

L'ultimo capitolo di questa infinita guerra di trincea porta la firma degli eurodeputati Dario Tamburrano e Mario Furore
C’è un momento in cui le battaglie di territorio smettono di parlare il linguaggio dei codici e dei cavilli giudiziari per cercare la sponda della grande politica. Per il quadrante est di Roma, quel momento è arrivato.
Dopo anni spesi a rincorrere carte bollate, a convocare assemblee nei garage e a sfilare sotto il sole della via Prenestina, i comitati contrari al nuovo biodigestore di Colle Monfortani hanno impacchettato le loro ragioni e le hanno spedite a Bruxelles.
Se i tribunali italiani hanno dato via libera ai cantieri, la speranza della periferia capitolina si accende ora nelle stanze delle istituzioni europee.
L’ultimo capitolo di questa infinita guerra di trincea porta la firma degli eurodeputati Dario Tamburrano e Mario Furore.
È stata una loro interrogazione formale, indirizzata alla Commissione Europea, a riaprire una partita che per il Campidoglio sembrava ormai chiusa e archiviata sotto la voce “opere strategiche”.
Per i residenti di Colle Monfortani e Colle Prenestino, la strada finora è stata tutta in salita. La magistratura amministrativa ha progressivamente smontato ogni sbarramento legale: prima il Tar del Lazio e poi, in via definitiva, il Consiglio di Stato hanno respinto i ricorsi dei cittadini.
Per i giudici di Palazzo Spada, le autorizzazioni per l’impianto sono valide e le varianti introdotte in corsa non richiedevano una nuova Valutazione di Impatto Ambientale (Via).
Una doccia fredda arrivata dopo uno sforzo collettivo enorme, anche economico. Per finanziare quella battaglia legale, la comunità locale ha autotassato i propri risparmi, raccogliendo decine di migliaia di euro attraverso collette di quartiere e sottoscrizioni popolari.
Soldi che non sono bastati a fermare i bulldozer, ma che hanno cementato la resistenza di un territorio che si sente da sempre la “pattumiera” della Capitale, già gravato da troppe servitù industriali e infrastrutturali.
Esauriti i canali della giustizia italiana, l’attacco si sposta ora sul piano della conformità ai trattati comunitari.
Il grimaldello scelto per scardinare il progetto da 75 mila tonnellate di rifiuti l’anno (tra umido e sfalci verdi) riguarda la sicurezza ambientale, e in particolare l’oro blu: l’acqua potabile.
Secondo i promotori dell’iniziativa a Bruxelles, l’impianto dovrebbe sorgere esattamente sopra una delicata faglia acquifera sotterranea, un bacino vitale utilizzato per l’approvvigionamento idrico della popolazione. Nell’interrogazione si evidenzia un paradosso:
Nonostante i documenti autorizzativi italiani riconoscano formalmente la presenza di questa delicata area di tutela delle acque, l’iter sarebbe proceduto senza l’introduzione di vincoli o prescrizioni reali, capaci di schermare la falda da possibili contaminazioni biologiche o chimiche.
Si tratta di una presunta “omissione” che violerebbe le severe direttive europee sulla salvaguardia delle risorse idriche.
Mentre si attende il verdetto della Commissione Europea – che dovrà stabilire se avviare o meno un’istruttoria sull’iter autorizzativo – sul territorio la tensione resta altissima. La vicenda del biodigestore di Roma Est incarna perfettamente il cortocircuito della gestione dei rifiuti nella Capitale.
Da un lato c’è l’esigenza vitale del Comune di dotarsi di impianti moderni per trattare l’organico all’interno dei propri confini, eliminando la dipendenza (e i costi) dei trasporti verso le altre regioni.
Dall’altro c’è la trincea di una comunità che rifiuta di subire l’ennesimo impianto impattante a pochi metri dalle proprie case e dalle proprie riserve d’acqua. La parola, adesso, passa a Bruxelles, diventata l’arbitro inatteso di una periferia che non vuole arrendersi.
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