D.G.: Ho sempre lavorato per far germogliare la bellezza. E penso che la cultura raggiunga il suo vero obiettivo quando diventa popolare, quando riesce a essere vissuta da ampie fasce della popolazione: dai bambini, dai ragazzi, dalle famiglie, dalle persone più anziane. È lo stesso spirito che c’è nel disco, dove racconto storie popolari, sempre in bilico tra la grande Storia e le piccole storie quotidiane, dove c’è forte l’impronta di chi osserva e non giudica, ma cerca di entrare nello sguardo dell’altro. Se riuscissimo sempre di più a metterci dal punto di vista degli altri — a livello generazionale, di genere, di condizione — cresceremmo molto come società.
C.C.: Perché hai scelto il Monk per la presentazione dell’album?
D.G.: Il Monk è un punto di riferimento della musica a Roma, e per me ha anche un valore personale: è un luogo che mi ha visto protagonista in più occasioni, come organizzatore di eventi musicali ma anche quando Elly Schlein lanciò la sua candidatura alle primarie del Partito Democratico. Non sono un cantautore nel senso classico del termine e non sarà certo questo il mio lavoro, ma volevo regalare al pubblico una proposta autentica, in un posto che sento mio. Il secondo concerto sarà al Palazzo della Cultura di Cassino, un bene confiscato alla criminalità, aperto qualche anno fa grazie al nostro impegno. Ecco presentare il disco in luoghi non banali ma in luoghi che raccontano una storia, penso sia un valore aggiunto per tutto il progetto.
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