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“Elvis”, ovvero Faust e Mefistofele: la versione moderna

Un gran film, questo ELVIS di Baz Luhrmann (regista australiano, autore di Moulin Rouge del 2001 e de Il Grande Gatby del 2013), visto ieri sera al Cinema Caravaggio con gli amici del Cinecircolo romano.
Due ore e quaranta minuti di grande spettacolo dedicato alla vita breve e molto complicata della celeberrima popstar Elvis Presley (1935-1977), uno dei più grandi interpreti del rock e icona di milioni di giovani (e meno giovani) dagli anni cinquanta del secolo scorso fino ai nostri giorni.
Il regista australiano (che ha firmato, insieme ad altri, anche la sceneggiatura) ha costruito un prodotto che non si limita al semplice racconto, abbastanza fedele in verità, della biografia del grande cantante, ma ha sapientemente inserito gli eventi personali e familiari in una storia dell’America (e dell’Occidente) tra l’inizio degli anni cinquanta e la fine degli anni Settanta, caratterizzata da conflitti razziali e convulsi cambiamenti sociali, dalle lotte degli afroamericani per i diritti civili e contro le discriminazioni e dalle reazioni sanguinose dei suprematisti bianchi, dalle guerre in cui furono coinvolti gli USA (in particolare il Vietnam) e dall’esplodere della violenza politica interna (gli assassini dei 2 Kennedy, di Martin Luther King, di Malcolm X) e, soprattutto, dell’espansione e dall’incontrollato dominio di un turbocapitalismo iperconsumistico, omologante e globalizzante.
Un capitalismo, oltretutto, che, proprio in quel periodo, riesce a trasformare il mondo dello spettacolo, e perfino la musica prediletta dalle masse giovanili che contestano la pervasività del sistema economico, in un gigantesche ipertecnologico meccanismo per produrre profitti illimitati, in un’industria per molti versi più alienante della fabbrica fordista e tayloristica.
E di conseguenza, anche i grandi nomi della musica pop-rock (a partire da Elvis Presley, ma non dimentichiamo Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Freddy Mercury e tanti altri) diventano, loro malgrado, semplici ingranaggi e prigionieri di questo infernale star-system, rimanendone alla fine stritolati.
In questo film questo schema, o paradigma comune alle biografie di tante pop-star, viene emblematicamente evidenziato dal rapporto dialettico di “servo-padrone” che s’instaura tra il protagonista (Elvis Presley, interpretato da un bravissimo giovane attore come Austin Butler), e il suo super manager, il sedicente colonnello Tom Parker, interpretato da un formidabile Tom Hanks, quanto mai a suo agio nella parte di un anziano, squallido e bolso, subdolo imbroglione, intrallazzatore, manovratore di grandi capitali, persuasore occulto di anime, massacratore di corpi attraverso alcool e droga, e incarnazione di un tipo di umanità che riduce tutta la realtà a merce e a denaro. Un Tom Hanks che, in questo film di cui è egli il vero protagonista, raggiunge un livello di sapienza e di capacità interpretative che non esito a definire insuperabili.
Sono inoltre convinto che, nel delineare il malsano rapporto che tiene per sempre unite due persone che si odiano, ma che non possono fare a meno l’una dell’altra, il regista abbia tenuto presente la storia di Faust (Elvis) e di Mefistofele (Parker), una storia narrata da grandi della letteratura come Marlowe, Goethe e Tomas Mann in differenti varianti.
Ecco, di quell’antica storia questo film ne è la versione cinematografica più recente e, a mio avviso, di grande successo sul piano artistico.
ELVIS, film di Baz Luhrmann, con Austin Butler (Elvis Presley) e Tom Hanks (Colonnello Tom Parker), 2022.

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