Il sogno infranto di Kalilu

Kalilu ha il cervello spappolato. Non si sa chi sia stato a pestarlo. Quando l’autombulanza è arrivata, Kalilu era ancora in preda alla rabbia. Lo hanno dovuto caricare di forza e poi di nuovo, in mezzo alla strada, perché si era buttato fuori per andare in cerca di coloro che lo avevano aggredito.

Al Policlinico hanno visto gli ematomi che si facevano largo nel cervello, quasi a mangiarselo. Ora è in coma irreversibile. 28 anni e un cervello inondato di sangue. Era il 29 novembre. 

Gli infermieri lo avevano registrato come Kalil e segnalato alla Polizia per poterlo identificare; unica cosa certa era che si trattasse di un migrante senza documenti, forse un clandestino.

I servizi sociali si sono dati da fare, hanno messo insieme qualche ricordo di incontri passati e alla fine, gli ultimi giorni di dicembre, hanno contattato una nostra volontaria che sapeva il suo nome e si è presa il compito straziante di informare la madre in Gambia.

Era arrivato giovane con il sogno di un futuro migliore, come tutti quelli che partono.
In Europa non si può entrare con un semplice biglietto aereo, l’Europa è una fortezza dorata che condanna come criminale chi vuole venirci a vivere e lavorare.
Lui si ritrova a Roma nella “casa dell’inferno” – come la chiamano loro – insieme a gente sconosciuta di cui sei allo stesso tempo alleato e concorrente.
Nessuno entra nella casa ad aiutarli, entrano solo gli spacciatori e qualche prostituta.
Fai fatica a trovare da mangiare, qualcosa con cui lavarti e di che vestirti, fai fatica a mandare dei soldi a casa – è per questo che ti hanno finanziato il viaggio in Europa –  e lui, come tutti o quasi, si consola con un po’ di droga e se la paga con lo spaccio. 

Lo incontriamo. Simpatia, amicizia, ricerca di un posto dove stare, ricerca di un lavoro: passano mesi, ma ce la stiamo facendo. La droga è un ricordo, ha una nuova dignità. Sono passati quattro anni. Presenta speranzoso la domanda per il permesso di soggiorno. I nostri uffici sono solerti e attenti, si accorgono che la persona ha una condanna per spaccio di droga, lo arrestano e lo rinchiudono. Lì ci si consola con la droga e non c’è problema a spacciarla. Non è molto diverso dalla “casa dell’inferno”, ma non vengono le forze dell’ordine a sgomberarti, qui non ti becchi condanne per uso e spaccio di droga.

Esce, ma deve prendere il metadone, ha perso la possibilità di lavorare, e torna nella “casa dell’inferno”.
Non torna da noi. Vergogna? Delusione?
Lo ritroviamo con il cervello spappolato in un letto d’ospedale. I medici, gli infermieri, le assistenti sociali sono stati tutti buoni, accoglienti, premurosi.
Quando li guardi in faccia, questi “migranti”, lo vedi che sono solo ragazzi, con una diversa pigmentazione, ma ragazzi, di cui potresti essere fratello o sorella, madre o padre, nonno o nonna.
Quando facciamo le leggi, quando prendiamo provvedimenti, quando teorizziamo politiche, li pensiamo come numeri, li inseriamo in teorie geopolitiche di ogni tipo; quando hanno un nome e un viso, invece, senti il tuo cuore spappolarsi.

Non sappiamo ancora quanto durerà il suo soggiorno tra noi, chi prenderà la decisione di spegnere le macchine che lo tengono in vita.
La madre al telefono ci chiede solo di farglielo riavere, vuole il corpo di suo figlio, visto che tutto il resto glielo abbiamo tolto. E noi lo vogliamo fare, perché i nostri soldi, quelli che così bene proteggiamo con confini e leggi, quelli che non abbiamo usato per dare sostegno alle speranze di un giovane in cerca di futuro, servano almeno a dare un luogo dove ricordare che su questa terra c’è stato un Kalilu, un Kalilu a cui qualcuno teneva, per il quale qualcuno prova il dolore di non poterlo rivedere.

Presto ti dirò addio anche io, Kalilu, che poco ti ho conosciuto, eppure provo grande tristezza.
Il Cuore di Dio è per fortuna diverso dal nostro, il suo amore non stabilisce confini e permessi, e non Lui soffre per te che vai a incontrarlo; Dio piange per noi, chiusi nella nostra dorata solitudine pur di non condividere ciò che forse neanche ci serve.
I soldi che ti abbiamo negato quando ne avevi bisogno, quei nostri soldi diano ora un luogo dove tua madre possa piangere suo figlio, laggiù in Gambia.

Don Domenico Vitulli

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