“Il braccialetto con la farfalla dorata” di Rita D’Andrea

La letteratura contro la violenza sulle donne
Francesco Sirleto - 1 Dicembre 2022
Il romanzo di Rita D’Andrea “Il braccialetto con la farfalla dorata” (Prospettiva editrice, Roma 2022) stato presentato martedì 29 novembre 2022, in una location alquanto suggestiva e rievocativa di atmosfere esistenzialiste in stile anni cinquanta (mi riferisco al Caffè Letterario di viale Ostiense n. 95); anche le modalità di presentazione scelte hanno brillato per originalità: innanzitutto perché multimediali (non solo letture, ma anche brani recitati da attori professionisti, diverse performances teatrali, reading di poesie, un book-trailer di ottima qualità filmica, un intervento di due rappresentanti del Centro Antiviolenza del Pigneto, accompagnamenti musicali dal vivo); in secondo luogo perché hanno coinvolto, emotivamente e razionalmente, il numeroso pubblico presente.
Ma di cosa tratta questo nuovo romanzo di un’autrice così prolifica come Rita D’Andrea? Un’idea possiamo farcela dando un’occhiata alla breve prefazione che il sottoscritto, dopo aver letto il testo, ha voluto, anche a mo’ di recensione, fornire amichevolmente alla narratrice in segno di stima.
“Imprevisti, amori e misteri in una lunga e calda estate romana”: potrebbe esser questo, a mio avviso, l’espressivo titolo di una ipotetica recensione a questa ennesima prova letteraria dell’instancabile Rita D’Andrea. Mi riferisco, ovviamente, a Il braccialetto con la farfalla dorata, un’intricata indagine poliziesca su una serie di violenze e su un tentato omicidio a danno di ragazze diciottenni; indagine che si dipana, sul piano temporale, tra l’inizio della primavera e la fine dell’estate di un anno che potrebbe essere benissimo il corrente 2022 e, dal punto di vista spaziale, tra Roma (in particolare i quartieri borghesi e medio-borghesi che gravitano intorno alla stazione Termini), l’impervio ma affascinante litorale ligure e le assolate e tranquille spiagge della Tuscia viterbese.
Il breve ma avvincente romanzo di Rita D’Andrea è esposto in una scrittura che risulta essere la più adatta ad un “giallo” che vuole ripercorrere classici e moderni modelli di grande successo (da Conan Doyle ad Agatha Christie, da George Simenon a Friedrich Duerrenmatt, da M. Vasquez Montalban al Borges dei “Sei problemi di don Isidro Parodi”, da Gilbert K. Chesterton a Raymond Chandler, per concludere con i nostri Leonardo Sciascia, Giorgio Scerbanenco, il duo Fruttero e Lucentini e, last but not least, il prolificissimo Andrea Camilleri); una scrittura piana e semplice (con uso prevalente della paratassi in luogo dell’ipotassi), che riproduce forme e costrutti del “parlato” quotidiano (la “Umgangsprache” dei tedeschi), che rifugge da quegli “orpelli” e da tutti quei fronzoli che possano richiamare anche il semplice sospetto di influenze barocche; una scrittura, in definitiva, comprensibile e gradita alla grande platea dei milioni di lettori che si dilettano del genere poliziesco e che, da esso, ricavano con la massima frequenza quel “piacere del testo” teorizzato da autorevoli e voracissimi lettori quali furono (tanto per citare alcuni tra i più celebri) Roland Barthes, Jorge Luis Borges e il nostro Umberto Eco (quest’ultimo non solo in veste di super lettore, ma anche come ineguagliabile autore di gialli: si veda, tra tutti, l’indimenticabile Il nome della Rosa).
Ma, dicevamo, non solo mistero e delitti; in questo breve romanzo della valorosa Rita D’Andrea c’imbattiamo anche in altri immancabili “ingredienti” che rendono più sapido quel piacere del testo al quale si accennava poc’anzi: imprevisti incontri che, pur casuali, costituiscono la causa occasionale per la nascita (a volte anche la ri-nascita) di amori i quali, per fortuna del genere umano, risultano necessari, anzi indispensabili, al fine di contenere e opporsi a quel fiume di odio, di avversione, di ostilità che, covato nelle profondità della psiche, rappresenta l’humus “colturale” all’ideazione e alla commissione di reati, di violenze contro le persone (soprattutto contro le donne), di efferati delitti.
Nel testo escogitato così egregiamente dalla D’Andrea, ciò che emerge con forza non è soltanto la sua capacità di “costruzione dell’intreccio” (il “plot” degli anglosassoni), ma anche la sua volontà di contribuire a combattere, con gli strumenti della scrittura, contro quel doloroso e crescente fenomeno sociale costituito da tutte le violenze e i delitti perpetrati quotidianamente contro l’universo femminile.
Non è la prima volta che l’autrice affronta questo tema: lo ha trattato in passato e, credo fermamente, continuerà a farlo anche in avvenire, in future e imminenti e intriganti storie che, le auguriamo, possano sortire con facilità dalla sua fertile inventiva letteraria.
Ecce Vinum

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  1. Rita D’Andrea


    Grazie Francesco, bell’articolo e grazie per la bellissima recensione sul mio romanzo.

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